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Economia italiana in bilico: come le PMI e il PNRR disegnano la ripresa

L’economia italiana affronta un momento di transizione: da un lato la necessità di consolidare i bilanci pubblici e ridurre la vulnerabilità finanziaria; dall’altro la spinta alla digitalizzazione e alla transizione energetica che può rilanciare produttività e occupazione. Questo equilibrio fragile interessa in modo particolare le piccole e medie imprese (PMI), cuore del sistema produttivo nazionale, e le politiche legate al PNRR, che restano uno degli strumenti principali per orientare investimenti e riforme.

Contesto

Dopo anni di crescita modesta e shock consecutivi — pandemia, rincari energetici e, più recentemente, pressioni inflazionistiche globali — l’Italia fatica a tornare ai ritmi di espansione pre-2008. Il rapporto debito/PIL si mantiene elevato, attorno al 150%, mettendo vincoli alle politiche fiscali. Allo stesso tempo, l’inflazione è rientrata rispetto ai picchi ma rimane un fattore di incertezza per famiglie e imprese. In questo contesto, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e le risorse europee rappresentano un’opportunità per sostenere investimenti in infrastrutture, digitalizzazione e sostenibilità.

Analisi: dati, settori e esempi concreti

Le PMI costituiscono oltre il 99% del tessuto imprenditoriale italiano e impiegano la maggior parte della forza lavoro privata. Tuttavia molte aziende soffrono per la bassa produttività, l’accesso al credito e la carenza di competenze digitali. Secondo rilevazioni recenti, la crescita annua del PIL è rimasta su livelli contenuti, con previsioni di breve termine che oscillano fra lo 0,5% e l’1,5% a seconda dello scenario internazionale. Il mercato del lavoro mostra segnali misti: tassi di occupazione in crescita ma con forte segmentazione territoriale e persistente divario giovanile.

Il PNRR, con risorse significative destinate a digitalizzazione, infrastrutture verdi e formazione, offre progetti pilota già attivi: dall’adozione di tecnologie Industria 4.0 in distretti manifatturieri del Nord all’efficientamento energetico degli edifici pubblici nel Centro-Sud. Esempi virtuosi emergono dove le amministrazioni locali hanno combinato fondi PNRR con capitale privato per creare hub d’innovazione. In Veneto e Lombardia alcune reti di PMI hanno investito in macchine a controllo numerico e piattaforme digitali per la filiera, migliorando tempi di consegna e riducendo sprechi.

Tuttavia non mancano ostacoli: la burocrazia e i ritardi amministrativi rallentano l’assorbimento dei fondi, mentre il mercato del credito resta selettivo per imprese di piccola dimensione non accompagnate da piani di crescita chiari. Le politiche fiscali come incentivi per la riqualificazione energetica e crediti d’imposta per investimenti in innovazione hanno avuto impatti differenziati, con qualche successo nelle grandi imprese ma risultati più attenuati tra le microimprese.

Implicazioni future

Per trasformare questa finestra di opportunità in crescita sostenibile, servono interventi su più fronti. Prima di tutto una maggiore velocità e trasparenza nella gestione delle risorse PNRR: semplificare procedure, ridurre i tempi di istruttoria e potenziare il supporto tecnico alle PMI può aumentare l’assorbimento dei fondi e la qualità dei progetti. In secondo luogo, politiche attive per il lavoro mirate a colmare il gap di competenze digitali sono cruciali: formazione continua e percorsi di re-skilling possono aumentare la produttività e favorire l’adozione delle tecnologie.

Infine, la sostenibilità finanziaria resta un fattore chiave. Riforme strutturali volte a migliorare il clima degli investimenti — dalla giustizia civile efficiente a una tassazione più semplice e prevedibile — possono incentivare capitale privato e investimenti esteri. Le PMI, se accompagnate da infrastrutture digitali e da incentivi mirati, possono diventare il volano di una crescita più equa e territoriale.

L’economia italiana è quindi in bilico, ma non priva di strumenti e casi di successo su cui costruire. La sfida è trasformare le risorse disponibili in cambiamenti strutturali: solo così si potrà rilanciare competitività, creare lavoro stabile e ridurre la vulnerabilità del bilancio pubblico nel medio termine.

Da garage a scale-up: come le startup italiane scalano tra capitali, regolazione e talento

Negli ultimi anni l’ecosistema delle startup in Italia ha smesso di essere una nicchia: da un laboratorio di idee si è trasformato in un motore sempre più concreto di innovazione e occupazione. Tra successi internazionali, round di finanziamento più grandi e uscite strategiche, molte realtà nate come progetti domestici stanno imboccando la strada della scalabilità. Ma il passaggio da startup a scale-up non è una naturale conseguenza del buon prodotto: richiede capitali, governance, accesso al talento e un quadro normativo che sappia accompagnare la crescita.

Il contesto è favorevole ma frammentato. Negli ultimi tre anni si è osservata una crescita del flusso di capitale verso le startup italiane: maggiori fondi VC nazionali e fondi internazionali hanno incrementato la loro esposizione, mentre programmi pubblici e iniziative private hanno ridotto il gap iniziale di finanziamento. Al tempo stesso permangono sfide strutturali: concentrazione geografica in pochi hub (Milano, Roma, Torino), una scarsità di round late-stage e difficoltà nelle assunzioni di figure tecniche chiave. Questi elementi condizionano il percorso di scaling, che richiede risorse non solo economiche ma manageriali e organizzative.

Analisi e casi: due percorsi a confronto. Prendiamo due casi emblematici per capire dinamiche diverse. Il primo è la fintech che ha puntato su un prodotto semplice e virale per i pagamenti peer-to-peer, costruendo nel tempo una rete di utenti e partnership con commercianti. La strategia ha combinato un forte focus sul prodotto, user experience e un approccio graduale al mercato estero: iniziare da mercati culturalmente vicini, testare modelli di pricing e poi replicare. Questo approccio ha permesso di migliorare metriche chiave come il tasso di retention e il rapporto LTV/CAC, riducendo la dipendenza dai round di capitale intensivi.

Il secondo caso è quello di una proptech che ha scelto una strada più capital-intensive, puntando su acquisizioni mirate e investimenti tecnologici per automatizzare processi tradizionali. Queste aziende hanno attratto round più importanti, ma hanno dovuto confrontarsi con burn rate elevati, esigenza di metriche finanziarie solide e, spesso, con complessità normative locali legate al settore immobiliare. La lezione è che non esiste un solo modello: il trade-off tra velocità di crescita e sostenibilità economica è centrale nella scelta strategica.

Altri temi emergenti che incidono sulla scalabilità sono la regolazione e il capitale umano. Settori come fintech e digital health richiedono regole chiare e tempistiche prevedibili per ottenere autorizzazioni e certificazioni: l’incertezza normativa rallenta l’espansione cross-border e aumenta i costi di compliance. Sul fronte del capitale umano, la competizione globale per talenti tech costringe le startup italiane a ripensare package retributivi, programmi di formazione interna e politiche di remote work per attrarre profili senior senza cedere completamente alla competizione salariale internazionale.

Infine, l’ecosistema di supporto—incubatori, acceleratori, fondi di co-investimento e partnership corporate—gioca un ruolo decisivo. Le collaborazioni tra grandi imprese e startup possono accelerare l’industrializzazione del prodotto e aprire canali distributivi importanti. Allo stesso tempo, la presenza di investitori in grado di sostenere i round successivi (late-stage) è cruciale per evitare la fuga verso mercati esteri dove trovare capitali più grandi e maturi.

Implicazioni future. Guardando avanti, l’Italia ha l’opportunità di consolidare un cluster di scale-up competitive su scala europea, ma servono alcune condizioni: più capitale late-stage sul territorio, interventi pubblici mirati per snellire le procedure regolatorie nei settori strategici, e programmi formativi che alimentino il bacino di sviluppatori, product manager e data scientist. Per le startup significa costruire modelli di business che guardino a metriche di sostenibilità oltre alla crescita top-line, adottare governance più strutturate e pianificare fin da subito il percorso verso la profittabilità.

Per i policymaker, l’indicazione è chiara: sostenere la crescita delle scale-up non è solo una questione di finanziamenti, ma di creare un ambiente in cui il talento resta, il rischio d’impresa è gestibile e le regole permettono una crescita ordinata. Per investitori e imprenditori, invece, il monito è puntare su strategie differenziate—alcune aziende cresceranno lentamente e profittevolmente, altre scaleranno con capitale intenso—ma tutte dovranno dimostrare solide metriche operative per attrarre il capitale necessario alla scala.

In sintesi, la transizione da startup a scale-up in Italia è possibile e già in atto per molte realtà. Il successo dipenderà dalla capacità degli imprenditori di bilanciare innovazione e disciplina gestionale, dalla disponibilità di capitali maturi e da un ecosistema pubblico-privato che sappia fare da leva per la crescita sostenibile.

Turismo esperienziale in Italia: come le destinazioni secondarie conquistano vacanzieri e investimenti

Negli ultimi anni il turismo in Italia ha cambiato volto: non più solo grandi capitali d’arte e coste affollate, ma una crescita marcata delle destinazioni secondarie che puntano sull’esperienza locale, la sostenibilità e l’autenticità. Questo mutamento non è solo culturale: genera nuovi flussi economici, riconfigura l’offerta ricettiva e attira investimenti mirati. In questo articolo analizziamo i trend recenti, i dati disponibili e alcuni esempi concreti per capire come si sta ridefinendo il business del turismo italiano.

Contesto. La ripresa post-pandemia ha accelerato preferenze già in divenire: i viaggiatori cercano maggiormente esperienze esperienziali—corsi di cucina, soggiorni in agriturismi, trekking guidati nei borghi—e privilegiano destinazioni meno affollate. Le motivazioni sono molteplici: desiderio di autenticità, timori legati al sovraffollamento, attenzione alla sostenibilità e maggiore uso di remote working che permette soggiorni più lunghi. Di conseguenza, comuni e territori secondari, tradizionalmente marginali dal punto di vista turistico, registrano un interesse crescente da parte di visitatori e investitori.

Analisi con dati ed esempi. Le statistiche più recenti indicano una ripresa robusta dei flussi turistici verso l’Italia, con volumi prossimi ai livelli pre-2020 in molte regioni. Parallelamente, rilevazioni di settore mostrano un aumento delle ricerche online per “borghi”, “agriturismo” e “vacanze esperienziali” a doppia cifra anno su anno nel triennio successivo alla pandemia. Questi spostamenti si traducono in numeri concreti: tassi di occupazione più alti in strutture rurali durante periodi tradizionalmente meno richiesti e una crescita delle prenotazioni dirette tramite portali locali e social media.

Esempi pratici emergono in diverse regioni. In alcune aree dell’Appennino, progetti di riqualificazione di ex immobili pubblici in mini-resort e co-housing turistico hanno attratto investimenti privati e fondi regionali, creando lavoro stagionale e destagionalizzazione. In Puglia e in Toscana, cooperative locali hanno strutturato pacchetti che combinano soggiorno in masseria, laboratori artigianali e visite guidate a produttori locali: il risultato è un aumento del valore medio della spesa per turista e una permanenza media più lunga. Anche isole minori e zone lacustri registrano un boom di turismo “attivo”: kayak, escursioni in bici e itinerari enogastronomici attirano target con maggiore propensione alla spesa e attenzione alla qualità dell’offerta.

Dal lato imprenditoriale, il fenomeno ha stimolato nuove forme d’investimento: conversione di immobili storici in boutique hotel, nascita di piattaforme locali per la vendita di esperienze e pacchetti integrati, e microfinanziamenti per start-up che offrono servizi di ospitalità esperienziale. Anche il mercato immobiliare ne risente: in alcune realtà, la domanda di seconde case e alloggi per locazioni brevi ha fatto salire i prezzi, ma ha anche favorito il recupero di immobili degradati grazie a modelli di gestione condivisa e a formule di partenariato pubblico-privato.

Implicazioni future. Il consolidamento del turismo esperienziale nelle destinazioni secondarie porta opportunità e rischi. Sul fronte positivo, la redistribuzione dei flussi turistici può contribuire alla rigenerazione economica di aree interne, creare occupazione e valorizzare filiere agricole e artigianali locali. Per gli operatori significa spazio per innovare: pacchetti tematici, digitalizzazione della vendita, collaborazioni con guide locali e investimenti in infrastrutture sostenibili saranno elementi chiave per competere.

Tra i rischi si segnala la possibile gentrificazione di borghi e quartieri minori, la pressione sulle risorse locali (acqua, rifiuti, mobilità) e la perdita di autenticità se l’offerta diventa eccessivamente standardizzata. La gestione sostenibile è dunque essenziale: politiche locali che regolamentino le locazioni brevi, incentivi alla qualità e alla sostenibilità, e programmi di formazione per gli operatori sono strumenti necessari per massimizzare i benefici e limitare le esternalità negative.

Conclusione. Il turismo esperienziale nelle destinazioni secondarie rappresenta per l’Italia un’opportunità strategica per diversificare l’offerta, destagionalizzare i flussi e ridistribuire i benefici economici sul territorio. La sfida per amministrazioni locali, imprenditori e investitori sarà trasformare l’interesse attuale in sviluppo duraturo: combinando investimenti mirati, governance attenta e valorizzazione del capitale umano e culturale, il Paese può far leva su queste nuove tendenze per costruire un turismo più equilibrato, sostenibile e redditizio.

Ripresa sotto esame: come il PNRR, le PMI e la transizione guidano l’economia italiana nel 2024

L’economia italiana attraversa una fase di transizione che mescola segnali di ripresa e nodi strutturali irrisolti. Dopo la forte contrazione del 2020 e un rimbalzo nel biennio successivo, il 2023 e i primi mesi del 2024 hanno mostrato una crescita modesta ma costante, alimentata da investimenti pubblici, turismo in ripartenza e dinamiche di export selettive. Allo stesso tempo permangono sfide significative: un debito pubblico tra i più alti in Europa, bassa produttività nelle imprese e ritardi nella digitalizzazione. Questo articolo analizza i driver principali della crescita nel contesto italiano e valuta le implicazioni per imprese, policy maker e investitori.

Il contesto macroeconomico è caratterizzato da numeri che fotografano un’economia in equilibrio instabile. Il PIL ha mostrato aumenti modesti negli ultimi trimestri, con stime che indicano una crescita tra lo 0,6% e l’1% nel 2023 e previsioni prudenti per il 2024. L’inflazione, dopo il picco post-pandemico e della crisi energetica, è progressivamente scesa ma continua a pesare sui margini delle imprese e sul potere d’acquisto delle famiglie. Il debito pubblico rimane elevato, intorno al 140% del PIL, limitando lo spazio fiscale per manovre espansive. In questo scenario, due leve si distinguono: l’attuazione del PNRR e la capacità delle PMI di adattarsi al cambiamento tecnologico e ambientale.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), con risorse complessive di circa 191,5 miliardi di euro assegnate all’Italia, rappresenta il principale motore di investimento pubblico. Fondi per infrastrutture digitali, transizione energetica, formazione e innovazione possono avere effetti moltiplicatori sull’economia reale se spesi efficacemente. Esempi concreti emergono dai progetti di ammodernamento delle reti ferroviarie, dagli incentivi per l’efficienza energetica negli edifici pubblici e dalle reti broadband nelle aree meno servite. Tuttavia, la sfida operativa è la capacità amministrativa e la governance locale: ritardi nelle gare, complessità burocratiche e capacità di assorbimento variano molto tra regioni, determinando un impatto disomogeneo sul territorio.

Le piccole e medie imprese (PMI), cuore pulsante dell’economia italiana, sono al centro della transizione. Molte realtà familiari hanno avviato percorsi di innovazione di prodotto e processo, puntando su nicchie ad alto valore aggiunto nell’agroalimentare, nel made in Italy e nella meccanica di precisione. Tuttavia, il livello generale di digitalizzazione resta inferiore alla media europea: la diffusione di competenze digitali manageriali e tecnologiche nelle PMI è ancora insufficiente per scalare su mercati internazionali. L’accesso al credito si è progressivamente normalizzato rispetto ai tassi record della crisi, ma rimangono fragilità nei bilanci delle imprese più colpite dall’aumento dei costi energetici.

Un segmento in evidente ripresa è il turismo, che nel 2023 ha recuperato buona parte dei flussi internazionali persi durante la pandemia. Le destinazioni urbane e le regioni costiere hanno beneficiato di una forte domanda, con ricadute positive su trasporti, ristorazione e servizi. Questo recupero mette in luce due temi: la necessità di investire in qualità e sostenibilità per evitare un turismo di massa poco remunerativo, e la possibilità di fidelizzare clienti attraverso digitalizzazione dei servizi e offerta integrata tra cultura, enogastronomia e esperienze locali.

Guardando ai prossimi 24 mesi, le implicazioni sono chiare. Primo, servirà accelerare la capacità di spesa e la qualità degli investimenti legati al PNRR per ottenere effetti strutturali sulla produttività. Secondo, le PMI devono intraprendere percorsi mirati di digitalizzazione e formazione manageriale per sfruttare le opportunità dell’export e della catena del valore europea. Terzo, la politica economica dovrà bilanciare misure per contenere il debito pubblico e stimolare la crescita selettiva, privilegiando investimenti che aumentino la capacità produttiva e l’occupazione qualificata.

Le città del Nord consolidano il ruolo di hub industriali e tecnologici, ma la coesione territoriale rimane un tema prioritario: il Sud richiede investimenti mirati non solo in infrastrutture fisiche, ma anche in capitale umano. Infine, la sostenibilità non è più un’opzione: la transizione energetica e la green economy rappresentano opportunità competitive per le imprese italiane se accompagnate da incentivi a lungo termine e da una strategia industriale coerente.

In sintesi, l’economia italiana nel 2024 mostra segnali di resilienza ma necessita di politiche strutturali e di una più efficiente implementazione degli investimenti pubblici. Le scelte di imprese e istituzioni nei prossimi mesi determineranno se l’Italia riuscirà a trasformare lo slancio del PNRR e la ripresa del turismo in crescita sostenibile e inclusiva, riducendo al contempo le vulnerabilità storiche come il debito elevato e la bassa produttività.

Telefonia: tariffe in aumento nel 2026. Come difendersi ?

Il mondo delle tariffe telefoniche è soggetto a iniziative commerciali e di marketing che si traducono in costi iniziali molto allettanti, ma che spesso hanno durata limitata. Facile.it esorta, quindi, a leggere i dettagli dell’offerta che si sta sottoscrivendo, anche in funzione di eventuali costi di recesso che l’operatore potrebbe applicare qualora si decida di cambiare prima della scadenza dell’offerta

Considerando che nel 2026 le tariffe di telefonia mobile vedranno rincari fino a 60 euro l’anno, come fare a non finire dalla padella alla brace?
Anzitutto, consiglia Facile.it, se non si ha l’esigenza di assistenza fisica in negozio, optare per un operatore cosiddetto “virtuale” potrebbe far risparmiare fino al 25% del costo mensile (e ottenere una quantità elevata di GB in traffico dati).

Un operatore unico per fisso e mobile

Una strategia per risparmiare è anche quella di scegliere un operatore unico per la telefonia fissa e mobile. Alcune compagnie offrono sconti importanti, per un risparmio fino al 15%.

Oggi poi, oltre alle SIM tradizionali, sono disponibili schede SIM virtuali. Alcuni operatori legano a esse tariffe particolarmente allettanti, ma attenzione, perché richiedono device specifici: non funzionano su tutti i tipi di smartphone.
E occhio alle tariffe che potrebbero essere vincolate alla sottoscrizione di abbonamenti a PayTv o all’acquisto di smartphone.
Anche questa formula consente di risparmiare, ma attenzione al rischio dei ‘doppi abbonamenti’ o al periodo minimo di contratto.

Abbonamento versus ricaricabile e servizi extra

Quando si sottoscrive un contratto vengono chieste molte firme. Ma cosa si sta accettando sia in termini di privacy (alcuni consensi sono obbligatori per gestire il contratto, altri no) sia in termini di servizi? In alcuni casi, questi ultimi potrebbero essere a pagamento e non inclusi nella tariffa. Uno per tutti: la segreteria telefonica.

Un’altra scelta da valutare è quella fra SIM ricaricabile o abbonamento. Con la prima si paga solo ciò che “si usa”, ma si paga in anticipo rischiando di trovarsi senza credito, mentre l’abbonamento garantisce minuti/Giga/SMS illimitati e comodità (pagamento automatico) a costi fissi.

Giga, minuti, SMS e copertura

Le tariffe telefoniche si compongono solitamente di alcuni elementi: minuti di conversazione, SMS, traffico dati (Giga), tecnologia di connessione (normalmente 4G o 5G).

Prima di scegliere è importante capire quali sono le nostre necessità, così da valutare correttamente l’offerta. Se usiamo il telefono anche all’estero o verso numeri esteri verificare che la tariffa lo consenta senza costi astronomici. Fuori dai confini nazionali l’offerta potrebbe essere limitata, con minuti di chiamate e traffico dati inferiori rispetto a quello previsti l’Italia.
Quanto alla copertura di rete, se in città e nelle aree metropolitane la copertura telefonica dei diversi operatori è perfetta quasi ovunque, in alcune zone meno centrali non è così. Perciò, prima di sottoscrivere il contratto per cambiare fornitore controllare che la ricezione nella nostra zona di maggiore uso sia buona.

Beni di largo consumo: cresce la quota a valore della MDD: +42%

La Marca del Distributore (MDD) ormai si è saldamente radicata nel mercato alimentare europeo. Secondo i dati resi disponibili dall recente report ‘Demand Signals CPG Category Monitor’ di Circana, la presenza della MDD è ancora più marcata nel canale dei supermercati, dove la quota a valore ha raggiunto il 44% (175 miliardi di euro).

Poiché i supermercati agiscono come il canale più influente sia per la MDD sia per i Marchi Industriali, questo spostamento segna un momento significativo per il panorama della distribuzione.
La MDD ora rappresenta il 42% di tutte le vendite a valore dei beni di consumo confezionati nei sei principali mercati europei (Francia, Germania, Italia, Spagna, Paesi Bassi e Regno Unito), per un valore complessivo di 317 miliardi di euro.

Nonostante l’inflazione il settore CPG continua a migliorare

A settembre 2025 l’inflazione totale nella UE e nel Regno Unito ha raggiunto il 2,2% su base annua, spinta da tassi di inflazione superiori al 3% in paesi come Regno Unito, Paesi Bassi e Spagna, e toccando i livelli di picco in Francia e Germania. Sebbene l’inflazione alimentare sia scesa al 3,0%, rimane superiore ai livelli registrati in Italia, Paesi Bassi e Regno Unito.

Nonostante questo contesto inflazionistico, la performance del settore CPG (beni confezionati) ha continuato a migliorare. Nelle ultime 52 settimane, le vendite a valore hanno raggiunto 22,6 miliardi di euro, crescendo del 3,1%, mentre le vendite a unità sono aumentate dello 0,8%.
Questi incrementi sono stati trainati dalle categorie alimentari, responsabili di oltre il 90% della crescita totale del valore.

La crescita è guidata dalle categorie alimentari

Nelle categorie alimentari, la MDD ha generato oltre la metà di tutta la crescita di valore, rappresentando tre quarti della crescita a unità.
Categorie come il dolciario hanno registrato un incremento del 6,8%, guidato dall’aumento dei prezzi unitari, in particolare, nel cioccolato. Qui, la MDD ha aumentato i prezzi a quasi il doppio del tasso rispetto ai Marchi Industriali.

Anche le bevande hanno avuto una performance positiva (+6,5%,) guidata da acqua in bottiglia, bevande gassate e caffè, così come i prodotti refrigerati e freschi (+5,1%).

Si intensifica la competizione nei supermercati

Gli alcolici, al contrario, hanno continuato ad arrancare, con cali nelle principali categorie tra cui birra, vino e liquori, sebbene segmenti più piccoli, come gli spirit RTD, abbiano registrato una crescita.
La competizione all’interno dei supermercati rimane comunque intensa.

Nell’ultimo anno, i brand hanno ridotto il loro assortimento medio in modo più aggressivo rispetto alla MDD, sia nelle categorie alimentari sia in quelle non-alimentari. E sebbene la quota della MDD nei supermercati si sia mantenuta stabile nella EU6, nelle ultime 13 settimane si sono registrati lievi cali in Spagna, Paesi Bassi e Francia.

Investimenti digitali: stabile la crescita (+1,8% nel 2026), ma risorse non sufficienti

Secondo i risultati della ricerca degli Osservatori Startup Thinking e Digital Transformation Academy del Politecnico di Milano, nel 2026 il budget ICT delle imprese italiane crescerà dell’1,8% rispetto al 2025, in linea con il trend degli ultimi dieci anni.
In un quadro di espansione modesta dell’economia, in cui il Pil mostra prospettive di crescita dello 0,6% nel 2025 e dello 0,8% nel 2026, in Italia gli investimenti in innovazione digitale proseguono la loro crescita con un andamento confortante, che però non rappresenta ancora una svolta decisiva. 

Le imprese italiane sembrano pienamente coscienti dell’importanza del ruolo del digitale per la competitività e lo sviluppo, e la diffusione dell’AI sta creando grande entusiasmo. Ma questo non coincide ancora con adeguata capacità economica per gli investimenti in ICT.

Il contributo maggiore arriva dalle PMI (grazie al PNRR)

Per il terzo anno consecutivo, un importante contributo alla crescita degli investimenti digitali viene dalle piccole (+3,3%) e dalle medie imprese italiane (+5,2%), spinte dalle azioni del PNRR.
Il 44% delle imprese individua nelle scarse risorse economiche il principale ostacolo all’innovazione.

Tra le grandi aziende, al primo posto nelle priorità di investimento in digitale si conferma ancora una volta la cybersecurity (indicata dal 65% delle imprese), ma quest’anno al secondo posto sale l’Intelligenza Artificiale (57%), che con le sue declinazioni di Generative AI e Agentic AI interessa sempre di più tutti i settori. 
Seguono Big Data Management – Business Intelligence (49%) e Cloud migration e governance (35%).

Open Innovation, il futuro per le grandi imprese

Tra le Pmi, invece, le principali aree di investimento sono sicurezza informatica (45%), Industria 4.0 (37%), Cloud (32%) e ERP (30%).
La maggior parte delle grandi imprese (86%) ha avviato iniziative di Open Innovation, con una percentuale stabile negli ultimi anni che potrebbe indicare il raggiungimento di un plateau.

In prevalenza si tratta di attività inbound, come collaborazioni con università e centri di ricerca, scouting di startup e partecipazione a call4ideas o contest, mentre quelle outbound sono meno sviluppate.
Nonostante l’Open Innovation sia ormai pratica comune, non si traduce ancora in un consolidamento dei risultati generati.

“Le imprese italiane devono accelerare la maturità dell’innovazione”

“Tra le imprese e le startup italiane è ormai diffusa la consapevolezza di dover affrontare la trasformazione digitale in modo pervasivo, ma mancano ancora adeguate risorse per sostenere gli investimenti necessari e capacità per mettere a terra questa convinzione – afferma Alessandra Luksch, Direttore degli Osservatori -. Serve un cambio di passo, con leve concrete affinché imprese e startup possano creare valore per il Paese, di fronte alle sfide epocali che abbiamo di fronte. Sono necessari investimenti, formazione inclusiva, consolidamento degli ecosistemi di innovazione. In un contesto di crescita moderata e grandi sfide strutturali, le imprese italiane devono accelerare la maturità della propria innovazione, passando da iniziative sperimentali a modelli capaci di generare impatti misurabili nel tempo”.

Spiagge italiane: entro il 2050 potrebbero sparirne una su 5

La crisi climatica sta avendo un impatto enorme sui litorali, urbanizzati e non. L’Italia rischia infatti di perdere il 20% delle spiagge entro il 2050, e il 45% entro il 2100.
L’impatto però è anche sulle aree agricole costiere, con un’accelerazione dei processi di salinizzazione che imporranno pesanti strategie di adattamento.

E per l’innalzamento dei mari, le case di 800mila persone sono a rischio inondazioni temporanee o permanenti, erosione, pressione demografica e urbanistica. In questo quadro la crisi climatica agisce come ‘moltiplicatore di stress’, rendendo i problemi ambientali e socioeconomici ancora più gravi.
Lo rileva il XVII Rapporto ‘Paesaggi sommersi’ della Società Geografica Italiana.

A rischio l’Alto Adriatico, il 5’% dei porti e il 10% delle superfici agricole

I territori più a rischio sono l’Alto Adriatico e in misura minore la costa pugliese intorno al Gargano, diversi tratti della costa tirrenica tra Toscana e Campania, le aree di Cagliari e Oristano.
A rischio sono anche la metà delle infrastrutture portuali, diversi aeroporti, più del 10% delle superfici agricole, buona parte delle paludi, delle lagune e le zone costiere cosiddette ‘anfibie’, a cominciare dal Delta del Po e dalla Laguna di Venezia.

Il problema non è solo la perdita di spiagge o l’inondazione dei litorali, urbanizzati o meno, di costa bassa, ma l’artificializzazione della linea di costa, con implicazioni paesaggistiche e di aggravamento della vulnerabilità dei territori.

In riva al mare prosegue incessante il consumo di suolo

“Secondo stime inedite – spiega la Società Geografica Italiana – sono 800mila le persone che vivono in territori sotto il livello del mare atteso e che rischiano processi di ricollocazione o che dovranno essere protetti da difese costiere artificiali sempre più pervasive.
Basti pensare che la fascia costiera non è solo la zona in Italia con la maggior percentuale di suolo artificiale e urbanizzato, ma è anche un’area dove il consumo di suolo prosegue incessante. Il Rapporto evidenzia che l’Italia rischia di perdere circa il 20% e il 45% delle proprie spiagge al 2050 e al 2100 rispettivamente, con punte in Sardegna, Lazio, Friuli-Venezia Giulia e Campania”.

“Abbiamo trasformato la fascia costiera in un ambiente fragile e vulnerabile”

“Bonifiche, urbanizzazione, infrastrutturazione, abusivismo – aggiunge Stefano Soriani, professore di Geografia economico-politica all’Università Ca’ Foscari Venezia -: abbiamo trasformato la fascia costiera, un ambiente dinamico e instabile, in una linea di costa rigida e quindi fragile e vulnerabile.
Ora è indispensabile un cambiamento profondo dei regimi di gestione e pianificazione costiera, oltre che una ineludibile ma affatto scontata presa d’atto della centralità della ‘questione coste’ e della necessità di una sua ricomposizione a scala nazionale”.

Supply chain, come cambiano le catene di approvvigionamento 

Lo scenario è sempre più instabile anche per le catene di approvvigionamento. Anzi, le supply chain negli ultimi anni sono finite al centro di una tempesta perfetta. Prima la pandemia ha interrotto i flussi di materiali e trasporti, poi la guerra in Ucraina ha ridotto l’accesso a energia e materie prime. A questo si sono aggiunte le tensioni in Medio Oriente, con il traffico nel canale di Suez sempre più a rischio, e i nuovi attriti tariffari.

Per le imprese italiane questo significa dover rivedere processi e strategie, puntando su pianificazione più agile e strumenti in grado di anticipare i problemi.

Anche se i rischi sono noti, la prevenzione è scarsa

Secondo l’Osservatorio Supply Chain Planning del Politecnico di Milano, la maggior parte delle aziende (82%) controlla i principali fattori di rischio, ma solo poche si spingono più in là.

Appena un quarto delle grandi imprese e il 5% delle PMI ha aggiornato i modelli di gestione, e solo un’azienda su dieci ha veri piani di emergenza o scenari alternativi. In pratica, la vulnerabilità resta alta.

Il ruolo della componente umana

Al centro di ogni trasformazione, anche tecnologica, restano però le persone. Nel complesso, oltre il 60% delle imprese italiane (grandi e PMI) guida internamente i progetti di change management, confermando il valore strategico delle competenze interne.
Due terzi delle aziende scelgono di gestire internamente la trasformazione della pianificazione della supply chain, e solo metà delle grandi imprese investe nello sviluppo delle proprie risorse.

Il problema è che non sempre si investe abbastanza nella crescita professionale. Metà delle grandi aziende non offre percorsi strutturati di formazione, mentre quelle che lo fanno puntano su analisi dei dati, machine learning e intelligenza artificiale, strumenti ormai indispensabili per chi si occupa di pianificazione.

Digitalizzazione e automazione

Negli ultimi dodici mesi sei imprese su dieci hanno avviato progetti digitali, soprattutto per migliorare la pianificazione della domanda e della produzione. L’automazione guadagna spazio: le PMI guardano a soluzioni semplici di raccolta e gestione dati, mentre le grandi aziende provano sistemi più complessi come l’Intelligent Robotic Process Automation.

Accanto a queste iniziative, cresce anche l’attenzione verso la formazione tecnica e manageriale, vista come condizione necessaria per passare da una logica reattiva a una più proattiva.

Dati, sistemi e intelligenza artificiale

Uno dei nodi principali resta l’integrazione dei sistemi informativi. Molte aziende utilizzano ancora piattaforme solo parzialmente collegate, con poca visibilità sulla catena nel suo complesso.

Dove invece esiste una governance dei dati chiara, si aprono spazi interessanti per l’uso dell’intelligenza artificiale: dall’ottimizzazione delle scorte alla previsione della domanda, fino alla pianificazione dei trasporti. Ma per ora si tratta ancora di sperimentazioni, più che di pratiche diffuse.

Il limite culturale e organizzativo

I dati dell’Osservatorio fotografano una situazione chiara: le imprese italiane sono spinte a innovare da un contesto globale incerto, ma allo stesso tempo sono spesso frenate da limiti culturali e organizzativi.

La direzione però sembra segnata: integrazione dei sistemi, automazione e formazione saranno gli ingredienti chiave per costruire supply chain più resilienti e capaci di trasformare le crisi in opportunità di crescita.

Ecomafia: in Italia oltre 40mila reati contro l’ambiente nel 2024

Nel 2024 viene superato il muro dei 40mila reati ambientali: sono 40.590, +14,4% rispetto al 2023, per una media di 111,2 reati al giorno, 4,6 ogni ora.
Cresce senza sosta l’attacco delle ecomafie all’ambiente e la piaga della corruzione. Aumentano anche le persone denunciate, 37.186 (+7,8%), mentre il giro d’affari delle ecomafie vale 9,3 miliardi di euro (+0,5 miliardi) e cresce anche il numero dei clan coinvolti, 11 in più rispetto a quelli censiti nel precedente rapporto.

Aumentano anche le inchieste: 88 quelle censite dal 1° maggio 2024 al 30 aprile 2025 (+17,3% rispetto al 2023) e 862 le persone denunciate, +72,4%.
È quanto emerge dal nuovo rapporto di Legambiente “Ecomafia 2025. I numeri e le storie delle illegalità ambientali in Italia”.

Maggior numero di reati nella filiera del cemento

Si tratta di inchieste che vanno dalla realizzazione di opere pubbliche alla gestione di servizi, come quelli dei rifiuti urbani e la depurazione, passando per la concessione di autorizzazioni ambientali alle imprese.
Nel 2024 il 42,6% dei reati ambientali si concentra in 4 regioni (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia).

Il maggior numero di reati si riscontra, a livello nazionale, nella filiera del cemento (abusivismo edilizio, cave illegali, ai reati connessi agli appalti per opere pubbliche) con 13.621 illeciti accertati nel 2024 (+4,7%), il 33,6% del totale. Seguono i reati nel ciclo dei rifiuti (11.166, +19,9%), e quelli contro gli animali (7.222, +9,7%).

Impennata di illeciti contro il patrimonio culturale

Da segnalare l’impennata dei reati contro il patrimonio culturale (ricettazione ai reati in danno del paesaggio, scavi clandestini, contraffazioni di opere): 2.956 (+ 23,4%).

Per quanto riguarda le filiere illecite nel settore agroalimentare, a fronte di una leggera diminuzione dei controlli (-2,7%) si registra un aumento del numero di reati e illeciti amministrativi (+2,9%), nonché degli arresti (+11,3%).  A completare il quadro dell’illegalità ambientale del 2024 è la crescita degli illeciti amministrativi, 69.949 (+9,4%), equivalenti a circa 191,6 illeciti al giorno, 7,9 ogni ora. Per quanto riguarda i clan, dal 1995 al 2024 salgano a 389 quelli censiti.
Per quanto riguarda i delitti più gravi, al primo posto figura l’inquinamento ambientale con 971 illeciti (+61,3%) e 1.707 persone denunciate (+18,9%). 

Classifica per inchieste su corruzione

La Campania svetta al primo posto con 6.104 illeciti penali, il 15% del totale nazionale, con un aumento delle persone denunciate (5.580), dei sequestri effettuati (1.431) e un totale di 50 arresti. La Puglia sorpassa la Sicilia e ritorna al secondo posto (4.146 reati, 10,2% del totale), facendo registrare il maggior numero di arresti (69). Al terzo posto la Sicilia, con il 9,4% di illeciti penali. 

A livello provinciale Napoli (2.313 reati), si conferma al primo posto, seguita da Bari, che sale dal terzo al secondo posto (1.526) e da Salerno (1.321). 
In testa alla classifica regionale, la Campania, con 17 inchieste, seguita da Lombardia (16), Puglia (10), Sicilia, Lazio (8) e Calabria (6).

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