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Categoria: Numeri e curiosità Pagina 8 di 9

Smart home e dispositivi intelligenti: tendenze e propensione all’acquisto degli italiani 

Secondo la ricerca Smart home e dispositivi personali smart: il punto di vista dei consumatori italiani, realizzata da UL Solutions in collaborazione con BVA Doxa, in Italia cresce l’adozione di prodotti consumer con funzionalità smart connessi: il 77% degli italiani è propenso all’acquisto di un dispositivo per la smart home entro i prossimi due anni, e il 67% è interessato a comprare almeno un oggetto smart personale. Tra i criteri di scelta rientrano soprattutto la comunicazione trasparente sui rischi per la privacy o la salute (48%), un’app di gestione del dispositivo con ottime recensioni (45%), e la certificazione da parte di un ente indipendente (43%). Quest’ultima, in particolare, convince più della fiducia nel brand (38%), passaparola (36%) e consigli del venditore (20%). Tra i fattori che frenano l’adozione emergono i timori legati alla sicurezza (30%) e ai rischi per la salute.

Gli smartworker sono più connessi

I lavoratori in smartworking mostrano una propensione maggiore all’acquisto di prodotti smart. Sono più frequentemente uomini (+8%), tendenzialmente più giovani, con una concentrazione (+7%) nella fascia di età 35-54 anni. La necessità principale per gli smartworker è monitorare e gestire l’ambiente domestico da remoto riducendo i consumi: l’acquisto di termostati e climatizzatori smart registra infatti un +11% rispetto al totale degli intervistati. Ma la tendenza ad acquistare più prodotti smart da parte di chi lavora in remoto risulta ancora più evidente dalla crescita degli smart device personali (+12%), in particolare, prodotti per l’health monitor (+9) e oggetti smart indossabili (+7%).

Dal fitness alla gestione della casa: i dispositivi più acquistati

Tra le categorie di dispositivi smart personali, gli oggetti indossabili connessi per fitness e tempo libero sono i più acquistati negli ultimi 2-3 anni (31%), mentre gli acquisti di dispositivi per la smart home hanno riguardato principalmente la gestione della casa e l’entertainment (60%). In particolare, elettrodomestici e dispositivi smart per la sicurezza (39%) e dispositivi per l’efficientamento energetico (34%). Le principali ragioni d’acquisto? Comodità, capacità di gestire apparecchi ed elettrodomestici a distanza, e la possibilità di rendere più sicura la propria casa.
La propensione agli acquisti futuri invece vede in cima alla classifica i dispositivi per il controllo dei consumi e risparmio energetico, e a livello di categoria, i dispositivi di sicurezza (51%).

Cosa richiedono i clienti e cosa preoccupa

Per tutte le tipologie dei prodotti (gestione della casa ed entertainment, elettrodomestici, safety&security, efficienza energetica, dispositivi personali), emerge una richiesta di miglioramento delle funzionalità e una maggiore chiarezza nel comunicare i vantaggi offerti dal loro utilizzo. Colpisce la necessità di maggiore protezione della privacy espressa da coloro che hanno acquistato dispositivi per il fitness (35%), indice dei timori per la sicurezza e la riservatezza dei propri dati. Il giudizio in merito alla facilità di installazione e configurazione varia invece a seconda della tipologia di prodotto. Circa 8 utenti su 10 si sono occupati personalmente dell’installazione dei dispositivi acquistati. Per le altre categorie, la procedura di installazione appare più complicata.

Come è stato il mercato della Sharing Mobility nel 2021?

Secondo i dati del 6° rapporto dell’Osservatorio Nazionale Sharing Mobility, il fatturato complessivo del settore nel 2021 è in crescita del 52% rispetto al 2020, raggiungendo 130 milioni di euro.
Malgrado le limitazioni dovute alle misure di contenimento, la Sharing Mobility mostra segnali di ripresa, e nelle città italiane continua a crescere come nel periodo pre pandemia. Nel 2021 si raggiungono 35 milioni di noleggi (+61% vs 2020 e +25% vs 2019) e 133,4 milioni di chilometri percorsi (+44% vs 2020 e +0,3% vs 2019). Inoltre, aumentano le corse, ma per tratti più brevi, quasi a testimoniare la capillarità del servizio.

Monopattini, +143%, carsharing -8,6%

Il monopattino sembra essere il mezzo più utilizzato: con 17,8 milioni di viaggi copre più del 50% del totale dei noleggi in Sharing Mobility, e crescendo del 143% raddoppia la performance del 2020.
Il bikesharing cresce del 42% rispetto al 2020, ma rispetto al 2019 presenta un calo: -37% free floating e -36% station based. Crescono, invece, gli scooter (+5%), mentre il carsharing appare ancora in difficoltà, sia free floating (-8,6% vs 2020 e -52% vs 2019) sia station based (+22% vs 2020 -19% vs 2019). L’aumento della durata e la minor contrazione dei chilometri percorsi potrebbero indicare una tipologia di utenti diversi rispetto al passato. E non è un caso che vengano scelte auto a quattro porte e con la possibilità di assolvere a più funzioni.

Una flotta da 89mila veicoli

Al 31 dicembre si contano 190 servizi attivi in Italia, 32 in più rispetto al 2020 e 90 in più rispetto al 2019. La flotta di mezzi condivisi raggiunge la quota di 89mila veicoli (+5% vs 2020): 31% bici, 51% monopattini, 10% scooter e 7% auto. Il 94,5% dei veicoli in condivisione è a zero emissioni, o veicoli completamente elettrici o senza motore. Nel carsharing la quota dell’elettrico raggiunge il 20% per i veicoli free-floating e il 44% per lo station based. L’evoluzione della sharing mobility sta premiando sempre più i veicoli leggeri, di ridotte dimensioni ed elettrici. Se sommiamo la flotta dei ciclomotori, biciclette e monopattini arriviamo al 93% dell’intera flotta di mezzi in Sharing Mobility, +30% rispetto a 5 anni fa.

A Roma e Milano la crescita è continua

Dal punto di vista economico, i servizi di Sharing Mobility presentano un costo medio a minuto di viaggio superiore a quello dei servizi di linea, ma inferiore al taxi. La combinazione di trasporto pubblico e servizi di sharing rispetto ai costi di possesso e utilizzo di un auto di proprietà consentirebbe infatti un risparmio annuo di 3.800 euro. Quanto al primo semestre 2022, Roma e Milano confermano i dati positivi del 2021 mostrando un’ulteriore crescita. A Milano l’insieme dei noleggi registrati cresce del 113% e a Roma dell’83%, con un cumulativo di 12,6 milioni di noleggi. 

Quanto “produce” la cultura in Italia? Circa 90 miliardi di euro all’anno

La cultura in Italia vale tanto, tantissimo. Non solo a livello puramente educativo, ma anche come comparto economico a tutti gli effetti. Qualche dato, racchiuso nella dodicesima edizione del rapporto “Io sono cultura” realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere: il sistema produttivo culturale e creativo del 2021 vale 88,6 miliardi di euro, corrispondenti al 5,6% del valore aggiunto italiano e attiva complessivamente un giro d’affari di 252 miliardi di euro. Nonostante l’impatto della crisi dovuta alla pandemia, alcuni comparti culturali e creativi hanno mostrato segnali di tenuta generale. Non solo: alcuni settori hanno anche messo a segno incrementi importanti, come quello dei videogiochi e software che ha registrato un aumento della ricchezza prodotta del 7,6%. Sul fronte dell’occupazione, il settore impiega circa un milione e mezzo di persone, pari al 5,8% dell’occupazione nazionale.

Cosa rientra nel sistema produttivo culturale e creativo del nostro Paese?

Il Sistema Produttivo Culturale e Creativo comprende tutte quelle attività economiche che producono beni e servizi culturali (core), ma anche tutte quelle attività che non producono beni o servizi strettamente culturali, ma che utilizzano la cultura come input per accrescere il valore simbolico dei prodotti, quindi la loro competitività, che nello studio sono definiti creative-drive. All’interno del core coabitano attività molto diverse tra loro, accomunate dalla produzione e veicolazione di contenuti culturali e creativi. Dalle attività di conservazione e valorizzazione del patrimonio storico-artistico (attività dei musei, biblioteche, archivi, monumenti), alle arti visive e performative (attività dei teatri, concerti, etc.). A queste si aggiungono attività che operano secondo logiche “industriali” (musica, videogame, software, editoria, stampa), quelle dei broadcaster (radio, televisione), fino ad arrivare ad alcune attività appartenenti al mondo dei servizi (comunicazione, architettura, design).

Dove la cultura rende di più? 

Sia in termini di valore aggiunto sia di occupazione emerge una chiara differenziazione tra il Nord Italia e il Mezzogiorno. La grande area metropolitana di Milano è al primo posto nelle graduatorie provinciali per incidenza di ricchezza e occupazione prodotte, con il 9,5 e il 9,9%. Roma è seconda per valore aggiunto (8,5%) e quarta per occupazione (7,8%) mentre Torino si colloca terza (8,2%). Seguono, per valore aggiunto Arezzo (7,8%), Trieste (6,9%), Firenze (6,7%), Bologna (6,1%) e Padova (6 %).
In termini di occupazione, come suddetto, la leadership per incidenza dei posti di lavoro sul totale dell’economia è da attribuire a Milano. Ma il ruolo della cultura non si ferma alla sola quantificazione dei valori della filiera. Importanti sono anche i legami tra cultura e turismo. 

Il ruolo strategico dell’enterprise architect nel 2022

MEGA International, società globale di software, presenta i risultati dello studio internazionale condotto dall’istituto Enterprise Strategy Group sulle tendenze dell’enterprise architecture nel 2022.
L’indagine, che ha coinvolto 300 professionisti dell’enterprise architecture in Europa (50%) e Stati Uniti (50%), ha l’obiettivo di analizzare le sfide affrontate dalle organizzazioni in termini di enterprise architecture, e l’impatto dell’enterprise architecture sul business. La maggior parte delle organizzazioni considera ancora l’enterprise architecture principalmente come un reparto di supporto alla tecnologia, invece di considerarla come la spina dorsale essenziale per lo sviluppo del business. Gli enterprise architect rimangono però ottimisti sull’evoluzione del loro lavoro e sulla sua importanza nelle organizzazioni.

Il valore aggiunto dell’architettura d’impresa

Di fatto, il 44% delle aziende ha una visione dell’enterprise architecture incentrata sull’IT, rispetto al 26% che concentra la visione sul business. Solo il 18% degli architetti intervistati dichiara di essere sistematicamente consultato sui progetti di sviluppo aziendale. Tuttavia, la ricerca sottolinea che le collaborazioni interne con gli enterprise architect riguardano soprattutto i reparti di sicurezza, R&D e sviluppo delle applicazioni, aree in cui il valore aggiunto dell’architettura d’impresa non ha più bisogno di essere dimostrato. In particolare, il reparto sicurezza riconosce al 77% l’elevato valore aggiunto associato al Risk and Compliance Management (GRC). Allo stesso modo, le organizzazioni che considerano l’enterprise architecture principalmente come supporto tecnologico (46%), riconoscono il suo innegabile valore nella governance dei dati e nell’efficienza nella gestione dei costi IT.

Investimenti cresciuti in media del 15,7%

Il 70% delle organizzazioni riferisce che gli investimenti nell’enterprise architecture sono aumentati in media del 15,7%, e il 97% sta pianificando investimenti significativi nei prossimi due anni.
Le motivazioni principali sono la migliore gestione delle informazioni, il miglioramento dei processi aziendali e le architetture cloud. In generale, il valore della professione di business architect è considerato positivo all’interno delle organizzazioni, con il 56% degli architetti che si sente riconosciuto internamente. Per 6 architetti su 10 è una professione che offre aumenti delle competenze e prospettive di sviluppo.

C’è ancora qualche ostacolo da superare 

L’80% degli architetti aziendali intervistati afferma che la propria azienda soffre ancora di troppi processi manuali, e il 79% ritiene di avere molte difficoltà a collaborare con l’intera organizzazione, mentre lo scopo principale dell’enterprise architecture sarebbe quello di supportare le attività dell’azienda e la loro trasformazione. Di conseguenza, per la stragrande maggioranza degli intervistati, i progetti richiedono tempi di realizzazione più lunghi (77%) e costi più elevati (78%) del previsto. Eppure, nonostante i progetti siano considerati difficili, lunghi e costosi, gli architetti sono sostanzialmente soddisfatti. E 7 intervistati su 10 ritengono che i loro team EA aggiungano valore nelle aree chiave che hanno identificato.

Unioncamere Lombardia, bene la produzione industriale ma il futuro preoccupa

Il secondo trimestre del 2022, in base ai dati diffusi da Unioncamere Lombardia, registra un’ulteriore crescita su quello precedente, pari a +1,6% . La variazione tendenziale sullo stesso trimestre dell’anno scorso è pari a un solido +7,4%. Eppure non mancano delle preoccupazione sul prossimo futuro, legate alla situazione geopolitica e all’aumento dei prezzi.

L’andamento dei diversi comparti 

Il rrisultato positivo è diffuso a quasi tutti i settori con l’eccezione dei soli Mezzi di trasporto che registrano invece un calo tendenziale (-5,8%). Gli ordinativi – sempre in positivo – mostrano un rallentamento più sensibile in particolare del mercato interno (+0,6%), ma l’estero (+1,3%) ha intensità della crescita che si riduce di quasi due terzi.
Risultati positivi anche per le aziende artigiane manifatturiere che segnano una crescita della produzione del +2,3% congiunturale che diventa +8,7% su base tendenziale. Per queste imprese – rivolte maggiormente al mercato interno – gli ordini mantengono il ritmo di crescita dello scorso trimestre per il dato nazionale (+1,2%) mentre per i mercati esteri si fermano a un +0,5%. Crescono maggiormente nel trimestre i settori del comparto moda (Abbigliamento, Pelli-Calzature e Tessile) che scontano ancora gap significativi da recuperare rispetto al dato medio, in particolare Abbigliamento e Tessile, avendo iniziato la fase di recupero in ritardo rispetto agli altri comparti.

“Si sta esaurendo la spinta del forte rimbalzo post crisi”

“Il quadro per la produzione lombarda rimane positivo anche nel secondo trimestre ma si sta progressivamente esaurendo la spinta del forte rimbalzo post crisi.” commenta il Presidente di Unioncamere Lombardia Gian Domenico Auricchio. “Ne risentono le aspettative degli imprenditori per il futuro – che viene visto con preoccupazione sia per la domanda interna che per quella estera – con una incertezza che si riflette anche sull’andamento della seconda parte del 2022.”

La questione prezzi

Resta alta l’attenzione sui prezzi. Beni energetici, materie prime e componenti varie registrano nuovi record spingendo il dato verso l’alto: rispetto al II° trimestre 2021 i prezzi delle materie prime sono cresciuti mediamente del 58,4% per le imprese industriali e dell’80,2% per le artigiane. Si attenuano tuttavia le difficoltà di approvvigionamento e migliora anche la situazione delle scorte di magazzino e dei materiali per la produzione. I prezzi delle materie prime presentano una dinamica congiunturale in continuo e forte rialzo per tutti i comparti. Per l’industria, dai primi segnali d’incremento di fine 2020 (+2,1%) l’accelerazione è proseguita nel corso del 2021 e si assesta ora a +11,6% congiunturale. L’artigianato mostra una dinamica simile passando dal +2,6% di fine 2020 al +16,0% di questo trimestre. I prezzi dei prodotti finiti seguono ancora da lontano l’incremento delle materie prime registrando un +6,9% per l’industria e un +8,6% per l’artigianato.

Export alimentare Made in Italy: nel 2022 record +20%

Nel 2022 l’export alimentare Made in Italy segna un nuovo record: con un balzo del 20% supera i 52 miliardi registrati nel 2021. A preoccupare però sono gli effetti del conflitto in Ucraina, con i rincari energetici che stanno colpendo i consumi a livello globale. È quanto emerge dall’analisi della Coldiretti sui dati Istat relativi al commercio estero nel primo trimestre 2022.  Le esportazioni verso la Germania, il principale mercato di sbocco, nel primo trimestre aumentano del 9’%, verso la Francia del 17%, e gli Usa mettono a segno un +21%. Ma il vero boom si è verificato nel Regno Unito (+29%), dove l’export tricolore si è rivelato più forte della Brexit. Al contrario, la Cina segna un -18%, e se la Russia indica un +4%, sul risultato sono destinate a pesare la guerra in Ucraina e le sanzioni. Nel solo mese di marzo le vendite in Russia sono crollate del 35%.

Il paniere italiano all’estero: vino e prodotti base della dieta mediterranea 

All’estero le vendite del Made in Italy sono sostenute soprattutto dai prodotti base della dieta mediterranea. Come il vino, che svetta sul podio con una crescita del 18% nei primi sei mesi, davanti a frutta e verdura fresca. Ma nel paniere del Made in Italy all’estero recitano un ruolo importante anche pasta, formaggi, olio d’oliva e salumi, nonostante a livello nazionale resti da colmare il pesante deficit produttivo in molti settori importanti, dalla carne ai cereali fino alle colture proteiche, necessarie per l’alimentazione degli animali negli allevamenti.

Gli spumanti trainano le vendite negli States: +18%

Il vino è anche il prodotto italiano più gettonato negli Usa dove, con un incremento del 13% registrato nel primo trimestre 2022, rappresenta quasi un terzo dell’intero valore dell’export agroalimentare, grazie al traino degli spumanti, che crescono addirittura del 18%. Aumenti a doppia cifra (+16%) anche per l’olio d’oliva, al secondo posto tra i prodotti Made in Italy più amati negli States, poco davanti alla pasta, che però mette a segno un balzo del 23%. Bene anche confetture, passate e succhi, in crescita del 21%, che precedono i formaggi, i quali però mettono a segno un risultato ancora migliore (+28%) nonostante siano penalizzati dalla larga diffusione sul mercato americano delle imitazioni.

La leadership tricolore nel biologico

Alla base del successo del Made in Italy c’è un’agricoltura divenuta la più green d’Europa, con la leadership nel biologico di 80mila operatori, il maggior numero di specialità Dop/Igp/Stg riconosciute (316), 526 vini Dop/Igp e 5.333 prodotti alimentari tradizionali, oltre a Campagna Amica, l’ampia rete dei mercati di vendita diretta degli agricoltori. Il Belpaese, spiega la Coldiretti, è il primo produttore Ue di riso, grano duro e vino, e di molte verdure e ortaggi tipici della dieta mediterranea, come pomodori, melanzane, carciofi, cicoria fresca, indivie, sedano e finocchi. E anche per quanto riguarda la frutta, primeggia in molte produzioni importanti: dalle mele e le pere fresche alle ciliegie, le uve da tavola, i kiwi, le nocciole fino alle castagne.

I nuovi scenari dell’Agrifood italiano

La pandemia, la situazione internazionale, l’economia… Sono tanti i fattori che inevitabilmente impattano sul settore agroalimentare italiano. A fare una “fotografia” del comparto è stato il report “Una nuova prospettiva per l’agroalimentare dell’Emilia-Romagna”,  una puntuale analisi che ha approfondito gli scenari futuri del settore anche alla luce del recente conflitto ucraino e dei finanziamenti in arrivo da PNRR e nuova PAC, presentato da Nomisma a Bologna con la partecipazione di partner importanti.

Prezzi in aumento e materie prime difficili da reperire 

L’emergenza pandemica e la guerra in Ucraina esasperano il trend rialzista dei prezzi di input energetici, produttivi e dei trasporti. A fronte di una crescita a doppia e tripla cifra da dicembre 2019 allo stesso mese del 2021, nei primi 4 mesi del 2022 le quotazioni continuano a salire. Emerge, inoltre, con forza la dipendenza per gli approvvigionamenti (soprattutto energetici) dai paesi coinvolti nel conflitto e “le imprese risentono sensibilmente della crescita dei costi e delle difficoltà di approvvigionamento” ha detto Ersilia Di Tullio, senior project manager di Nomisma. Anche i prezzi delle materie prime agricole, già in rapida ascesa nel 2020 e 2021, segnano ulteriori rilevanti incrementi da dicembre 2021 ad aprile 2022. “Lo scenario bellico è, anche in questa circostanza, ulteriore fonte di preoccupazione per le imprese alimentari e mangimistiche perché da Russia e Ucraina l’Italia importa quote sensibili di materie prime agricole, in particolare olio e panelli di girasole, oltre che mais”.

L’impatto della situazione in Ucraina

Nonostante questa dipendenza, tuttavia Russia e Ucraina hanno un peso limitato nella bilancia commerciale italiana, con valori ben distanti dai nostri maggiori partner internazionali: Francia, Germania e Spagna per l’import; Germania, Stati Uniti e Francia per l’export. “Le importazioni complessive in Italia corrispondono a 48,5 miliardi di euro, ma l’incidenza sul totale dell’Ucraina è dell’1,3% e della Russia di appena lo 0,5%, mentre le esportazioni nazionali raggiungono i 52 miliardi di euro e Russia e Ucraina pesano rispettivamente 1,3% e 0,7% del totale” ha detto Di Tullio.

Export e consumi interni dopo la pandemia

“Si tratta di incidenze che non compromettono le nostre brillanti performance sull’estero” ha aggiunto la manager. L’export agroalimentare italiano è infatti cresciuto del +15% nel 2021/2019 e addirittura del +35% nel 2021/2016, registrando un surplus nella bilancia commerciale 2021 di 3,5 miliardi euro.  Meno brillanti, invece, i numeri dei consumi food&beverage interni, con una significativa flessione del 7% nel 2021 rispetto al 2019, legata al forte impatto sull’Horeca della pandemia ed a un non completo recupero dei consumi fuori casa.

Come cambiano le abitudini di consumo degli italiani 

Nel 2022 cresce sensibilmente l’inflazione (+6,2% l’indice generale di aprile 2022 rispetto allo stesso mese del 2021), con aumenti che riguardano in primis abitazione, acqua, elettricità e consumi (+26,9%)e trasporti (+9%), seguiti dagli alimentari e bevande analcoliche (+6,7%).
Conclude Di Tullio: “La perdita di potere d’acquisto delle famiglie intaccherà marginalmente i consumi alimentari domestici anche se è attesa una razionalizzazione della spesa, con contrazione degli sprechi e grande attenzione al prezzo. Ma limiterà di molto i comportamenti degli italiani che si dichiarano pronti a rinunciare a viaggi (23%) e consumi fuori casa (21%), ritardano così ulteriormente la ripresa dell’Horeca”.

Second hand, un business che in Italia vale 24 miliardi

Cose da buttare, di nessun valore? Assolutamente no: gli oggetti di seconda mano, quelli che hanno già una vita alle spalle, sono un’autentica miniera d’oro. Lo rivela l’ottava edizione dell’Osservatorio Second Hand Economy condotto da Bva Doxa per Subito, piattaforma per vendere e comprare in modo sostenibile, che ha analizzato comportamenti e motivazioni degli italiani rispetto alla compravendita dell’usato. Tra l’altro, il 2021 segna lo sdoganamento a tutti gli effetti della second hand, che entra a pieno titolo tra i comportamenti di consumo abituali degli Italiani, grazie al boost del digitale che contribuisce a rendere questa forma di compravendita più assimilabile all’esperienza del percorso d’acquisto dell’e-commerce. 

Sono 23 milioni gli italiani che la scelgono

Sono infatti quasi 23 milioni gli italiani che hanno scelto questa forma di economia circolare e il 66% di chi ha comprato ha guardato alla second hand come primo canale di riferimento, dimostrando, specialmente per le vendite, in crescita rispetto all’anno precedente, di considerare questa modalità come un modo smart di fare spazio, dare valore agli oggetti e guadagnare. Il tutto all’insegna della sostenibilità, che rimane il primo valore di riferimento dell’economia dell’usato (54%). La second hand in Italia nel 2021, riferisce una nota ripresa da Adnkronos, ha generato un valore economico di 24 miliardi di euro, pari all’1,4% del Pil nazionale. La spinta più significativa deriva dal volume degli affari online che costituisce quasi il 50% del totale (49%) ed è passato da 5,4 miliardi di euro nel 2014 a 11,8 nel 2021, con una crescita netta di 1 miliardo di euro anno su anno. È quindi proprio grazie all’online che il valore totale della second hand nel 2021 è tornato a livelli pre-pandemia (24 miliardi nel 2019, 23 nel 2020). 

Sostenibile è bello

La second hand mantiene il terzo posto tra i comportamenti sostenibili più messi in atto dagli italiani (52%), con picchi ancora più alti di adozione nel 2021 per Laureati (68%), Gen Z (66%), 35-44 anni (70%) e Famiglie con bambini (68%). “La second hand economy nel 2021 entra a tutti gli effetti tra le abitudini di consumo degli Italiani, grazie anche al ruolo propulsivo del digitale, che si è evoluto attraverso l’introduzione di servizi sempre più integrati, che consentono di gestire la compravendita totalmente da smartphone, senza muoversi da casa. Subito, ad esempio, ha sviluppato il servizio Tuttosubito, che permette di comprare e vendere a distanza e in sicurezza, offrendo una customer experience sempre più simile all’e-commerce” ha commentato Giuseppe Pasceri, ceo di Subito. “Siamo quindi orgogliosi di poter contribuire all’evoluzione di questo mercato e di promuoverne i valori in Italia, dove siamo presenti da 15 anni e dove da otto conduciamo questo Osservatorio insieme a Bva Doxa proprio per raccontare valore economico, tendenze e comportamenti di questo mercato così importante per le persone, per il Paese e per il Pianeta”.

Come fare un bucato perfetto, economico ed ecosostenibile? 

Non usate le lavanderie a secco, lavate meno, usate prodotti ecosostenibili, optate sempre per il ciclo di 30 minuti (e usate la centrifuga al massimo dei giri), tornate allo stendino, fate durare i vestiti il più a lungo possibile, acquistate consapevolmente, scegliete elettrodomestici ad alta efficienza energetica, e lavate tutto in un unico giorno. Sono i 9 consigli di Patric Richardson per un lavaggio più veloce, più economico ed ecologico. Insomma, per un bucato perfetto. Nel suo libro La magia del bucato, uscito in Italia da Vallardi, Richardson sfata anche alcuni miti sul bucato, come ad esempio, l’uso della candeggina per sbiancare, che al contrario, è responsabile proprio dell’ingiallimento dei capi bianchi. Oltre a essere dannosa per la salute e l’ambiente.

Lavare meno e usare prodotti ecosostenibili

Il primo consiglio però è quello di non usare mai più le lavanderie a secco: i lavaggi a secco danneggiano abiti, salute e ambiente. E poi lavare meno: sarebbe sufficiente fare prendere aria ai vestiti, o dargli una passata veloce di ferro a vapore, o spruzzarlo di vodka per eliminare gli odori. Non lavare se non è necessario farà risparmiare acqua, energie e tempo. Inoltre, usare prodotti ecosostenibili ed eliminare ammorbidente, foglietti per asciugatrice, profumatori per bucato, e candeggina: diffondono sostanze tossiche nell’atmosfera, dannose per l’ambiente e la salute.
Meglio il sapone in scaglie di ottima qualità e di origine vegetale, e per le macchie, meglio usare prodotti casalinghi come alcol al 70% e aceto.

Ciclo breve, e poi stendere all’aria
Optare sempre per il ciclo di 30 minuti, e usare la centrifuga al massimo dei giri: questo permetterà di risparmiare acqua ed elettricità, e di ottenere risultati migliori. Se l’acqua nel cestello è di meno si puliscono meglio i vestiti, e per assurdo la centrifuga rapida procura meno strappi e danni rispetto a un ciclo più lento. E poi tornare allo stendino: stendere il bucato all’aria piuttosto che usare l’asciugatrice è meglio per i capi stessi. Quasi nessun tessuto resiste a più di cinquanta cicli di asciugatrice e lavatrice, e se si elimina il passaggio in asciugatrice si allunga la vita ai capi e si risparmino un sacco di soldi.

Serve davvero l’ennesimo maglione nero a collo alto? Forse no

Valutare attentamente ogni acquisto: serve davvero l’ennesimo maglione nero a collo alto? Forse no. E se sì, sostenere marchi che pagano il giusto i lavoratori, si impegnano per tutelare l’ambiente, riducono o eliminano sprechi e inquinamento, e usano fibre naturali, che sono tutte risorse rinnovabili. Non come i tessuti sintetici, riporta Ansa, che rilasciano microplastiche negli oceani, inquinandoli. Valutare anche l’idea di riciclare i capi smessi, o regalarli a un’organizzazione no-profit. E in caso si abbia intenzione di comprare una nuova lavatrice, che sia ad alta efficienza energetica: consuma meno acqua ed energia  Ultimo consiglio: stabilire una giornata unica per il bucato significa anche non doverci pensare per tutta la settimana successiva. Un regalo inestimabile.

Il 37% degli italiani pensa di cambiare lavoro

Il mondo del lavoro cambia, anche perchè “Non si può cancellare l’esperienza vissuta e l’impatto che gli ultimi due anni continueranno ad avere sul mercato del lavoro, poichè flessibilità e benessere sono diventati elementi non negoziabili per i dipendenti”. Sono solo alcune delle parole espresse da Jared Spataro, Corporate Vice President, Modern Work, Microsoft, nel presentare i dati della nuova edizione del Work Trend Index di Microsoft. “Accogliendo e rispondendo in modo proattivo a queste nuove aspettative, le aziende hanno la possibilità di ripensare l’impostazione del proprio business e il ruolo dei dipendenti per raggiungere obiettivi di successo in un orizzonte di lungo termine”.

Cosa si vuole dal lavoro?

I dipendenti hanno seguito negli ultimi due anni una nuova visione di ciò che vogliono dal lavoro e cosa sono disposte a sacrificare per esso, riferisce Italpress. L’indagine di Microsoft sottolinea fortemente questa tendenza. Con il 54% degli italiani ora più propensi a dare priorità alla propria salute e al proprio benessere rispetto al lavoro. Questo trend trova anche riscontro nel dato sugli intervistati che l’anno scorso hanno lasciato il lavoro. Il 17% in Italia, quasi uno su cinque. Il cosiddetto “Great Reshuffle” è tutt’altro che concluso e interessa anche il Belpaese anche se in misura leggermente inferiore che a livello globale: il 37% dei lavoratori dichiara che probabilmente prenderà in considerazione un nuovo lavoro nel prossimo anno (a livello globale è il 43%). Ecco perchè è più importante che mai chi i manager sappiano agire a protezione della produttività aziendale. Senza però trascurare i problemi e le richieste dei dipendenti. Per esempio, nonostante l’innegabile desiderio di flessibilità che traspare dalla ricerca (il 41% dei lavoratori considera di passare a modalità di lavoro remote o ibride nel prossimo anno), il 47% dei dirigenti italiani sostiene che la propria azienda prevede un rientro a tempo pieno in ufficio nel 2022.

La sfida per i leader

La sfida per i leader è quella di motivare i dipendenti a tornare anche in ufficio, trovando nuovi stimoli e opportunità. Infatti, oggi il 33% dei lavoratori “ibridi” in Italia trova difficile capire quando e perchè lavorare dall’ufficio. Solo il 27% dei dirigenti italiani ha pattuito nuovi accordi aziendali per il lavoro ibrido. Queste nuove norme dovranno garantire che lo spazio dell’ufficio sia arricchente per i dipendenti, aiutandoli a sentirsi parte dell’azienda. Inoltre è interessante che il 46% dei dipendenti in Italia si dichiara aperto a sfruttare anche spazi digitali immersivi nel metaverso per future riunioni.
L’analisi dei dati di produttività in Microsoft 365 dimostra che le riunioni e le chat sono in aumento. Spesso estendendosi oltre il tradizionale orario lavorativo. Infatti, la media settimanale di tempo trascorso in riunioni su Teams a livello globale è aumentata del 252% da marzo 2020, e il lavoro extra-time e nel fine settimana è cresciuto rispettivamente del 28% e del 14%.

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