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Social media: consenso globale per il divieto agli under 14 

Secondo i risultati dell’Ipsos Education Monitor 2025  il sostegno dei cittadini globali al divieto di accesso ai social media per i minori di 14 anni risulta alto. Il 71% degli intervistati in tutto il mondo ritiene infatti che gli under 14 anni non dovrebbero accedere ai social network. E tra i genitori con figli in età scolare la percentuale sale al 74%.

Di fatto, mentre l’Australia si prepara a diventare il primo Paese a vietare l’accesso ai social per i minori di 16 anni, l’indagine mostra che in tutti i 30 Paesi analizzati la maggioranza è favorevole all’introduzione di limiti d’età.
La terza edizione dell’Ipsos Education Monitor esplora anche le percezioni delle persone riguardo al proprio sistema educativo, alle sfide che affrontano scuole e giovani, e al ruolo della tecnologia nell’istruzione. 

Italiani critici verso il sistema educativo

Per quanto riguarda il sistema educativo, emerge che gli europei sono tra i più critici. La maggioranza dei cittadini in Ungheria (59%), Francia (55%) e Romania (54%) giudica negativamente il proprio sistema scolastico. Ma opinioni critiche emergono anche in Germania, Spagna, Italia e Belgio.
Al contrario, l’Irlanda si distingue con il 71% di valutazioni positive, seguita dal Regno Unito (49%).

A livello globale, il Report mostra poi una preoccupazione diffusa per la salute mentale dei giovani, tanto che il 33% degli intervistati identifica poi la salute mentale come la sfida principale per i giovani, superando disuguaglianza (28%), bullismo (26%) e social media (25%).

Salute mentale, disuguaglianza, bullismo sul podio delle preoccupazioni

Il 53% ritiene che la salute mentale dei giovani nel proprio Paese sia in condizioni critiche, con picchi in Cile (73%) e Francia (69%).
Quanto alle materie scolastiche preferite emergono storia, matematica e scienze. Quando si tratta delle materie che le persone hanno più apprezzato durante gli anni scolastici, la storia si posiziona al primo posto, seguita da matematica e scienze. 

Pur essendo la seconda materia più amata, con il 30% che la indica come preferita, la matematica risulta anche prima nella classifica delle ‘meno preferite’, riportando alla mente brutti ricordi al 37% degli intervistati. 

Matematica, la materia più odiata e amata allo stesso tempo

A Singapore la matematica è addirittura sia la materia preferita che quella meno amata.
In ogni caso, la divisione di genere nelle preferenze scolastiche emerge con maggiore forza tra le persone più anziane.

Mentre tra i Baby Boomer persiste una netta distinzione tra le materie preferite dai ragazzi (scienze, matematica) e quelle preferite dalle ragazze (lingue, letteratura), tra le generazioni più giovani questo divario si riduce notevolmente, fino a diventare quasi inesistente per scienze e matematica.

Welfare: pensioni e cure sanitarie le garantirà il datore di lavoro

Per generazioni il percorso professionale terminava con la pensione, ma oggi questo traguardo sembra un miraggio.
Per oltre 6 italiani su 10 la pensione futura sarà insufficiente, al punto di dover fare affidamento su altre fonti di reddito (63%) o non poter smettere di lavorare (17%).
Gli under35 (15%) pensano che in pensione non ci andranno mai. E quasi la metà degli italiani (44%) boccia i servizi statali.

A fronte dell’aspettativa per un sistema sanitario accessibile, efficiente e rapido (69%), pensioni adeguate (47%) e servizi di welfare di prossimità (36%), emergono forti attriti tra desideri e realtà. 
Emerge dalla V edizione dell’Osservatorio Change Lab, Italia 2030 dedicato al tema del Welfare svolto da Groupama Assicurazioni in collaborazione con BVA Doxa.

Il pacchetto welfare aziendale

Questa sfiducia trova eco in uno Stato sempre meno di prossimità, in cui la sanità pubblica sarebbe al primo posto tra i servizi che gli italiani si aspettano, ma è la più disattesa.
Pagelle nere, dunque, per il settore pubblico, a cui fanno da contraltare ottime prospettive per il welfare privato.

Circa 4 italiani su 10 godono di copertura sanitaria (41%) e pensioni integrative (38%) come parte dell’offerta fornita dal datore di lavoro.
Il risultato? Grande soddisfazione nei lavoratori dipendenti che hanno un pacchetto welfare aziendale (46%), tanto che 8 su 10 (82%) lo ritengono un fattore importante nella scelta di un nuovo lavoro.

Fra 10 anni lo Stato non avrà le risorse necessarie

Anche guardando ai prossimi 10 anni lo scenario non si discosta dalla fotografia attuale. Solo il 9% degli italiani pensa che lo Stato riuscirà a garantire tutti i servizi essenziali.
La maggior parte ritiene che solo una parte dei servizi sarà garantita (55%) e che sarà necessaria una collaborazione con il settore privato (27%), o che lo Stato non avrà le risorse necessarie.

Pertanto saranno le aziende a colmare le lacune tramite welfare aziendale (30%), o si dovrà fare affidamento su risorse individuali (25%).
“In un contesto socioeconomico come quello attuale, in cui si abbassa il valore delle pensioni, aumenta l’invecchiamento della popolazione e cala la copertura del sistema sanitario nazionale, le imprese sono chiamate a svolgere un ruolo sociale “, commenta Pierre Cordier, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Groupama Assicurazioni.

La transizione verso un sistema integrato

“In questo scenario – prosegue Cordier -, il welfare aziendale si configura per i dipendenti come la risposta ai bisogni a cui lo Stato non riesce a far fronte, e per le aziende, come una leva strategica per attrarre e fidelizzare i talenti, attraverso uno strumento in grado di rispondere alle necessità emergenti dei lavoratori. In qualità di assicuratori, il nostro impegno è quello di accompagnare questa evoluzione sociale, facilitando la transizione verso un sistema integrato che sappia rispondere con efficacia alle nuove esigenze di tutela e benessere dei cittadini italiani”.

Curiosità, cautela, legame con la tradizione: il rapporto degli italiani con i Novel Food

I cosiddetti, Novel food, i cibi innovativi, come carne coltivata in laboratorio, proteine derivate da insetti, alghe, meduse e altri prodotti nati dalla ricerca scientifica e dal bisogno di sostenibilità, tra gli italiani suscitano curiosità, ma anche cautela. E attenzione alla salute.

Solo il 23% degli italiani si considera informato sul tema, e la conoscenza dei Novel Food è distribuita in modo omogeneo tra uomini e donne, senza particolari differenze tra fasce d’età. Emerge però con maggiore intensità tra i giovani dai 18 ai 34 anni, che si distinguono anche per apertura e sperimentazione.

Lo ha scoperto una ricerca condotta da BVA Doxa, che ha esplorato la conoscenza, la propensione al consumo e le barriere percepite rispetto al Novel Food, evidenziando come il rapporto degli italiani con l’innovazione in cucina sia ostacolato dal forte legame con la tradizione.  

Divisi tra diffidenza e voglia di sperimentare

Il 40% degli italiani sarebbe disposto a provare i novel food, anche se ‘dipende dal tipo di alimento’. Solo una minoranza (9%) è pronta a provarli subito, mentre il resto esprime dubbi o contrarietà.
I 18-34enni sono i più aperti alla sperimentazione, mentre gli over55 evidenziano un forte attaccamento alla cucina tradizionale.

Il principale ostacolo all’accettazione del Novel Food è proprio il forte legame con la tradizione alimentare.
Per il 39% degli italiani, il fatto che questi cibi siano ‘estranei’ alla cultura gastronomica nazionale riduce la disponibilità a provarli, mentre per il 34% l’innovazione alimentare può avere un impatto positivo sulla dieta.
Tra le motivazioni che ne scoraggiano il consumo, la diffidenza verso sapori sconosciuti e il timore per gli effetti sulla salute.

Carne sintetica? Meglio quella plant-based

Gusto gradevole, benefici per la salute, impatto ambientale positivo e prezzo conveniente potrebbero convincere gli italiani a includere il novel food nella dieta.
I cibi innovativi che incuriosiscono di più? Carne vegetale, alghe, meduse.

Questi risultano più accettati rispetto, ad esempio, alla carne sintetica. E gli uomini e gli italiani fino a 54 anni sono i più predisposti alla sperimentazione.
In termini di esperienza diretta, i cibi plant-based, funzionali e sostenibili sono già stati introdotti nella dieta di una parte della popolazione, in particolare da donne e giovani.

Il contesto economico incide sulle scelte alimentari

Il 36% degli italiani riconosce poi che il Novel Food può contribuire alla sostenibilità ambientale, percentuale che cresce tra i più giovani e tra coloro che si dichiarano sensibili ai temi ecologici.

Ma nonostante l’interesse, la propensione a spendere di più per alimenti legati alle nuove tendenze resta bassa. Solo 1 italiano su 4 sarebbe disposto a farlo, e solo a seconda del tipo di prodotto.
Il contesto economico incide fortemente sulle scelte alimentari. Il 49% degli italiani ha modificato le proprie abitudini negli ultimi 12 mesi a causa dell’aumento dei prezzi, acquistando prodotti in promozione, preferendo marche economiche o private label, frequentando i discount, e riducendo il consumo di cibi costosi, come pesce, carne e dolci e dei pasti fuori casa.

Sostenibilità e digitale, 4 generazioni di italiani a confronto

La ricerca dell’Osservatorio per la Sostenibilità Digitale, realizzata dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale in collaborazione con l’Istituto di Studi Politici San Pio V, dal titolo ‘Generazioni’, mette a confronto su questi temi le percezioni e i comportamenti di 4 generazioni di italiani: GenZ (18-28 anni), Millennial (29-44 anni), GenerazioneX (45-60 anni) e Baby Boomer (61-75 anni).

Indipendentemente dall’età, quasi un italiano su quattro ritiene che la tecnologia digitale non sia uno strumento utile per perseguire gli obiettivi di sostenibilità. I giovani, però (48% GenZ, 33% Millennial), usano molto il digitale e si impegnano attivamente per la sostenibilità
Al contrario, GenerazioneX (32%) e Baby Boomer (52%) per lo più usano poco le tecnologie digitali e non danno molta importanza alla sostenibilità.

Divisi sul cambiamento climatico

Le differenze si accentuano sul tema del cambiamento climatico. Circa il 27% degli italiani pensa che pur essendo un problema serio il cambiamento climatico non richieda un intervento immediato. Il 31% dei Millennial e il 27% della GenZ credono che ci sia ancora tempo per agire, mentre per il 67% degli over60 è una priorità assoluta, e per il 66% dei Boomer è urgente anche il problema dell’inquinamento.

Chi ha visioni ambientaliste più radicate tende a essere più diffidente nei confronti della tecnologia. Tra GenZ e Millennial, chi è maggiormente preoccupato su questi temi presenta indici elevati in termini di sostenibilità e digitalizzazione. Per GenerazioneX e Boomer, al contrario, l’ambientalismo si accompagna spesso a un atteggiamento di forte diffidenza verso il mondo digitale.

Le conseguenze delle azioni

Più in generale, il livello di conoscenza dei temi della sostenibilità ambientale, economico e sociale in relazione alla capacità di tradurre la consapevolezza in azioni concrete evidenza un divario generazionale.

Il 22% dei più giovani conosce molto bene il concetto di sostenibilità, contro solo l’8% dei più ‘maturi’. Inoltre, non conosce questo tema il 34% della GenZ rispetto al 54% dei Boomer. Tuttavia, meno di un italiano su tre è in grado di correlare le proprie convinzioni alle conseguenze che ne derivano. 
Anche la consapevolezza dell’utilità del digitale è difforme tra le generazioni. Nonostante il digitale sia visto come un’opportunità (94% tra 18-60 anni, 87% over60) gli italiani sono convinti che dal digitale derivino perdite di posti di lavoro, ingiustizia sociale, diseguaglianze.

Un gap tecnologico generazionale

Rispetto alle altre generazioni, i Boomer sono quelli che hanno il tasso di non utilizzo degli strumenti digitali più alto: il 35% del totale contro il 9% della GenerazioneX e il 6% dei Millennial.
D’altronde, GenZ e Millennial, che vengono identificati come Sostenibili Digitali, adottano raramente tecnologie sostenibili e mettono in atto pochi comportamenti concreti verso la sostenibilità. E questo peggiora con l’età, raggiungendo livelli quasi nulli tra Baby Boomer e GenerazioneX.

Gli aspetti che emergono dalla ricerca indicano un forte divario generazionale nell’uso delle tecnologie e nella capacità di tradurre la consapevolezza in azioni pratiche, evidenziando la necessità di interventi mirati per colmare queste lacune.

Videogiochi per bambini, hanno anche un potenziale educativo?

Nell’era digitale, la tecnologia offre molti strumenti per migliorare lo sviluppo di diverse abilità delle nuove generazioni. Un recente studio condotto da un team di ricerca inglese, citato dalla Fondazione AIDR – Association Italian Digital Revolution, ha dimostrato come i videogiochi, se progettati con attenzione, possano rappresentare un valido supporto per il benessere e la crescita dei bambini.

Lontani dall’essere semplici passatempi, i videogiochi stimolano la creatività, aiutano a sviluppare un’identità personale e potenziano competenze cognitive fondamentali.

Stimolare il pensiero critico e la creatività

Le dinamiche di gioco spesso richiedono capacità avanzate di problem solving e pianificazione strategica. Attraverso trame coinvolgenti e sfide stimolanti, i bambini imparano a prendere decisioni rapide e a elaborare strategie complesse. Un approccio interattivo migliora la loro capacità di risolvere problemi e di affrontare situazioni in modo critico e consapevole.

L’importanza dell’interazione sociale

In un mondo sempre più connesso, le relazioni sociali si stanno spostando anche nell’ambiente digitale. I videogiochi che promuovono la cooperazione e il lavoro di squadra permettono ai bambini di sviluppare empatia, migliorare la comunicazione e creare legami con coetanei provenienti da contesti culturali diversi.

Esperienze digitali di questo tipo possono facilitare l’inclusione e la costruzione di relazioni profonde.

Un’opportunità per l’inclusione

Un aspetto fondamentale dei videogiochi è la loro adattabilità. Molti titoli moderni sono sviluppati con funzionalità accessibili per bambini con disabilità motorie o sensoriali, offrendo loro la possibilità di partecipare attivamente all’esperienza di gioco.

L’inclusione digitale non solo favorisce la socializzazione, ma aiuta i bambini a sentirsi parte di una comunità, rafforzando la loro autostima e il senso di appartenenza.

Un’iniziativa per il gioco responsabile

Consapevole del potenziale educativo dei videogiochi, la Fondazione AIDR sta promuovendo un uso consapevole e responsabile di questi strumenti digitali. A tal fine, è in fase di progettazione l’apertura di un centro nazionale a Roma, dedicato alla sensibilizzazione su un utilizzo positivo dei videogiochi. Questo centro si rivolgerà a bambini, genitori ed educatori, fornendo strumenti e conoscenze per integrare i videogiochi nell’educazione in modo sicuro ed efficace.

Il futuro dell’educazione digitale

L’uso consapevole dei videogiochi può diventare un potente alleato nell’educazione e nello sviluppo dei bambini. Educatori e genitori hanno un ruolo chiave nel valorizzare queste opportunità, promuovendo un equilibrio tra intrattenimento e apprendimento.

Attraverso il sostegno a progetti innovativi e a iniziative di sensibilizzazione, è possibile costruire un futuro in cui tecnologia e crescita personale vadano di pari passo. 

Silenzi imbarazzanti: agli italiani bastano pochi secondi per sentirsi a disagio

Lo ha scoperto la piattaforma Preply intervistando 26.719 persone in 21 Paesi, tra cui l’Italia: durante una conversazione, le persone in media iniziano a trovare imbarazzante il silenzio dopo 6,8 secondi.
In Italia però ne bastano solo 6,2 prima di cominciare a provare disagio. E a livello generazionale, i più ‘colpiti’ da questa forma di ‘fobia sociale’ sono i giovani. L’82% della Gen Z infatti considera i silenzi imbarazzanti.

Con l’aumentare dell’età la percentuale di ‘imbarazzati’ da silenzio diminuisce, probabilmente a causa di una minore preoccupazione per i giudizi altrui.
Insomma, i silenzi imbarazzanti mettono a disagio chiunque. Ma il tempo necessario a rendere insostenibile la situazione non è uguale per tutti.

Solo i brasiliani sono più “chiacchieroni” di noi

Di fatto, l’Italia è il Paese europeo dove i silenzi sono vissuti con maggiore imbarazzo, ed è superata a livello globale solo dal Brasile, dove le persone iniziano a sentirsi a disagio dopo appena 5,5 secondi di silenzio. Al contrario, in Paesi Bassi, Giappone e Thailandia il silenzio è ampiamente accettato.

In ogni caso, per gli italiani i silenzi più imbarazzanti sono quelli con estranei (57%) e parenti lontani (41%), soprattutto per gli over65.
Anche i silenzi con i superiori al lavoro possono creare disagio. Quasi un terzo degli italiani ammette di trovarsi in difficoltà, e la percentuale più alta è tra le donne (35%).

Meglio evitare ascensori, primi appuntamenti, parlare con estranei

Le donne tendono a sentirsi più in imbarazzo rispetto agli uomini anche nelle conversazioni con i suoceri.
In generale, sembrerebbe che le donne soffrano maggiormente il silenzio con persone su cui vorrebbero fare buona impressione, mentre gli uomini provano più imbarazzo nei momenti di silenzio con chi hanno legami stretti.

Inoltre, se tre persone su quattro ammettono di aver provato disagio in spazi ristretti come l’ascensore, tra le situazioni che imbarazzano di più gli italiani ci sono i primi appuntamenti (68%).
Al terzo posto, le conversazioni informali con estranei, fonte di imbarazzo per il 66%.

La paura di restare senza parole

Se si considerano i contesti in cui il silenzio imbarazzante è più temuto il primo appuntamento si rivela il più critico. È questa la situazione in cui si ha più paura di rimanere senza nulla da dire, soprattutto tra i giovani da 16 a 24 anni (49%).

Anche gli spazi ristretti restano tra le circostanze più scomode, seguiti dai discorsi in pubblico, dove un silenzio improvviso può diventare particolarmente snervante.
Curiosamente, gli uomini sembrano essere più emotivi delle donne quando si tratta di silenzi in momenti solenni, come un funerale o la fine di una relazione.

Mutui, la domanda è in netta ripresa dopo anni “difficili”

Nel 2024 il mercato dei mutui ha segnato un netto cambio di rotta, dopo una lunga fase di rallentamento tra il 2021 e il 2023. Secondo i dati del Sistema di Informazioni Creditizie EURISC, le richieste di mutui da parte delle famiglie italiane sono cresciute del 12,1% rispetto all’anno precedente. Particolarmente significativo è stato l’ultimo trimestre del 2024, con un picco del 30% a novembre e una crescita del 25,4% a dicembre rispetto allo stesso periodo del 2023.

Questa dinamica è stata favorita dalla riduzione dei tassi di interesse applicati dalle banche, soprattutto per i mutui a tasso fisso, in seguito ai tagli operati dalla BCE nel corso dell’anno. Parallelamente, molte famiglie hanno scelto di ricorrere alle surroghe per rinegoziare i mutui a tasso variabile, riducendo così i costi mensili. Nei primi nove mesi del 2024, le surroghe hanno registrato un incremento del 19,5%, a fronte di un lieve calo del 4,1% nei nuovi mutui erogati.

Importi e preferenze delle famiglie italiane

L’importo medio richiesto per i mutui è aumentato del 2,5% nel 2024, raggiungendo i 148.305 euro. A dicembre, l’importo medio si è attestato a 154.021 euro (+1,0% rispetto al mese precedente). La maggior parte delle richieste si concentra nella fascia compresa tra i 100.000 e i 150.000 euro, che rappresenta il 30,6% del totale, seguita dalla classe tra 150.000 e 300.000 euro (28,5%). Solo il 5,1% delle richieste supera i 300.000 euro.

Oltre l’80% delle famiglie preferisce piani di rimborso superiori ai 15 anni, per contenere l’impatto delle rate sul bilancio mensile. In termini di età, il 55% dei richiedenti appartiene alla fascia tra i 25 e i 44 anni, mentre il 32,6% è compreso tra i 45 e i 64 anni.

Prospettive per il 2025

Secondo Simone Capecchi, Executive Director di CRIF, “i dati macroeconomici suggeriscono una ripresa del potere d’acquisto delle famiglie e una progressiva riduzione dei tassi di interesse da parte della BCE. Questi fattori ci prospettano un’ulteriore crescita dei mutui per l’acquisto di abitazioni, che contribuirà a rilanciare l’intero mercato immobiliare”.

Il futuro del mercato immobiliare

Con il miglioramento delle condizioni economiche e l’aumento della fiducia dei consumatori, il 2025 potrebbe rappresentare un ulteriore punto di svolta per il mercato dei mutui e del settore immobiliare, consolidando il trend positivo del 2024.

Bonus casa: cosa cambia nel 2025?

L’ultima manovra finanziaria ridisegna le agevolazioni sulla casa per il 2025, con alcune conferme e molti tagli.
La legge di bilancio ridefinisce l’Ecobonus, l’agevolazione per l’efficienza energetica attraverso detrazione Irpef o Ires dal 50 al 65%. Se per alcuni interventi nei condomini raggiungeva anche l’85%, dal 2025 scenderà al 50% per la prima casa e al 36% per gli altri immobili. Nel 2026 e 2027 si scenderà ulteriormente al 36% per la prima casa e al 30% per le altre.

Le aliquote si applicano a tutti gli interventi agevolati, compresi quelli che finora davano luogo a una detrazione più alta, come appunto gli interventi sulle parti comuni degli edifici condominiali.

Caldaie a gas escluse dalle agevolazioni

La nuova detrazione prevista dalla disciplina di ecobonus esclude gli interventi di sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale con caldaie uniche alimentate a combustibili fossili. In pratica, le caldaie a gas, che finora godevano delle stesse aliquote al 50% o al 65% se abbinate alle valvole termostatiche.

Stesso schema dell’ecobonus anche per il bonus ristrutturazioni, che resterà al 50%, ma solo per le abitazioni principali e con tetto di spesa a 96.000 euro.
Per gli altri immobili, a partire dal primo gennaio 2025, lo sconto fiscale scenderà al 36%, con un tetto di spesa fino a 48.000 euro. Nel 2026 e nel 2027 le aliquote scendono sulla scia dell’ecobonus.

Stretta su Sismabonus. Bonus mobili ed elettrodomestici Made in Europe

Netto ridimensionamento arriva anche per la detrazione fino all’85% per lavori antisismici su abitazioni e immobili produttivi. Anche in questo caso, scenderà al 50% sulla prima casa e al 36% sulle altre proprietà immobiliari, con ulteriore decalage nel 2026 e nel 2027 come per le altre agevolazioni.
Su mobili ed elettrodomestici il fronte è duplice. In caso di ristrutturazione, viene confermato lo sconto del 50% su arredi e grandi elettrodomestici (con tetto di spesa a 5.000 euro).

Viene poi introdotto un contributo per l’acquisto di elettrodomestici ad alta efficienza energetica (classe B o superiore) prodotti in Europa, a condizione che il vecchio apparecchio venga smaltito correttamente. Il contributo è pari al 30% del costo dell’elettrodomestico, fino a un massimo di 100 euro per ciascun acquisto. 
Il bonus sale a 200 euro per famiglie con Isee inferiore a 25.000 euro. È possibile beneficiare dell’incentivo per un solo elettrodomestico per nucleo familiare.

Superbonus in via di esaurimento 

Nel 2025 la maxi agevolazione nata con la pandemia passerà dal 70% al 65%, ma sarà limitata agli interventi per i quali al 15 ottobre 2024 risulti già presentata la Cilas, e per i condominii, la delibera assembleare di approvazione dei lavori.

Il maxi sconto al 110% rimarrà solo per gli immobili situati nelle zone colpite da eventi catastrofali. La manovra, riferisce Ansa, apre inoltre alla possibilità di detrarre in 10 anni le spese del 2023, rimaste finora escluse dall’opzione.

L’esperienza d’acquisto perfetta? I consumatori vogliono efficienza e servizi digitali

Efficienza, semplicità d’acquisto e una maggiore integrazione digitale. Ecco, in ordine, cosa desiderano i consumatori moderni. I trend e le nuove esigente dei clienti emergono dallo studio “Consumer trend e le evoluzioni dei bisogni nel retail” condotto da BVA Doxa, presentato durante il Forum Retail organizzato da IKN Italy.

Obiettivo: “smuovere” anche le emozioni 

Secondo la ricerca, il 70% degli italiani cerca nuove esperienze di acquisto che vadano oltre la semplice transazione e coinvolgano emotivamente il cliente. Per rispondere a questa domanda, le aziende devono ideare “momenti EPIC”, ovvero esperienze straordinarie che generino un impatto positivo e duraturo sul cliente.

Questo approccio non solo aumenta la soddisfazione, ma contribuisce anche a costruire una relazione di fiducia e fidelizzazione con i consumatori.

Continuità tra online e offline

La continuità tra l’esperienza online e quella nei negozi fisici è considerata essenziale: ben l’88% degli intervistati desidera un percorso di acquisto senza interruzioni tra i vari canali. In aggiunta, cresce l’interesse per la personalizzazione, con il 75% dei consumatori che preferisce offerte su misura in base alle proprie preferenze e necessità.

Tuttavia, il 63% dei clienti è disposto a condividere i propri dati personali solo con brand in cui ripone fiducia e che dimostrano un’attenta gestione delle informazioni, offrendo in cambio benefici concreti.

Digitalizzazione e nuovi strumenti nel retail

La ricerca sottolinea come strumenti digitali e tecnologie avanzate siano diventati elementi chiave nel miglioramento dell’esperienza d’acquisto, in settori come la moda e gli articoli per animali domestici.

Tra questi, l’ampia scelta di opzioni di pagamento digitale, la consegna a domicilio, i sistemi di pagamento rapidi o contactless, e dispositivi smart come totem informativi e schermi interattivi sono considerati fondamentali per garantire un servizio moderno e flessibile. Questi aspetti mostrano come la facilità d’uso e un ecosistema di servizi digitali rappresentino oggi caratteristiche imprescindibili per i retailer.

Il fattore umano resta imprescindibile

Un ultimo aspetto rilevante emerso dall’analisi riguarda il valore del fattore umano. Nel settore della moda, l’86% dei consumatori sceglie il negozio basandosi sulle competenze e l’empatia del personale; tale percentuale sale al 92% nel settore pet, dimostrando quanto sia importante per i clienti il trattamento riservato ai propri animali domestici, ormai considerati membri della famiglia a tutti gli effetti.

La professionalità e l’attenzione al cliente si rivelano quindi essenziali per costruire esperienze di valore anche in un contesto sempre più digitale.

AI: le preoccupazioni dei CIO per dati e sicurezza ne ostacolano la diffusione

L’uso dell’Intelligenza artificiale sta aumentando rapidamente nelle aziende poiché i decisori aziendali (CIO) ne colgono la grande opportunità. Secondo un’indagine di Salesforce sullo stato dell’AI nelle aziende, il 77% dei CIO afferma infatti di avere un ottimo consenso da parte dei dirigenti su valore ed efficacia dell’AI, ma solo l’11% l’ha implementata completamente. In media, tra il 18%-38% in meno rispetto alle controparti nelle altre linee di business.

I business stakeholder hanno aspettative molto alte e chiedono tempi più rapidi di implementazione dell’AI, ma i rischi sono alti.  
Il punto critico è sui tempi: per il 68% dei CIO le aspettative sono irragionevoli sul ROI da questa tecnologia. Al momento, la maggiore preoccupazione riguarda problematiche relative alla sicurezza e l’infrastruttura dei dati.

Un approccio più calcolato rispetto ad altre tecnologie

La lentezza con cui vengono sancite strategie e strumenti di AI a livello aziendale può essere attribuita all’attenzione per il lavoro preparatorio che i CIO devono affrontare. Data la natura trasformativa dell’AI, il 67% dei CIO afferma di adottare un approccio più calcolato alla sua implementazione rispetto ad altre tecnologie.

Tra gli ostacoli che bisogna considerare durante l’implementazione dell’AI, i CIO evidenziano quelli legati alla sicurezza e i dati.
Mentre i problemi di sicurezza possono essere affrontati selezionando fornitori con una solida infrastruttura di sicurezza e garanzie di etica e credibilità, da per diversi intervistati in diversi settori garantire che i dati alla base dell’AI siano recenti, di alta qualità e accessibili, può essere una sfida scoraggiante.

Quanto budget destinare all’AI in questa sua prima fase di vita?

Riconoscendo che devono mettere in ordine i loro dati prima di poter abbracciare pienamente l’AI, i CIO stanno attualmente allocando, in media, un budget quattro volte superiore per le attività sui dati. Tuttavia, sono incerti su quanto destinare all’AI in questa sua prima fase di vita. Solo il 47% è sicuro di aver allocato la giusta quantità di budget.

Al di là delle sfide legate al rafforzamento delle basi di dati, molti CIO hanno difficoltà a definire dove e come l’AI dovrebbe apparire nelle organizzazioni più ampie.
Ciò è particolarmente vero data la novità dei modelli e la mancanza di comprensione, o addirittura la paura, di questa novità tecnologia nei vari dipartimenti.

Asimmetria fra casi d’uso e competenze

Mentre i casi d’uso dell’AI sono più evidenti in alcune aree dell’azienda, quegli stessi reparti potrebbero non essere i più ricettivi o capaci di sfruttarne le potenzialità. Ad esempio, i CIO ritengono che il servizio clienti abbia il maggior numero di casi d’uso, ma anche che sia il meno entusiasta. D’altro canto, il marketing è desideroso di utilizzare l’AI, ma meno preparato a livello di competenze.

Alcuni CIO stanno scoprendo che questo disallineamento tra valore commerciale dell’AI, entusiasmo e preparazione richiede un approccio più ‘chirurgico’ all’implementazione in tutta l’azienda.
Per questo, alcuni CIO trovano più efficace lanciare progetti pilota che ne mettano in mostra le potenzialità, al fine di rendere possibile un’implementazione più ampia. Tanto che il 75% degli intervistati descrive le proprie organizzazioni come in fase sperimentale di adozione.

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