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Password modem: nel 2025 Admin in testa scalza 123456

Emerge dalla ricerca annuale sulle Top 200 Most Common Passwords di NordPass: , nel 2025 ‘Admin’ conferma il suo primato, seguita da ‘password’ dal secondo posto e dalla stringa numerica ‘123456’ al terzo, lo scorso anno in testa nel nostro Paese come password più utilizzata per il modem o altri dispositivi connessi.

Quando si acquista un nuovo router per navigare in Internet o una videocamera connessa, è infatti quasi sempre ‘Admin’ la password preimpostata per entrare nel pannello di gestione.
Da settembre 2024 a settembre 2025 ‘Admin’, o ‘admin’, minuscolo, risulta quindi in cima alla classifica delle chiavi alfanumeriche più utilizzate in Italia. E non solo dagli utenti senior, ma anche dai giovani.

Un modo per rendere più facile la vita ai criminali informatici

Stando ai ricercatori, la consuetudine di usare ‘admin’ si traduce in un problema di sicurezza, perché lasciare inalterate le chiavi di accesso fornite dai produttori dei router, webcam e di tanti altri prodotti che si collegano a Internet, può semplificare la vita ai criminali informatici.

Un esempio è il sito Shodan, considerato una sorta di Google degli oggetti connessi, che raccoglie il flusso di video che arrivano da videocamere alle quali non è stata cambiata la password di fabbrica, tra cui c’è proprio ‘admin’.
“Utilizzando almeno otto caratteri e una combinazione di lettere maiuscole, minuscole, numeri e simboli speciali, si rende la vita più difficile ai criminali”, consigliano infatti i ricercatori di NordPass sul loro sito web.

La mancanza di consapevolezza è trasversale

Se a livello globale la password preferita è, per il sesto anno di fila, ‘123456’, in Italia si affacciano anche termini nuovi, tra cui una bestemmia, e riferimenti calcistici come ‘Napoli1926’ (ottava) e ‘juventus’ (17esima).
Tra i nomi propri spiccano Veronica, Lorena, Maria, Silvia o Rodolfo.

La poca consapevolezza dei rischi che derivano dall’uso di password deboli è trasversale.
“Tendiamo a dare per scontato che le generazioni più giovani, nativi digitali, abbiano una comprensione più elevata della sicurezza informatica e dei suoi rischi – sottolinea NordPass -. Tuttavia, le abitudini di un diciottenne in materia di password sono molto simili a quelle di un ottantenne.

Le più utilizzate? Da 12345 a 1234567890

Le stringhe numeriche ‘12345’ e ‘123456’ sono le più utilizzate in ogni fascia d’età, così come altre semplici sequenze, da ‘1234567’ a ‘1234567890’, riferisce Ansa. Come risolvere questa difficoltà?

“Con l’uso della doppia autenticazione – suggeriscono i ricercatori -, che richiede l’inserimento di un codice ricevuto via sms o su un’app, o iniziando a usare la passkey, che permette di accedere a un servizio sfruttando la stessa autenticazione scelta per sbloccare lo smartphone”.
Questo consente di ottenere un’esperienza online sicura e fluida, e senza bisogno di password.

IT Wallet pubblico, in Italia sarà integrato all’interno dell’app IO

Emerge dall’Osservatorio Digital Identity del Politecnico di Milano: l’Italia prosegue nello sviluppo dell’IT Wallet pubblico, che verrà integrato all’interno dell’app IO.
Al momento è attiva la funzionalità Documenti su IO, che a oggi conta 7 milioni di utenti e 11,7 milioni di documenti memorizzati, mentre si attendono le linee guida per lo sviluppo degli IT wallet privati.

In parallelo prosegue la crescita dei sistemi esistenti. Oggi, 41,5 milioni di italiani hanno SPID, utilizzato complessivamente oltre 1 miliardo di volte in un anno, e 48,4 milioni di italiani usano la Carta di Identità Elettronica.
Di questi, 9 milioni hanno attivato anche le credenziali digitali tramite l’app CieID: a fine agosto 2025 si registravano 73,7 milioni di accessi.
Tuttavia, resta una quota rilevante di ‘scettici’, il 18% della popolazione, composta prevalentemente da utenti over 55.

UE: 22 progetti di cui 11 operativi

Il 2025 è stato l’anno della “messa a punto” per gli EUDI Wallet in Europa, ma la strada per una piena adozione è ancora lunga.
In UE sono 22 i progetti di digital identity wallet, di cui 11 già operativi, ma nessuno è ancora certificato come EUDI Wallet conforme a eIDAS2, il regolamento che definisce un quadro comune tra i Paesi per l’identità e l’autenticazione digitali.

In parallelo, alcuni Paesi vicini, come Regno Unito e Svizzera, hanno scelto di allinearsi agli standard europei per garantire l’interoperabilità.
Mentre l’Europa lavora su più fronti per sperimentare soluzioni all’interno del perimetro normativo di eIDAS2, nel mondo altri wallet evolvono con velocità molto differenti.

A livello globale 110 iniziative private

Alcuni Stati stanno stringendo partnership strategiche con le BigTech, che colgono l’occasione per potenziare e consolidare le loro soluzioni. In Giappone, ad esempio, Apple ha integrato la carta di identità nel proprio wallet, mentre negli USA Apple e Google hanno avviato la memorizzazione del passaporto, per ora utilizzabile solo per viaggi interni in alcuni aeroporti selezionati.

Ci sono poi diversi progetti fuori dall’ambito governativo. Si contano 110 digital identity wallet sviluppati da aziende private, spesso nati per gestire attributi di altra natura, come biglietti o carte di pagamento, e che ora prevedono la possibilità di memorizzare anche documenti di identità, seppur generalmente ancora privi di piena validità legale.

Il 50% degli italiani usa i wallet delle Big Tech

In Italia il 50% degli utenti usa i wallet digitali offerti da Google, Apple, o Samsung, prevalentemente per memorizzare carte di pagamento. E cresce la curiosità verso le novità introdotta da eIDAS2. L’EUDI Wallet interessa al 56% degli italiani, e quasi la metà preferirebbe che il wallet in cui inserire i propri documenti di identità fosse erogato dal Governo o da un ente pubblico piuttosto che privato.

Parallelamente, AgID sta definendo le Linee Guida della convenzione per i wallet provider privati. E si attendono l’integrazione di nuove credenziali e lo sviluppo di connettori informatici per l’utilizzo online dell’IT Wallet. 

Podcast: l’onda di popolarità continua ad avanzare

In un ecosistema mediatico in continua evoluzione, influenzato da cambiamenti tecnologici, nuove tendenze di consumo, strategie di offerta, creatori di contenuti e piattaforme, i podcast non solo incrementano l’audience, ma preservano anche la capacità di attrarre target ‘sfuggenti’: giovani (42% under35), laureati (29%), professionisti (14%).
Nell’ultimo mese, il 41% degli italiani tra 16 e 60 anni ha ascoltato almeno un podcast. Nel 2024 la quota si fermava al 39%.

Sono alcuni dati emersi dall’ultima edizione della Digital Audio Survey di Ipsos, che conferma come il podcast sia capace di offrire ai brand un modo efficiente ed efficace per costruire narrazioni stabilendo connessioni profonde con gli utenti. E si distingua come un mezzo in piena sintonia con le aspettative e i bisogni del pubblico. 

Ascoltatori più attenti, responsabili e proiettati sulle nuove tecnologie

Chi ascolta podcast si connota come consumatore più attento e responsabile, proiettato sulle nuove tecnologie, attratto da prodotti premium e ricettivo a consigli d’acquisto. Pur essendo ancora esposto alla tv lineare tende a guardarla in modo più saltuario, mentre mostra un’affinità superiore con il cinema.

Una visione non monolitica dell’audience dei podcast identifica quattro segmenti di pubblico, i cui tratti distintivi richiedono altrettante definizioni di strategie di marketing.
Il primo è il segmento Social First (35% dell’audience): include ascoltatori più giovani che vivono i podcast come intrattenimento ed evasione. Agganciati via social sono attratti da contenuti internazionali, sensibili agli speaker, ricettivi all’advertising e più propensi a pagare per i podcast.

Un’audience segmentata

Il segmento Addicted (19%), trasversale per età, usa molteplici canali di accesso ai podcast (siti, passaparola, search), è molto assiduo, coinvolto e soddisfatto. È il più ricettivo alla comunicazione di marca e ha una buona propensione a pagare per l’ascolto dei podcast, nei quali cerca informazione/apprendimento/intrattenimento.

Il segmento Pull (25%, in crescita) di giovani-adulti è più utilitarista, molto coinvolto, accede ai podcast quasi esclusivamente tramite search.
Il segmento Casual (21%, in calo) include individui più maturi, agganciati tramite siti di news, suggerimenti da app, passaparola. Ha una fruizione più saltuaria e meno investita. Dei podcast coglie soprattutto il valore informativo/educativo e di storytelling. 

Un mezzo capace mantenere alta l’attenzione, anche alla pubblicità

La relazione con i podcast rientra nel ‘tempo di qualità’ e di piena soddisfazione per chi ascolta (l 44% ascolta podcast più frequentemente rispetto a 1-2 anni fa). La popolarità aumenta senza che ne risulti penalizzata la capacità di mantenere l’attenzione del pubblico, infatti, il 62% ascolta podcast per la loro intera durata.

Un’altra prova del livello di engagement è la consolidata ‘serializzazione’ della fruizione. Otto ascoltatori su dieci ascoltano serie di podcast, nella maggioranza dei casi nella loro interezza.
L’efficacia dei podcast come veicolo pubblicitario, poi, perdura nel tempo. Il 79% degli ascoltatori ricorda pubblicità associate ai podcast e il 50% ha compiuto un’azione dopo l’esposizione a comunicazioni pubblicitarie. In particolare, ricerca di informazioni (33%), passaparola (23%), acquisto (16%). 

Attacchi informatici, PMI nel mirino: i virus si travestono da app

I cybercriminali sono sempre più spregiudicati, e furbi, e le PMI sono sempre più sotto attacco. Per le piccole e medie imprese italiane, infatti, il 2025 non è iniziato nel migliore dei modi sul fronte della sicurezza digitale. Secondo un’analisi di Kaspersky, quasi 8.500 aziende sono finite vittima di attacchi informatici.

Il trucco usato dai criminali è semplice quanto efficace: camuffare virus e software indesiderati sotto le sembianze di applicazioni comuni, quelle che milioni di persone usano ogni giorno.

Zoom, Office e ora anche l’intelligenza artificiale

A essere sfruttate più spesso sono state piattaforme come Zoom o i programmi della suite Microsoft Office. Ma la novità di quest’anno è il crescente utilizzo di strumenti di intelligenza artificiale come esca. ChatGPT, ad esempio, è stato imitato da 177 file pericolosi nei primi mesi del 2025, un aumento del 115% rispetto allo scorso anno. Anche DeepSeek, lanciato da poco, è già stato preso di mira decine di volte.

Gli esperti spiegano che i cybercriminali puntano sugli strumenti più popolari e di cui si parla di più. Per questo alcune applicazioni emergenti, meno conosciute dal grande pubblico, non vengono ancora sfruttate.

La trappola dietro una mail o un link

Il metodo è spesso lo stesso: una mail con un link ingannevole, un sito che sembra ufficiale o un’offerta troppo conveniente. Bastano pochi clic per scaricare un file che porta con sé malware, trojan o adware capaci di infettare i sistemi aziendali. E le conseguenze per le PMI, che non sempre hanno reparti IT strutturati, possono essere molto pesanti.

Phishing e spam sempre più credibili

Oltre ai virus, cresce il fenomeno del phishing. Le truffe puntano a rubare credenziali di accesso a piattaforme bancarie, servizi di consegna o account aziendali. In alcuni casi le vittime vengono convinte a fornire i propri dati con la promessa di una promozione della loro attività su X (ex Twitter).

Anche lo spam diventa più sofisticato: e-mail generate con l’aiuto dell’intelligenza artificiale offrono servizi “su misura” per le piccole imprese, come prestiti, campagne marketing o gestione della reputazione. Proposte che sembrano reali ma che nascondono insidie.

I consigli degli esperti

Per difendersi, Kaspersky suggerisce di puntare su sistemi di sicurezza aggiornati, controllare con attenzione link e indirizzi web, fare backup regolari e stabilire regole chiare per l’uso dei software aziendali.

In altre parole, serve tenere sempre alta la guardia. Perché spesso, ricordano gli esperti, basta un clic sbagliato per aprire la porta ai malfattori.

GenAI e regole UE: nuove norme su trasparenza, copyright e modelli avanzati

Dal 2 agosto sono scattati gli obblighi sull’Intelligenza artificiale generativa previsti dall’AI Act, la prima legge al mondo che detta le norme sullo sviluppo, l’immissione sul mercato e l’uso dei sistemi di AI.

Un nuovo set di regole, originariamente non previsto nella proposta della Commissione europea, è stato introdotto in corso d’opera in seguito ‘all’esplosione’ di ChatGpt. Ora infatti, secondo la legge europea, i fornitori di modelli Gpai, compresi quelli open-source, devono adempiere a due obblighi in materia di trasparenza e di copyright prima di immettere i modelli sul mercato UE.

Le norme riguardano i modelli di AI per finalità generali (Gpai), in particolare, quelli con rischi sistemici come Gpt-4 di OpenAI, Gemini di Google e Grok di xAI.

Rischi sistemici: più paletti per difendere i diritti fondamentali

Obblighi aggiuntivi sono previsti per i fornitori di modelli Gpai più potenti, in particolare, quelli che presentano rischi sistemici, come i rischi per i diritti fondamentali, la sicurezza e la potenziale perdita di controllo sul modello.
I fornitori dovranno quindi notificare immediatamente all’Ufficio europeo AI i modelli Gpai a rischio sistemico da immettere sul mercato UE.

L’AI Act, entrato in vigore il 1 agosto 2024, prevede un’attuazione a scaglioni delle disposizioni.
Le prime a essere state applicabili, dal 2 febbraio, sono quelle riguardanti le pratiche vietate, tra cui il riconoscimento facciale, le tecniche manipolative e il punteggio sociale.

I vantaggi per chi aderisce al Codice di buone pratiche

Le regole sui modelli Gpai sono dettagliate dal Codice di buone pratiche, uno strumento di adesione volontaria elaborato da esperti indipendenti e validato dalla Commissione e dagli Stati membri.
I fornitori che sottoscrivono e aderiscono al Codice beneficeranno di una riduzione degli oneri e di una maggiore certezza del diritto.

Per assistere i fornitori, l’esecutivo UE ha pubblicato anche linee guida che chiariscono chi deve rispettare gli obblighi.
I modelli Gpai sono definiti come quelli addestrati con oltre 10^23 Flop e in grado di generare linguaggio. Inoltre, la Commissione ha pubblicato un modello per aiutare i fornitori a riassumere i dati utilizzati per addestrare i loro modelli, riporta Ansa.

Chi ha aderito e chi no

Tra i firmatari del Codice di buone pratiche figurano OpenAI, l’azienda madre di ChatGPT, Google, Antrophic, la francese Mistral AI e la tedesca Aleph Alpha, oltre alle italiane Domyn e Almawave.

Microsoft ha confermato la propria adesione. Tra le new entry anche Amazon, Ibm e Fastweb, mentre xAI ha aderito solo alla parte del Codice relativi alla sicurezza.
Assente finora Meta, che lamenta “misure che vanno ben oltre l’ambito di applicazione della legge sull’AI”, e le società tech cinesi.

Innovazioni: il potenziale delle nuove tecnologie nell’engagement dei consumatori

Quali sono le abitudini digitali degli italiani in relazione alle innovazioni e agli ultimi trend tech? E come costruire engagement di successo per le aziende? 

Risponde l’Osservatorio Nuove Tecnologie di Ipsos, che ha identificato tre fattori cruciali: garantire la privacy dei dati personali degli utenti, evidenziare i benefici di accessibilità ad alcune attività, altrimenti precluse a persone con disabilità, e dimostrare l’efficienza della Realtà Virtuale nelle attività quotidiane, come l’acquisto di prodotti o servizi online.

Il 38% degli utenti teme però che la realizzazione di esperienze o contenuti in realtà estesa (XR) sia un modo per i brand di risparmiare a scapito della qualità. Per superare questa percezione, è fondamentale che le aziende investano in esperienze VR di alto livello, in ambienti tecnologicamente avanzati e user-friendly.

VR, AR e Gaming

Se nel confronto tra Realtà Virtuale e Realtà Aumentata (AR) la prima risulta più conosciuta e utilizzata rispetto alla AR, soprattutto tra i Millennials, il gaming si sta affermando come un mercato ad alto coinvolgimento le cui motivazioni variano con l’età. Per gli adulti è un passatempo rilassante, mentre per i più giovani (under40) rappresenta un modo per mettersi alla prova con sfide e sviluppo di nuove competenze. 

In ogni caso, il gaming non è un’attività solitaria. Molti utenti partecipano a competizioni di gioco allargate, rendendo questi contesti virtuali una piazza ampia e promettente per i brand. 
Nonostante una persona su due consideri il contesto di gioco un terreno fertile per l’advertising, a oggi solo una piccola percentuale ha acquistato prodotti pubblicizzati nei giochi.

Come invogliare la presenza dei brand nei giochi?

Inoltre, una quota consistente di intervistati non percepisce ancora chiari vantaggi della presenza dei brand nei giochi, ma sarebbe disposta a non saltare gli annunci pubblicitari in-game se ricevesse ricompense reali, come sblocco di contenuti, passaggi di livello o potenziamenti temporanei del proprio personaggio.

Quanto all’AI suscita sentimenti contrastanti. Da un lato, si pensa possa semplificare i processi, dall’altro si teme la perdita di posti di lavoro e la presunta minaccia alla creatività.
Nonostante queste preoccupazioni, la maggioranza si dichiara disposta ad acquisire competenze legate all’AI per integrarla nel lavoro, una percentuale in aumento rispetto alle precedenti rilevazioni dell’Osservatorio.

AI: una cauta apertura al suo utilizzo

I settori in cui ci si aspetta un uso più rilevante dell’AI sono quello medicale (telemedicina e automazione), sicurezza (sistemi di riconoscimento facciale) e in misura minore Marketing e comunicazione.

In questo ambito, persistono timori riguardo un possibile utilizzo distopico e spersonalizzante dell’AI, con scarsa attenzione alla privacy degli utenti esposti a contenuti generati con AI.
Un valore aggiunto potrebbe essere riconosciuto se, tramite dispositivi VR, i dati raccolti e analizzati con l’Intelligenza artificiale offrissero esperienze future più piacevoli o vantaggi concreti. Questo suggerisce una relativa e cauta apertura al suo utilizzo. 

Approvato il Regolamento per una maggiore trasparenza nel mercato delle comunicazioni elettroniche

L’Agcom ha approvato il nuovo Regolamento in mabito di comunicazioni elettroniche, un pacchetto di misure atte a rafforzare la trasparenza delle condizioni dell’offerta dei servizi e contrastare la pratica dello spoofing, ovvero, l’illegittima modifica del numero telefonico del chiamante (CLI – Calling Line Identity).

Le nuove disposizioni contrastano le frodi perpetrate utilizzando un numero telefonico modificato in modo da ‘presentarsi’ come un soggetto pubblico o privato, come le Forze dell’ordine o una banca. Inoltre, prevedono misure tecniche volte a ostacolare il fenomeno del telemarketing e teleselling aggressivo e illegale, che utilizza un numero telefonico inesistente per impedirne l’identificazione da parte dell’utente. 

Stop alle false chiamate dall’estero

È previsto anche il blocco delle chiamate provenienti dall’estero verso l’Italia, che espongano un identificativo del chiamante corrispondente a un numero italiano in modo illegittimo.
La delibera prevede pertanto, in capo agli operatori nazionali che ricevono chiamate consegnate da operatori esteri, l’obbligo di bloccare e non terminare in Italia le chiamate con numero fisso italiano e quelle con numero mobile italiano, a meno che l’utente non sia effettivamente in roaming all’estero.

L’operatività delle misure sarà realizzata in due passaggi: dopo tre mesi la pubblicazione del provvedimento verrà attuato il blocco delle chiamate dall’estero con numero chiamante italiano di rete fissa, e dopo sei mesi il blocco delle chiamate con numero chiamante italiano di rete mobile.

5G: obbligo di chiarezza nelle offerte

Il Regolamento introduce anche un sistema di classificazione per le offerte di servizi di comunicazione mobile su tecnologia 5G. In dettaglio, conferma gli obblighi di trasparenza delle condizioni economiche di offerta esistenti, definendo tuttavia in modo più puntuale l’elenco delle informazioni che i fornitori di servizi di telefonia e accesso a internet sono tenuti a pubblicare.

Tale aggiornamento mira a rafforzare i diritti degli utenti attraverso una maggiore chiarezza, completezza e confrontabilità delle offerte disponibili sul mercato. 

Consumo di dati e blocco del traffico

Ulteriori novità riguardano le comunicazioni relative al consumo dei dati: è stato integrato l’obbligo informativo al raggiungimento dell’80% del plafond di Giga previsto dall’offerta, con l’introduzione di un riferimento esplicito al blocco automatico del traffico dati al superamento del 100%.

L’utente dovrà dunque esprimere un consenso attivo per riattivare la navigazione, a tutela del controllo dei costi e dell’esperienza d’uso. 
Viene introdotto un obbligo di preavviso di un mese agli utenti finali in caso di cessazione di servizi da parte di un fornitore, comunicato in modo appropriato e includendo informazioni sulla possibilità di passare per tempo a un altro operatore.

Cybersecurity: i timori dei responsabili IT per la GenAI “vulnerabile” 

È quanto emerge dalla nuova ricerca di Sophos X-Ops dal titolo ‘Beyond the Hype: The Businesses Reality of AI for Cybersecurity’,: nonostante le funzionalità di Intelligenza artificiale generativa siano state adottate dal 65% dei responsabili IT, l’89% teme che le vulnerabilità presenti nei tool di cybersicurezza AI possano mettere a rischio la protezione delle rispettive aziende.

La ricerca, condotta su 400 responsabili IT per analizzare le implicazioni dell’utilizzo della GenAI nell’ambito della sicurezza informatica, rivela inoltre che per l’80% dei responsabili IT la GenAI aumenterà significativamente il costo dei tool per la cybersicurezza ma allo stesso tempo offrirà un percorso verso la riduzione della spesa complessiva.

L’87% ritiene infatti che i risparmi potranno controbilanciare i costi, e il 75% concorda sul fatto che sia difficile quantificare i costi della GenAI all’interno dei prodotti per la cybersicurezza.

“Potenzialità fantastiche, ma per ottenere benefici occorrono supervisori umani”

“Come accade in molti altri casi, anche nei confronti dei tool GenAI la parola d’ordine dovrebbe essere ‘fidarsi ma verificare sempre’. Non è che abbiamo insegnato alle macchine a pensare: semplicemente abbiamo fornito a esse il contesto che permette di velocizzare l’elaborazione di enormi quantità di dati – ha dichiarato Chester Wisniewski, director, global field CTO di Sophos -. Le potenzialità di questi strumenti per accelerare i workload della sicurezza sono fantastiche, ma per poterne concretizzare i benefici occorrono sempre contesto e comprensione da parte di supervisori umani”.

Il pericolo dell’assenza di responsabilità nei confronti della sicurezza

Con la tecnologia AI integrata in una qualche forma all’interno delle infrastrutture di cybersicurezza del 98% delle aziende, i responsabili IT hanno espresso i loro timori verso un’eccessiva dipendenza dalla AI. Infatti, l’87% degli intervistati si è dichiarato preoccupato rispetto alla conseguente assenza di responsabilità nei confronti della sicurezza informatica.

Di fatto, alcuni criminali informatici stanno sfruttando la GenAI per automatizzare attività di routine, come la preparazione dei messaggi di mass mailing e l’analisi dei dati. Altri, invece, hanno integrato la tecnologia nei toolkit usati per spam e social engineering.

Priorità diverse a seconda delle dimensioni aziendali

Organizzazioni di diverse dimensioni hanno espresso priorità differenti riguardo l’utilizzo della GenAI.
Se le realtà più grandi, quelle da oltre 1.000 dipendenti, considerano prioritario il rafforzamento della protezione, il beneficio più cercato dalle aziende con 50-99 dipendenti riguarda la riduzione del burnout del personale.

Tuttavia, l’84% degli intervistati ha espresso preoccupazione nei confronti della riduzione dei professionisti assegnati alla cybersicurezza. Si tratterebbe della conseguenza di aspettative irrealistiche circa la capacità della AI di rimpiazzare gli operatori umani.

L’IA avanza, ma solo l’11,4% delle imprese la utilizza

L’utilizzo dell’Intelligenza artificiale (IA) nel panorama imprenditoriale italiano, sebbene in crescita, non ha ancora raggiunto una diffusione di rilievo. Nel 2024, solo l’11,4% delle imprese ha integrato questa tecnologia nei propri processi produttivi, un aumento rispetto al 5,7% registrato nel 2021, ma ancora distante da una penetrazione su larga scala.

Nel frattempo, altri strumenti digitali come il Cloud (44,4%), i sistemi di pagamento digitali (41,3%) e la cybersicurezza (41,2%) hanno visto investimenti più decisi da parte delle aziende.

Prospettive di crescita nel prossimo triennio

Nonostante la lenta adozione attuale, l’attenzione verso l’IA sta crescendo rapidamente. Secondo un’analisi condotta da Unioncamere e Dintec, basata sui dati dell’Osservatorio Punti impresa digitale delle Camere di commercio, il 18,9% delle imprese prevede di includere questa tecnologia nei propri piani di investimento entro il triennio 2025-2027.

L’IA è ormai considerata una priorità per il futuro, superando altre innovazioni digitali.

Il ruolo delle istituzioni e la sfida della digitalizzazione

Andrea Prete, presidente di Unioncamere, evidenzia l’importanza delle tecnologie digitali per rafforzare la competitività delle imprese italiane. Attraverso iniziative come i Punti impresa digitale (Pid), il sistema camerale ha già supportato oltre 750mila imprese, con l’obiettivo di raggiungerne un milione entro i prossimi tre anni.

La strategia prevede il rafforzamento delle collaborazioni con enti di ricerca nazionali, così da agevolare l’incontro tra domanda e offerta tecnologica e promuovere una digitalizzazione più consapevole.

L’IA è diffusa soprattutto nelle imprese del Centro Nord 

L’adozione dell’IA non è uniforme sul territorio nazionale, con una netta predominanza del Centro-Nord. Lombardia, Piemonte, Lazio, Emilia Romagna e Veneto ospitano il 67,8% delle imprese che utilizzano questa tecnologia, con Milano, Roma e Torino tra le città più avanzate.

Dal punto di vista settoriale, il 75,2% delle aziende che sfrutta l’IA opera nei Servizi, in particolare nei Servizi di informazione e comunicazione (34,5%). Questi ultimi utilizzano l’IA soprattutto per sviluppare software e fornire consulenza informatica. Il settore manifatturiero e il commercio seguono con circa il 10% ciascuno, mentre agricoltura e altre industrie rappresentano meno del 3%.

Conclusioni

Nonostante i progressi, l’Intelligenza artificiale rimane una tecnologia ancora in fase di consolidamento nel tessuto imprenditoriale italiano. Con il supporto delle istituzioni e una crescente consapevolezza dei suoi benefici, il prossimo decennio potrebbe segnare una svolta nella sua adozione.

Shopping natalizio e Black Friday: chi sono gli acquirenti più ispirati dai content creator?

Secondo l’analisi condotta da Pulse Advertising ed Eumetra nell’ambito dell’Osservatorio InSIdE, su oltre 29 milioni di italiani che seguono almeno un creator,  oltre 21 milioni (57%) quotidianamente ne prendono in considerazione un prodotto proposto.
Ma quanto peseranno quest’anno i social media sulle decisioni di acquisto per Natale, e quanto hanno pesato per il Black Friday?

Anzitutto, la prima differenza che emerge nell’uso dei social è generazionale. GenX e Boomer compiono una sorta di ‘percorso completo sul web’ tra suggerimenti di un prodotto sui social e ricerca del medesimo prodotto sul web in generale, per poi procedere all’acquisto. Per Millennial e GenZ questo percorso non è così scontato, poiché oltre che per lo shopping, usano i social anche per entertainment e informazione.

Per gli acquisti Facebook è trasversale

In termini di social che ispirano gli acquisti e convertono emerge la predominanza di Facebook trasversale in tutte le fasce di età, giovanissimi compresi.

Probabilmente la presenza della sezione ‘marketplace’ interna alla piattaforma aumenta la capacità di conversione reale. Questo, grazie a un percorso meno mediato, con passaggi più fluidi che non costringono a uscire dalla piattaforma, ma permettono di concludere l’acquisto in modo immediato e diretto.
GenX e Boomer sono tra gli utenti che maggiormente acquistano online anche su Instagram, mentre la GenZ acquista online lasciandosi ispirare senza fare differenza tra Instagram e TikTok.

Dal Beauty alla Moda i tassi di conversione delle categorie merceologiche

Nel Beauty più di due utenti su tre (68%) acquistano effettivamente dopo aver preso in considerazione (13%) il prodotto presentato sui social dal content creator, in particolare Millennials e meno GenZ.

Per quanto riguarda la categoria Food&Beverage, a fronte di una considerazione del prodotto simile a quella del Beauty (12%), scende al 55% la percentuale degli utenti social che concludono l’acquisto. Tra chi acquista referenze nel settore Food&Beverage è predominante la GenX.
Anche nella Moda è la GenX a determinare percentuali di conversione simili a quelle del Beauty, segno, forse, di una maggiore efficacia dei creator in questo settore, che d’altronde è stato anche il primo a esplorare la comunicazione sulle piattaforme social.

Millennial e GenX trainano Tech e Travel

La capacità di mostrare il prodotto indossato e magari anche combinato sapientemente con accessori e cromie studiate, lo rende immediatamente accattivante e più ‘vivo’ rispetto a uno scatto su e-com o indossato da un manichino.
Tech e Travel mostrano, invece, livelli di conversione buoni, ma inferiori a quelli di Beauty e Fashion.

Anche in questo caso, a trainare sono Millennials e GenX, con la GenZ più fredda. Ma se un prodotto Beauty, Moda o F&B ha dimensioni e prezzi ridotti a fronte di migliaia di referenze fra cui scegliere, su referenze tecnologiche o destinazioni di viaggio pesa un impegno di spesa nettamente maggiore. E una pianificazione dell’acquisto necessaria, oltre al vincolo decisionale legato anche ad altre variabili: periodo di ferie o prestazioni tecniche effettiva del prodotto.

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