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Estate: anche nel 2025 gli italiani scelgono il mare, ma temono gli insetti

Gli insetti infestanti hanno il potere di influenzare la meta delle vacanze? Quest’estate il 53% degli italiani trascorrerà le vacanze nel Belpaese e al mare, mentre il 18% sceglierà una meta europea e il 10% il fresco della montagna. Ma a guidare i connazionali nella scelta, per il 15% proprio la tipologia di infestanti che potrebbero incontrare.

A rivelarlo è una nuova indagine condotta da Rentokil. Il 16% degli intervistati è infatti terrorizzato all’idea di poter incontrare strani infestanti in viaggio, e un 31% ammette di aver sviluppato una sensibilità al ‘tema insetti’ con l’avanzare dell’età, e di prestare a esso maggiore attenzione superata la gioventù.
Il resto degli intervistati, invece, afferma di non essere spaventato da nulla.

Nella valigia non mancano i repellenti

Eppure, per quanto la maggior parte degli italiani sia avventuriera nella valigia di quasi 1 italiano su 2 non mancano repellenti e trattamenti per evitare punture, principalmente di zanzare, causa di problemi più frequente per il 61% dei viaggiatori. 

Secondo gli ultimi dati riportati dall’ISS dall’1 gennaio al 31 maggio 2025 in Italia si sono registrati 60 casi di Dengue tutti associati a viaggi all’estero (età media 41 anni, 53% di sesso maschile, nessun decesso), 13 casi confermati di Chikungunya, anch’essi associati a viaggi all’estero (età media 50 anni, 54% di sesso maschile, nessun decesso), 4 casi di Zika virus, 5 casi di TBE e 1 di Toscana virus.

Struttura ricettiva: l’igiene è un criterio importante

Non solo la destinazione, ma anche e soprattutto la struttura ricettiva sono importanti.
Per il 61% degli intervistati la sicurezza igienica e la prevenzione da infestanti rappresentano un criterio principale nella scelta della struttura.

Un altro 31% ritiene questi fattori abbastanza importanti, ma non decisivi e li considera pari ad altri fattori rilevanti nella scelta, come prossimità al centro e a luoghi di interesse, efficienza dei collegamenti con i mezzi pubblici, rapporto qualità/prezzo, servizi offerti, personalizzazione dell’esperienza e attenzione all’ambiente.
Quasi il 9%, poi, si fida semplicemente delle foto, o addirittura, non ci pensa mai.

Pulizia e prevenzione delle infestazioni negli hotel

Di fronte al più temibile degli scenari, ovvero, trovare le cimici dei letti o un altro infestante nella stanza d’albergo, il 71% chiederebbe un cambio di stanza immediato, suggerendo un intervento di disinfestazione alla struttura.
Il 29%, invece, chiederebbe un rimborso rifiutando l’intero soggiorno, Per nessun intervistato trovare infestanti in camera sarebbe ignorabile.

Emerge quindi l’esigenza di ricevere maggiori informazioni rispetto ai servizi e alle misure preventive adottate. Per il 35% sarebbe importante avere informazioni chiare e trasparenti sulla pulizia e l’igiene delle strutture turistiche, e il 27% si sentirebbe al sicuro sapendo che hotel e B&B effettuano con regolarità servizi di disinfestazione.

Lavoro: pronti 595mila posti a giugno e quasi 1,5 milioni nel trimestre estivo

La bella stagione porta buone notizie sul fronte del lavoro. Le imprese italiane, infatti, continuano a offrire numerose occasioni di impiego: a giugno 2025 sono state segnalate 595mila opportunità lavorative, che salgono a quasi 1,5 milioni considerando il trimestre giugno-agosto.

Si registra così un aumento di circa 29mila posti (+5,1%) rispetto a giugno 2024 e di oltre 83mila unità (+6,0%) sullo stesso periodo dell’anno precedente.

Settori trainanti e dinamiche di assunzione

Secondo il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, elaborato da Unioncamere e Ministero del Lavoro con il supporto dell’Unione Europea, il comparto manifatturiero mostra segnali positivi con oltre 2mila contratti in più rispetto a un anno fa (+2,9%).

I servizi fanno registrare un robusto incremento di 28mila assunzioni (+6,4%), mentre il settore delle costruzioni subisce un lieve calo (-1mila contratti; -2,6%).

I “numeri” di industria e servizi 

L’industria richiede a giugno circa 137mila lavoratori, cifra che cresce a 358mila nel trimestre estivo. La meccatronica guida la domanda nel manifatturiero con 19mila posizioni aperte nel mese e 51mila nel trimestre, seguita dai settori alimentare e metallurgico. Le costruzioni prevedono 50mila assunzioni mensili e 127mila trimestrali.

Nel mondo dei servizi, invece, sono offerte 458mila opportunità a giugno e oltre 1,1 milioni nel trimestre, con il turismo che si conferma primo datore di lavoro (175mila a giugno, 392mila nel trimestre).

Rimane la difficoltà nel reclutare candidati

Aumenta il ricorso ai contratti a tempo determinato, che rappresentano il 63,7% delle assunzioni previste, con 379mila posti, in crescita di 29mila rispetto a giugno 2024. I contratti a tempo indeterminato rimangono stabili intorno al 15,6% (93mila).

Resta elevata ma in lieve diminuzione (45,4%) la difficoltà delle imprese nel trovare candidati, con un calo di oltre 2 punti percentuali rispetto all’anno scorso.

I settori dove c’è il maggiore mismatch tra domanda e offerta 

Le difficoltà maggiori si registrano nelle industrie metallurgiche (63,3%), nelle costruzioni (61,4%) e nel tessile-abbigliamento (59,7%).

Tra le figure più ricercate e difficili da reperire ci sono ingegneri (54,4%), tecnici in vari ambiti (oltre il 60%) e operai specializzati, soprattutto nelle lavorazioni metalliche e tessili, con tassi di difficoltà che superano anche l’80%.

Giovani e manodopera straniera: una risorsa fondamentale

Circa il 31% delle assunzioni a giugno riguarda giovani under 30, con punte nel settore finanziario (51,5%), media (41,8%) e commercio (41,6%). Inoltre, il 18,5% delle imprese prevede di inserire lavoratori stranieri, soprattutto nei servizi di supporto (31,1%), trasporti (30%) e costruzioni (20,9%).

Ottime performance al Sud

Guardando alla distribuzione territoriale, il Sud e le Isole registrano un incremento di 14mila ingressi rispetto a un anno fa, toccando quota 185mila. Seguono il Centro (+8mila) e il Nord Est (+7mila).
L’unica area in lieve flessione è il Nord Ovest, con 1.000 posti in meno rispetto a giugno 2024.

Omnicanalità: l’evoluzione per Retail ed e-commerce

L’e-commerce non è più un canale aggiuntivo per il Retail, ma parte di una strategia integrata che coinvolge tutti gli asset.
Secondo  l’analisi ‘ReSync’ di Human Highway, nel 2025 il 90% delle grandi insegne del Retail organizzato offrono ai loro clienti il servizio di acquisto online.

Ciò che infatti appare innegabile è che per il Retail sia arrivata l’era dell’omnicanalità. Chi non saprà adattarsi rischia di rimanere ai margini di un mercato sempre più competitivo.
Negli ultimi anni, il settore Retail ha infatti conosciuto una trasformazione senza precedenti, dovuta alla crescente adozione delle nuove tecnologie da parte dei consumatori, e alla configurazione di nuovi canali digitali. 

Essere presenti sul Web non basta più 

Se prima l’e-commerce poteva sembrare un vantaggio competitivo, oggi è un requisito base per le insegne. Tuttavia, non basta più essere presenti sul Web. Da alcuni anni il vero tema di dibattito è l’integrazione tra i diversi canali, ovvero, l’omnicanalità.

Il passaggio dal semplice approccio multicanale a un’esperienza fluida tra ‘fisico’ e digitale ha ridefinito le dinamiche di vendita e la relazione con i clienti.
Servizi come l’acquisto online con ritiro in negozio (click&collect) o il ‘reso in store’ di prodotti acquistati sul web sono sempre più diffusi, perché offrono vantaggi ai consumatori (risparmio sui costi di spedizione, maggiore flessibilità) e ai retailer (possibilità di intercettare il cliente anche nel punto vendita fisico).

Differenze tra i vari settori

Non tutti i comparti del retail si sono mossi verso l’omnicanalità con la stessa rapidità.
L’Elettronica ha intrapreso questa strada dal 2017 e il Fast Fashion/Sport ha seguito un andamento parallelo. Media & Editoria ha mostrato un grande slancio nel 2020, l’anno della pandemia, e il Lusso è cresciuto, ma in modo più graduale, a causa di una customer experience che punta sull’esclusività del negozio fisico.

Per la GDO l’adozione di servizi integrati sta invece procedendo più lentamente, per via delle sfide logistiche e distributive. Tuttavia, il trend è in costante sviluppo.
Quanto a Farmacia/parafarmacia sta soffrendo la frammentazione del mercato e la carenza di risorse per implementare tecnologie di vendita online e customer care digitale.

Cosa aspettarsi dal futuro

Il consolidamento dei servizi omnicanale durante il 2023 pone una domanda sul futuro. Assisteremo a un’ulteriore evoluzione delle piattaforme e delle strategie di integrazione, o ci troviamo di fronte a un plateau di maturità?
Molte aziende sembrano intenzionate a investire ancora su sistemi che consentano di rendere più fluida l’esperienza del cliente, riducendo la separazione tra il mondo online e quello offline.

Il raggiungimento di un alto livello di integrazione dei canali richiede però investimenti in tecnologia, formazione del personale e riorganizzazione interna. Aspetti non sempre semplici da gestire in tempi brevi.
È probabile che la competizione tra i settori si giocherà su chi saprà innovare, adattando rapidamente i processi e creando un’esperienza unica, indipendentemente dal canale di vendita scelto dall’utente.

Lifelong learning e carriera: l’importanza della formazione continua

In un mondo in cui non esistono competenze definitive, il lifelong learning è diventato essenziale. Si tratta di un approccio educativo che riconosce l’importanza della formazione continua e dell’acquisizione di nuove competenze e conoscenze per tutta la durata della vita lavorativa e personale. Non si tratta solo di aggiornare le proprie abilità tecniche, ma di sviluppare anche quelle trasversali, come le soft skills, sempre più apprezzate dalle aziende.

Come risulta dalla ricerca del Global Talent Barometer 2024, la maggior parte delle persone (85%) è convinta di possedere le skills adatte per svolgere il proprio lavoro. Tuttavia, il World Economic Forum stima che il 60% delle persone necessiti di una formazione aggiuntiva. E solamente il 42% riceva, in realtà, il giusto aiuto per crescere.

Competitività e crescita

Il rapido avanzamento tecnologico e la globalizzazione richiedono un apprendimento continuo per mantenere un vantaggio competitivo. Quest’evoluzione della formazione si basa sull’aggiornamento delle competenze tecniche (hard skills) e lo sviluppo di quelle trasversali (soft skills). Le prime possono includere l’apprendimento di nuovi software, linguaggi di programmazione o processi tecnologici, indispensabili per adattarsi alle innovazioni del settore.

Anche le soft skills giocano un ruolo cruciale. Competenze come problem-solving, comunicazione efficace, capacità di adattarsi rapidamente ai cambiamenti sono indispensabili in un contesto lavorativo che non si ferma mai. Queste abilità permettono a professioniste e professionisti di rispondere con efficacia a situazioni impreviste, lavorare bene in team e gestire lo stress legato a cambiamenti rapidi e nuove responsabilità.

Upskilling e reskilling

L’upskilling e il reskilling sono due strategie di formazione continua strettamente collegate al concetto di lifelong learning, ma con obiettivi e modalità specifiche.
In particolare, l’upskilling è il potenziamento delle competenze già possedute, per renderle più pertinenti nel contesto attuale. In pratica, l’upskilling rende chi lavora migliore nel suo ruolo attuale, integrando nuove abilità.

Il reskilling, invece, è il processo di apprendimento di competenze completamente nuove per consentire a chi lavora di svolgere un ruolo diverso rispetto a quello attuale. Questa strategia è particolarmente utile nei casi in cui alcune professioni siano destinate a cambiare o a scomparire a causa di innovazioni tecnologiche.

L’impatto sulla produttività

Investire nell’apprendimento continuo è una strategia vincente per l’individuo e le aziende. A livello personale, consente di ampliare e aggiornare costantemente le proprie competenze, permettendo di adattarsi con maggiore facilità ai cambiamenti del mercato e alle nuove tecnologie. Questo tipo di investimento rappresenta una risorsa fondamentale per affrontare i ruoli lavorativi più complessi.

Dal punto di vista aziendale, il lifelong learning apporta vantaggi in termini di produttività e competitività. Un personale costantemente aggiornato è in grado di ottimizzare i processi, proporre soluzioni innovative e migliorare l’efficacia operativa.
Inoltre, una cultura orientata alla crescita professionale aiuta a mantenere elevata la motivazione, riducendo il turnover e i costi associati alla sostituzione del personale. 

Italia promossa in riciclo: nel 2024 raccolte 360.000 tonnellate di RAEE

Nel 2024, l’Italia ha avviato al corretto riciclo quasi 360.000 tonnellate di Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE) domestici, registrando un aumento del 2,5% rispetto all’anno precedente. Questo dato emerge dal Rapporto Annuale del Centro di Coordinamento RAEE, che dal 2008 monitora e sintetizza i risultati della raccolta complessiva effettuata in Italia dai sistemi collettivi dei produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche.

Dal 2022, il rapporto include anche i dati della raccolta diretta effettuata dalle aziende di gestione rifiuti in accordo con il CdC RAEE, fornendo una panoramica più completa della raccolta a livello nazionale.

L’impatto positivo di comportamenti virtuosi

Nel 2024, i sistemi collettivi consorziati hanno gestito complessivamente 358.138 tonnellate di rifiuti elettronici, con un incremento di circa 9.000 tonnellate rispetto all’anno precedente. A questo volume si aggiungono ulteriori 964 tonnellate raccolte volontariamente dai consorzi.
L’aumento è dovuto principalmente alla crescita del riciclo dei piccoli elettrodomestici e dei dispositivi elettronici di consumo (Raggruppamento 4), che compensa il calo dei volumi di TV e monitor (Raggruppamento 3), ancora influenzati dall’erogazione del Bonus TV del 2021. Grazie a questi risultati, la raccolta media pro capite ha raggiunto i 6,07 kg per abitante.

Giuliano Maddalena, presidente del Centro di Coordinamento RAEE, sottolinea: “Questo risultato conferma il potenziale del sistema di raccolta, che continua a migliorare le proprie performance. L’aumento dei piccoli RAEE dimostra l’efficacia delle iniziative di microraccolta e delle campagne di sensibilizzazione supportate dai produttori di apparecchiature elettroniche. Nel 2024, sono stati stanziati oltre 29 milioni di euro per finanziamenti ai Comuni e miglioramento dell’efficienza del sistema.”

Cresce la raccolta di elettronica di consumo e piccoli elettrodomestici 

Il settore dell’elettronica di consumo e dei piccoli elettrodomestici ha registrato l’incremento più marcato, con una crescita del 7,5% e un totale di 82.471 tonnellate recuperate. Anche i grandi elettrodomestici hanno mostrato un trend positivo, con un aumento del 3,3% per i dispositivi di raffreddamento e refrigerazione e del 4% per i cosiddetti “grandi bianchi”.

In controtendenza, la raccolta di televisori e monitor ha subito una riduzione del 10,9%, mentre i dispositivi di illuminazione sono rimasti sostanzialmente invariati rispetto all’anno precedente.

Distribuzione geografica della raccolta

L’analisi regionale mostra una crescita nella maggior parte delle regioni, con aumenti superiori al 5% in Valle d’Aosta (+8,7%), Lombardia (+7,8%), Friuli Venezia Giulia (+6,3%), Veneto (+6,2%) e Basilicata (+5,9%). Tuttavia, Molise (-17,7%), Emilia Romagna (-3,2%) e Calabria (-1,9%) hanno registrato una flessione.

La Lombardia si conferma prima per volumi totali raccolti con 67.577 tonnellate, mentre la Valle d’Aosta si distingue per la migliore performance pro capite, con 10,34 kg per abitante, tornando al primo posto nel ranking nazionale.

Per concludere

I dati del 2024 confermano che il sistema di raccolta RAEE in Italia sta migliorando costantemente, nonostante alcune difficoltà. L’aumento della raccolta di piccoli elettrodomestici e dispositivi elettronici dimostra l’efficacia delle strategie adottate.

Con il supporto di nuovi investimenti e una maggiore consapevolezza da parte dei cittadini, il paese potrà avvicinarsi sempre di più agli obiettivi europei di riciclo.

Slow tourism: Millennial e famiglie scoprono un nuovo modo di viaggiare 

Circa un quarto degli italiani, corrispondente a 11,8 milioni di persone, si dichiara attratto da una modalità di viaggio ‘slow’. Ovvero, un modo di viaggiare che privilegia ritmi rilassati, esperienze autentiche e un legame profondo con il territorio. Specialmente in vista di periodi di vacanza prolungati, come il ponte primaverile del 2025.

Insomma, l’approccio al viaggio da parte degli italiani, soprattutto Millennial e famiglie, sta cambiando. La conferma arriva da una recente indagine condotta da Airbnb in collaborazione con YouGov, che rivela una crescente preferenza per lo ‘slow tourism’, 
Lontano dall’essere un semplice elenco di mete, l’approccio slow si configura come una vera e propria filosofia. La motivazione principale? Il desiderio di vivere esperienze autentiche (79%) e immergersi nella cultura locale (74%).

Lontano dai circuiti turistici tradizionali

Non si tratta solo di ‘vedere’, ma di ‘vivere’ il luogo visitato. Questo si traduce in una preferenza per soggiorni più lunghi, tanto che due italiani su tre optano per una permanenza media di cinque giorni.
Il 45% degli intervistati, inoltre, apprezza la possibilità di esplorare destinazioni meno note e meno affollate, allontanandosi dai circuiti turistici tradizionali. 

I dati evidenziano un particolare interesse da parte dei Millennial, specialmente la fascia 25-34 anni.
Questi viaggiatori cercano un equilibrio tra la scoperta di nuovi luoghi e momenti di relax per poter ottenere una ‘connessione’ più autentica. Ma anche le famiglie sono fortemente attratte dall’autenticità dello slow tourism.

L’opportunità di riscoprire uno stile di vita più semplice

L’83% delle famiglie considera infatti l’autenticità un elemento fondamentale per un viaggio soddisfacente. E il 76% vede nel viaggio lento una vera e propria terapia antistress. Un’opportunità per riscoprire uno stile di vita più semplice.

Francesca Di Pietro, psicologa del turismo e coach, sottolinea i benefici psicologici di questo approccio: “Il viaggio lento permette di sperimentare nuove routine, di concentrarsi sulla qualità anziché sulla quantità, e di portare un po’ di questa lentezza anche nella vita quotidiana”.
In un contesto in cui molti italiani si sentono vicini al burn-out lavorativo, il viaggio diventa quindi un’occasione per ‘rallentare’ e prendersi cura di sé.

Toscana, Sicilia e Sardegna le regioni più desiderate

Non è un caso che la ricerca evidenzi un forte interesse per le destinazioni rurali.
Quasi la metà delle notti prenotate (47%), riporta Adnkronos, riguarda località extraurbane, luoghi ideali per disconnettersi dalla routine e abbracciare ritmi più lenti.

Toscana, Sicilia e Sardegna emergono come le regioni più desiderate per un’esperienza di slow tourism.
Queste regioni, note per le loro bellezze naturali, offrono anche un ricco patrimonio di tradizioni e cultura locale, attirando viaggiatori in cerca di autenticità.
Airbnb risponde a questa domanda con una vasta offerta di alloggi in aree rurali, che spaziano da residenze storiche a ville immerse nel verde. Non si tratta più, quindi, di un ‘mordi e fuggi’ nelle città d’arte, ma una riscoperta dell’entroterra, dei borghi e delle tradizioni.

Lavoro e stress: italiani a rischio burn-out, 47,7% giovani

Emerge dall’8° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, realizzato in collaborazione con Credem, Edison, Michelin e OVS: Il 31,8% dei lavoratori dipendenti italiani ha provato almeno una volta sensazioni di esaurimento, estraneità o sentimenti negativi nei confronti del proprio lavoro.
Si tratta di forme di burn-out che coinvolgono il 47,7% dei giovani, il 28,2% degli adulti e il 23,0% dei dipendenti più anziani.

Di contro, per l’83,4% dei dipendenti italiani è prioritario che il lavoro contribuisca al proprio benessere psicofisico. In particolare, per il 76,8% dei dirigenti, l’86,1% degli impiegati, il 79,5% degli operai. Tra le fasce anagrafiche, questa è una priorità per il 75,0% dei dipendenti tra 18-34 anni, l’85,7% tra 35-54 anni, l’88,4% degli over 55.

Sopraffatti dall’ansia e dalla pressione

Molte sono le sofferenze sperimentate dai dipendenti. Il 73,0% ha vissuto situazioni di stress o ansia legate al lavoro. Il 76,8% non sempre riesce a trovare equilibrio tra vita privata e lavoro, il 75,9% si sente spesso sopraffatto dalle responsabilità quotidiane, il 73,9% sente addosso troppa pressione quando lavora.

Inoltre, il 67,3% ha provato frustrazione per via del mancato supporto da parte del datore di lavoro, il 68,5% soffre la mancanza di un ambiente lavorativo buono e sano, il 65,0% ha comunque difficoltà a concentrarsi sul lavoro, e il 36,7% è andato da uno psicologo o ha fatto ricorso al counseling a causa del proprio lavoro.

Tra casa e lavoro non c’è pace: è la “sindrome da corridoio”

Sono poi 3 milioni i dipendenti affetti dalla ‘sindrome da corridoio’, la somma di ansie e disagio causata da lavoro e vita privata.
Un malessere che riduce drasticamente il benessere soggettivo, la qualità della vita e la salute mentale.

Se il 25,7% dei dipendenti ‘porta al lavoro’ i problemi privati, con effetti negativi sulla performance lavorativa, il 36,1% ‘porta a casa’ i problemi lavorativi, con effetti negativi sulle relazioni familiari, amicali, ecc..
Di fatto, il 63,5% dei dipendenti vorrebbe svolgere attività di meditazione, yoga o ricorrere all’aiuto di uno psicologo.

Il fattore tempo è cruciale per ricavare benessere

Per affrontare gli effetti delle sofferenze da lavoro è forte la richiesta di tempo. L’89,4% vorrebbe più tempo per sé e le cose che piacciono, l’86,2% per stare di più con amici e parenti, il 78,9% per svolgere attività fisica, il 73,9% per svolgere attività culturali, il 79,0% per riposare.

Per i dipendenti i fattori lavorativi che contano positivamente per il benessere soggettivo sono un buon rapporto con superiori e colleghi (94,6%). Ma anche la possibilità di operare con un certo grado di autonomia (93,1%), il bilanciamento tra vita privata e lavoro (92,2%), la flessibilità oraria ( 91,6%), sentirsi valorizzati in azienda (87,6%), e per il 64,1%, poter lavorare anche in smart working.

Il mondo del lavoro in Italia: migliora l’occupazione, restano le “solite” criticità

Il Rapporto INAPP 2024 traccia un quadro del mercato del lavoro italiano, mettendo in evidenza progressi significativi ma anche criticità strutturali. L’occupazione è cresciuta del 3,5% tra dicembre 2019 e ottobre 2024, con oltre 1 milione di nuovi posti di lavoro, portando il totale degli occupati a 24,1 milioni e segnando un tasso record del 62,5%. Tuttavia, il divario con i principali Paesi dell’Unione Europea rimane ampio: un’analisi Eurostat del 2023 evidenzia un deficit di 3,156 milioni di occupati, pari a una differenza del -8,5% rispetto al tasso di occupazione europeo.

Le carenze sono particolarmente evidenti nei settori legati alla spesa pubblica, come sanità, assistenza, pubblica amministrazione e istruzione, che insieme contano 1,270 milioni di posti di lavoro mancanti.

Disparità generazionali e regionali

L’incremento occupazionale ha riguardato sia uomini (+532 mila) sia donne (+511 mila) ed è stato più marcato nelle regioni del Sud. Tuttavia, il rapporto mette in luce un tema cruciale: la distribuzione generazionale.

Gli over 50 rappresentano ormai il 41% della forza lavoro, superando la fascia tra i 35 e i 49 anni. Al contempo, l’inattività giovanile resta elevata, sottolineando la difficoltà dei giovani nell’accedere al mercato del lavoro.

Problemi di mismatch e carenza di competenze

Le imprese segnalano una crescente difficoltà nel reperire lavoratori qualificati. Il mismatch, ossia lo scarto tra domanda e offerta di lavoro, ha raggiunto nel 2024 il 47,8%, con un aumento di 22,5 punti percentuali rispetto al 2019.

Secondo Natale Forlani, presidente dell’INAPP, questa problematica è amplificata da diversi fattori: innanzitutto la diminuzione della popolazione in età lavorativa, con una stima di 4 milioni di persone in meno entro il 2040. Poi pesano la mancanza di competenze adeguate per i profili richiesti e la scarsa disponibilità dei giovani a occupare le posizioni offerte.

Cambiamenti demografici e digitalizzazione

L’invecchiamento della popolazione e il progresso delle tecnologie digitali stanno modificando profondamente il mercato del lavoro. Il pensionamento di intere generazioni supera di gran lunga l’ingresso di nuove leve, mentre la digitalizzazione richiede competenze sempre più avanzate, trasformando le professioni e le organizzazioni.

Il rapporto invita a una riflessione urgente su politiche del lavoro più inclusive e mirate, capaci di affrontare le sfide di un futuro sempre più complesso.

Medie imprese: nel 2024 quelle del Mezzogiorno migliorano fatturato ed esportazioni

Per il 2024 le medie imprese del Sud prevedono di raggiungere un incremento intorno al 2% del proprio giro d’affari e delle esportazioni, un dato in contrapposizione al calo atteso dalle aziende del resto d’Italia, rispettivamente del -1,5% e del -4%.
A fare la differenza sono anche gli investimenti nelle tecnologie 4.0, avviati o programmati entro il 2026 dall’87,3% delle medie imprese del Mezzogiorno (contro l’82,1% delle altre).

Inoltre, nei prossimi tre anni il 41,3% inizierà a investire nell’AI (vs 37,5%), non solo per migliorare le attività, ma anche per realizzarne di nuove e più innovative. E lo farà anche grazie alle risorse previste dal PNRR.
Emerge dal rapporto ‘La competitività delle medie imprese del Mezzogiorno tra percezione dei rischi e strategie di innovazione’, condotto dall’Area Studi di Mediobanca, Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere.

In 27 anni raddoppiate: da 213 a 431

Oggi le medie imprese del Sud Italia rappresentano appena lo 0,5% del tessuto imprenditoriale meridionale, ma realizzano complessivamente l’11,9% del valore aggiunto manifatturiero totale dell’area.
In particolare, in Puglia le medie imprese sono 84 e generano l’11,4% del valore aggiunto manifatturiero dell’intera regione. 

Ma in poco più di un quarto di secolo il numero di aziende che compone il capitalismo familiare del Mezzogiorno è più che raddoppiato, passando da 213 imprese nel 1996 a 431 nel 2022. La crescita complessiva delle imprese del Centro-Nord della stessa ‘taglia’ è pari al 13%.
Aumentano soprattutto il numero delle Mid-Cap campane (+114), pugliesi (+46) e siciliane (+27).

La pressione fiscale rimane penalizzante

Le medie imprese meridionali registrano dati in controtendenza rispetto alla tradizionale immagine di un Mezzogiorno omogeneamente attardato.
Nel decennio 2013-2022, il loro fatturato è aumentato del 71,2% rispetto al 59,7% delle imprese del Centro-Nord, la produttività è cresciuta del 33,4% rispetto al 29,1% del resto d’Italia, la competitività è aumentata del 26% (vs +13,9%), con un incremento significativo anche della forza lavoro (+29,6% vs +22,3%).

Risultati positivi ancora più rilevanti se si considera che sono stati conseguiti nonostante un tax rate medio del decennio pari al 31,3%, contro il 28,5% degli altri territori.
Se fosse stata imposta la medesima tassazione delle imprese del Centro-Nord, le Mid-Cap meridionali avrebbero risparmiato 220 milioni di euro.

Una su tre assumerà stranieri 

Il reperimento di profili professionali adeguati rischia di diventare il principale ostacolo. Negli ultimi 24 mesi, oltre l’80% delle Mid-Cap meridionali ha avuto problemi legati a questa criticità: quota dimezzata per le imprese delle altre aree (42,8%).

Anche per questo, il 33,3% delle medie imprese del Sud punta nei prossimo triennio assumerà lavoratori stranieri, soprattutto per l’indisponibilità di lavoratori italiani (61,9%) e la mancanza di giovani (28,6%). 
Sempre in tema di ‘capitale umano’, però, la presenza femminile in queste imprese è pari solo al 12,4% della forza lavoro, e solo il 3% in una posizione manageriale (altre aree, 27,3% e 9,7%). 

Software house in Italia: nel 2023 superati i 62,8 miliardi di fatturato

In Italia la filiera del software ha un impatto economico-occupazionale significativo. Nel 2023 le oltre 26mila aziende della filiera impiegano oltre 300mila dipendenti e raggiungono 62,8 miliardi di fatturato (+17,4% rispetto al 2022). Ma nonostante il 15% delle realtà attive sia classificata come startup innovativa, e secondo l’ISTAT, il settore risulti tra i primi 6 nel Paese per investimenti in R&S, il divario con le principali nazioni europee è ancora marcato.

Il peso del fatturato generato dalle aziende della filiera e dei servizi correlati rispetto al PIL è del 3%. Meno della metà rispetto alla Francia.
Emerge dalla prima edizione della ricerca dell’Osservatorio Software & Digital Native Innovation del Politecnico di Milano, realizzata in collaborazione con AssoSoftware.

L’importanza per il sistema Paese

“Il settore del software è fondamentale per la competitività dell’Italia nei mercati digitali in rapida evoluzione e il suo impatto economico e occupazionale cresce, sostenuto dalla maggiore presenza di provider tecnologici internazionali e da una crescente consapevolezza istituzionale – afferma Alessandro Piva, direttore dell’Osservatorio -. L’influenza del software non è solo diretta, ma si estende alla digitalizzazione delle Pmi e all’innovazione nei modelli di business di settori tradizionali, dove vediamo emergere sempre più aziende native digitali”.

Diverse evoluzioni settoriali e sistemiche stanno infatti creando un terreno fertile per lo sviluppo futuro della filiera italiana del software come industria critica per il Paese”.

Cresce l’interesse da parte degli attori internazionali

Dal potenziamento infrastrutturale derivante dall’apertura di nuovi Data Center sul territorio, con piani di investimento da parte dei grandi provider internazionali ai 12,7 miliardi stanziati per il 2024-2025 dal PNRR, si conferma un crescente interesse da parte di attori internazionali. Aziende come AWS, Google o Microsoft porteranno opportunità per lo sviluppo di servizi digitali a valore, 

Si conferma, inoltre, una sempre maggiore attenzione istituzionale a questa industria. Tra i prodotti più diffusi tra i vendor italiani emergono i Gestionali, offerti dal 79% delle aziende censite dall’Osservatorio, seguiti dai software di Cybersecurity (37%) e di Analytics & AI (18%).

Soluzioni gestionali le più diffuse

“L’offerta di software innovativi è spesso associata alle soluzioni gestionali, le più diffuse sul territorio, e quindi integrata direttamente nel cuore dei processi aziendali – dichiara Marina Natalucci, direttrice dell’Osservatorio -. Questo rafforza la rilevanza strategica di un settore che in Italia può vantare tante piccole eccellenze, ma che ancora non è competitivo quanto in altri Paesi europei”.

Si tratta di aziende fortemente radicate sul territorio. L’80% delle aziende è italiana e rappresenta il 54% del fatturato complessivo del campione, contro un 46% rappresentato da divisioni italiane di realtà multinazionali, in grado di fatturare anche 3,5 volte di più.
La commistione tra produttori italiani competitivi e la presenza di aziende internazionali, che portino non solo la propria forza vendita, ma anche le attività di sviluppo della tecnologia, è una leva chiave per accrescere la centralità dell’Italia nei mercati digitali europei.

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