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Economia italiana in bilico: come le PMI e il PNRR disegnano la ripresa

L’economia italiana affronta un momento di transizione: da un lato la necessità di consolidare i bilanci pubblici e ridurre la vulnerabilità finanziaria; dall’altro la spinta alla digitalizzazione e alla transizione energetica che può rilanciare produttività e occupazione. Questo equilibrio fragile interessa in modo particolare le piccole e medie imprese (PMI), cuore del sistema produttivo nazionale, e le politiche legate al PNRR, che restano uno degli strumenti principali per orientare investimenti e riforme.

Contesto

Dopo anni di crescita modesta e shock consecutivi — pandemia, rincari energetici e, più recentemente, pressioni inflazionistiche globali — l’Italia fatica a tornare ai ritmi di espansione pre-2008. Il rapporto debito/PIL si mantiene elevato, attorno al 150%, mettendo vincoli alle politiche fiscali. Allo stesso tempo, l’inflazione è rientrata rispetto ai picchi ma rimane un fattore di incertezza per famiglie e imprese. In questo contesto, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e le risorse europee rappresentano un’opportunità per sostenere investimenti in infrastrutture, digitalizzazione e sostenibilità.

Analisi: dati, settori e esempi concreti

Le PMI costituiscono oltre il 99% del tessuto imprenditoriale italiano e impiegano la maggior parte della forza lavoro privata. Tuttavia molte aziende soffrono per la bassa produttività, l’accesso al credito e la carenza di competenze digitali. Secondo rilevazioni recenti, la crescita annua del PIL è rimasta su livelli contenuti, con previsioni di breve termine che oscillano fra lo 0,5% e l’1,5% a seconda dello scenario internazionale. Il mercato del lavoro mostra segnali misti: tassi di occupazione in crescita ma con forte segmentazione territoriale e persistente divario giovanile.

Il PNRR, con risorse significative destinate a digitalizzazione, infrastrutture verdi e formazione, offre progetti pilota già attivi: dall’adozione di tecnologie Industria 4.0 in distretti manifatturieri del Nord all’efficientamento energetico degli edifici pubblici nel Centro-Sud. Esempi virtuosi emergono dove le amministrazioni locali hanno combinato fondi PNRR con capitale privato per creare hub d’innovazione. In Veneto e Lombardia alcune reti di PMI hanno investito in macchine a controllo numerico e piattaforme digitali per la filiera, migliorando tempi di consegna e riducendo sprechi.

Tuttavia non mancano ostacoli: la burocrazia e i ritardi amministrativi rallentano l’assorbimento dei fondi, mentre il mercato del credito resta selettivo per imprese di piccola dimensione non accompagnate da piani di crescita chiari. Le politiche fiscali come incentivi per la riqualificazione energetica e crediti d’imposta per investimenti in innovazione hanno avuto impatti differenziati, con qualche successo nelle grandi imprese ma risultati più attenuati tra le microimprese.

Implicazioni future

Per trasformare questa finestra di opportunità in crescita sostenibile, servono interventi su più fronti. Prima di tutto una maggiore velocità e trasparenza nella gestione delle risorse PNRR: semplificare procedure, ridurre i tempi di istruttoria e potenziare il supporto tecnico alle PMI può aumentare l’assorbimento dei fondi e la qualità dei progetti. In secondo luogo, politiche attive per il lavoro mirate a colmare il gap di competenze digitali sono cruciali: formazione continua e percorsi di re-skilling possono aumentare la produttività e favorire l’adozione delle tecnologie.

Infine, la sostenibilità finanziaria resta un fattore chiave. Riforme strutturali volte a migliorare il clima degli investimenti — dalla giustizia civile efficiente a una tassazione più semplice e prevedibile — possono incentivare capitale privato e investimenti esteri. Le PMI, se accompagnate da infrastrutture digitali e da incentivi mirati, possono diventare il volano di una crescita più equa e territoriale.

L’economia italiana è quindi in bilico, ma non priva di strumenti e casi di successo su cui costruire. La sfida è trasformare le risorse disponibili in cambiamenti strutturali: solo così si potrà rilanciare competitività, creare lavoro stabile e ridurre la vulnerabilità del bilancio pubblico nel medio termine.

Da garage a scale-up: come le startup italiane scalano tra capitali, regolazione e talento

Negli ultimi anni l’ecosistema delle startup in Italia ha smesso di essere una nicchia: da un laboratorio di idee si è trasformato in un motore sempre più concreto di innovazione e occupazione. Tra successi internazionali, round di finanziamento più grandi e uscite strategiche, molte realtà nate come progetti domestici stanno imboccando la strada della scalabilità. Ma il passaggio da startup a scale-up non è una naturale conseguenza del buon prodotto: richiede capitali, governance, accesso al talento e un quadro normativo che sappia accompagnare la crescita.

Il contesto è favorevole ma frammentato. Negli ultimi tre anni si è osservata una crescita del flusso di capitale verso le startup italiane: maggiori fondi VC nazionali e fondi internazionali hanno incrementato la loro esposizione, mentre programmi pubblici e iniziative private hanno ridotto il gap iniziale di finanziamento. Al tempo stesso permangono sfide strutturali: concentrazione geografica in pochi hub (Milano, Roma, Torino), una scarsità di round late-stage e difficoltà nelle assunzioni di figure tecniche chiave. Questi elementi condizionano il percorso di scaling, che richiede risorse non solo economiche ma manageriali e organizzative.

Analisi e casi: due percorsi a confronto. Prendiamo due casi emblematici per capire dinamiche diverse. Il primo è la fintech che ha puntato su un prodotto semplice e virale per i pagamenti peer-to-peer, costruendo nel tempo una rete di utenti e partnership con commercianti. La strategia ha combinato un forte focus sul prodotto, user experience e un approccio graduale al mercato estero: iniziare da mercati culturalmente vicini, testare modelli di pricing e poi replicare. Questo approccio ha permesso di migliorare metriche chiave come il tasso di retention e il rapporto LTV/CAC, riducendo la dipendenza dai round di capitale intensivi.

Il secondo caso è quello di una proptech che ha scelto una strada più capital-intensive, puntando su acquisizioni mirate e investimenti tecnologici per automatizzare processi tradizionali. Queste aziende hanno attratto round più importanti, ma hanno dovuto confrontarsi con burn rate elevati, esigenza di metriche finanziarie solide e, spesso, con complessità normative locali legate al settore immobiliare. La lezione è che non esiste un solo modello: il trade-off tra velocità di crescita e sostenibilità economica è centrale nella scelta strategica.

Altri temi emergenti che incidono sulla scalabilità sono la regolazione e il capitale umano. Settori come fintech e digital health richiedono regole chiare e tempistiche prevedibili per ottenere autorizzazioni e certificazioni: l’incertezza normativa rallenta l’espansione cross-border e aumenta i costi di compliance. Sul fronte del capitale umano, la competizione globale per talenti tech costringe le startup italiane a ripensare package retributivi, programmi di formazione interna e politiche di remote work per attrarre profili senior senza cedere completamente alla competizione salariale internazionale.

Infine, l’ecosistema di supporto—incubatori, acceleratori, fondi di co-investimento e partnership corporate—gioca un ruolo decisivo. Le collaborazioni tra grandi imprese e startup possono accelerare l’industrializzazione del prodotto e aprire canali distributivi importanti. Allo stesso tempo, la presenza di investitori in grado di sostenere i round successivi (late-stage) è cruciale per evitare la fuga verso mercati esteri dove trovare capitali più grandi e maturi.

Implicazioni future. Guardando avanti, l’Italia ha l’opportunità di consolidare un cluster di scale-up competitive su scala europea, ma servono alcune condizioni: più capitale late-stage sul territorio, interventi pubblici mirati per snellire le procedure regolatorie nei settori strategici, e programmi formativi che alimentino il bacino di sviluppatori, product manager e data scientist. Per le startup significa costruire modelli di business che guardino a metriche di sostenibilità oltre alla crescita top-line, adottare governance più strutturate e pianificare fin da subito il percorso verso la profittabilità.

Per i policymaker, l’indicazione è chiara: sostenere la crescita delle scale-up non è solo una questione di finanziamenti, ma di creare un ambiente in cui il talento resta, il rischio d’impresa è gestibile e le regole permettono una crescita ordinata. Per investitori e imprenditori, invece, il monito è puntare su strategie differenziate—alcune aziende cresceranno lentamente e profittevolmente, altre scaleranno con capitale intenso—ma tutte dovranno dimostrare solide metriche operative per attrarre il capitale necessario alla scala.

In sintesi, la transizione da startup a scale-up in Italia è possibile e già in atto per molte realtà. Il successo dipenderà dalla capacità degli imprenditori di bilanciare innovazione e disciplina gestionale, dalla disponibilità di capitali maturi e da un ecosistema pubblico-privato che sappia fare da leva per la crescita sostenibile.

Turismo esperienziale in Italia: come le destinazioni secondarie conquistano vacanzieri e investimenti

Negli ultimi anni il turismo in Italia ha cambiato volto: non più solo grandi capitali d’arte e coste affollate, ma una crescita marcata delle destinazioni secondarie che puntano sull’esperienza locale, la sostenibilità e l’autenticità. Questo mutamento non è solo culturale: genera nuovi flussi economici, riconfigura l’offerta ricettiva e attira investimenti mirati. In questo articolo analizziamo i trend recenti, i dati disponibili e alcuni esempi concreti per capire come si sta ridefinendo il business del turismo italiano.

Contesto. La ripresa post-pandemia ha accelerato preferenze già in divenire: i viaggiatori cercano maggiormente esperienze esperienziali—corsi di cucina, soggiorni in agriturismi, trekking guidati nei borghi—e privilegiano destinazioni meno affollate. Le motivazioni sono molteplici: desiderio di autenticità, timori legati al sovraffollamento, attenzione alla sostenibilità e maggiore uso di remote working che permette soggiorni più lunghi. Di conseguenza, comuni e territori secondari, tradizionalmente marginali dal punto di vista turistico, registrano un interesse crescente da parte di visitatori e investitori.

Analisi con dati ed esempi. Le statistiche più recenti indicano una ripresa robusta dei flussi turistici verso l’Italia, con volumi prossimi ai livelli pre-2020 in molte regioni. Parallelamente, rilevazioni di settore mostrano un aumento delle ricerche online per “borghi”, “agriturismo” e “vacanze esperienziali” a doppia cifra anno su anno nel triennio successivo alla pandemia. Questi spostamenti si traducono in numeri concreti: tassi di occupazione più alti in strutture rurali durante periodi tradizionalmente meno richiesti e una crescita delle prenotazioni dirette tramite portali locali e social media.

Esempi pratici emergono in diverse regioni. In alcune aree dell’Appennino, progetti di riqualificazione di ex immobili pubblici in mini-resort e co-housing turistico hanno attratto investimenti privati e fondi regionali, creando lavoro stagionale e destagionalizzazione. In Puglia e in Toscana, cooperative locali hanno strutturato pacchetti che combinano soggiorno in masseria, laboratori artigianali e visite guidate a produttori locali: il risultato è un aumento del valore medio della spesa per turista e una permanenza media più lunga. Anche isole minori e zone lacustri registrano un boom di turismo “attivo”: kayak, escursioni in bici e itinerari enogastronomici attirano target con maggiore propensione alla spesa e attenzione alla qualità dell’offerta.

Dal lato imprenditoriale, il fenomeno ha stimolato nuove forme d’investimento: conversione di immobili storici in boutique hotel, nascita di piattaforme locali per la vendita di esperienze e pacchetti integrati, e microfinanziamenti per start-up che offrono servizi di ospitalità esperienziale. Anche il mercato immobiliare ne risente: in alcune realtà, la domanda di seconde case e alloggi per locazioni brevi ha fatto salire i prezzi, ma ha anche favorito il recupero di immobili degradati grazie a modelli di gestione condivisa e a formule di partenariato pubblico-privato.

Implicazioni future. Il consolidamento del turismo esperienziale nelle destinazioni secondarie porta opportunità e rischi. Sul fronte positivo, la redistribuzione dei flussi turistici può contribuire alla rigenerazione economica di aree interne, creare occupazione e valorizzare filiere agricole e artigianali locali. Per gli operatori significa spazio per innovare: pacchetti tematici, digitalizzazione della vendita, collaborazioni con guide locali e investimenti in infrastrutture sostenibili saranno elementi chiave per competere.

Tra i rischi si segnala la possibile gentrificazione di borghi e quartieri minori, la pressione sulle risorse locali (acqua, rifiuti, mobilità) e la perdita di autenticità se l’offerta diventa eccessivamente standardizzata. La gestione sostenibile è dunque essenziale: politiche locali che regolamentino le locazioni brevi, incentivi alla qualità e alla sostenibilità, e programmi di formazione per gli operatori sono strumenti necessari per massimizzare i benefici e limitare le esternalità negative.

Conclusione. Il turismo esperienziale nelle destinazioni secondarie rappresenta per l’Italia un’opportunità strategica per diversificare l’offerta, destagionalizzare i flussi e ridistribuire i benefici economici sul territorio. La sfida per amministrazioni locali, imprenditori e investitori sarà trasformare l’interesse attuale in sviluppo duraturo: combinando investimenti mirati, governance attenta e valorizzazione del capitale umano e culturale, il Paese può far leva su queste nuove tendenze per costruire un turismo più equilibrato, sostenibile e redditizio.

Ripresa sotto esame: come il PNRR, le PMI e la transizione guidano l’economia italiana nel 2024

L’economia italiana attraversa una fase di transizione che mescola segnali di ripresa e nodi strutturali irrisolti. Dopo la forte contrazione del 2020 e un rimbalzo nel biennio successivo, il 2023 e i primi mesi del 2024 hanno mostrato una crescita modesta ma costante, alimentata da investimenti pubblici, turismo in ripartenza e dinamiche di export selettive. Allo stesso tempo permangono sfide significative: un debito pubblico tra i più alti in Europa, bassa produttività nelle imprese e ritardi nella digitalizzazione. Questo articolo analizza i driver principali della crescita nel contesto italiano e valuta le implicazioni per imprese, policy maker e investitori.

Il contesto macroeconomico è caratterizzato da numeri che fotografano un’economia in equilibrio instabile. Il PIL ha mostrato aumenti modesti negli ultimi trimestri, con stime che indicano una crescita tra lo 0,6% e l’1% nel 2023 e previsioni prudenti per il 2024. L’inflazione, dopo il picco post-pandemico e della crisi energetica, è progressivamente scesa ma continua a pesare sui margini delle imprese e sul potere d’acquisto delle famiglie. Il debito pubblico rimane elevato, intorno al 140% del PIL, limitando lo spazio fiscale per manovre espansive. In questo scenario, due leve si distinguono: l’attuazione del PNRR e la capacità delle PMI di adattarsi al cambiamento tecnologico e ambientale.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), con risorse complessive di circa 191,5 miliardi di euro assegnate all’Italia, rappresenta il principale motore di investimento pubblico. Fondi per infrastrutture digitali, transizione energetica, formazione e innovazione possono avere effetti moltiplicatori sull’economia reale se spesi efficacemente. Esempi concreti emergono dai progetti di ammodernamento delle reti ferroviarie, dagli incentivi per l’efficienza energetica negli edifici pubblici e dalle reti broadband nelle aree meno servite. Tuttavia, la sfida operativa è la capacità amministrativa e la governance locale: ritardi nelle gare, complessità burocratiche e capacità di assorbimento variano molto tra regioni, determinando un impatto disomogeneo sul territorio.

Le piccole e medie imprese (PMI), cuore pulsante dell’economia italiana, sono al centro della transizione. Molte realtà familiari hanno avviato percorsi di innovazione di prodotto e processo, puntando su nicchie ad alto valore aggiunto nell’agroalimentare, nel made in Italy e nella meccanica di precisione. Tuttavia, il livello generale di digitalizzazione resta inferiore alla media europea: la diffusione di competenze digitali manageriali e tecnologiche nelle PMI è ancora insufficiente per scalare su mercati internazionali. L’accesso al credito si è progressivamente normalizzato rispetto ai tassi record della crisi, ma rimangono fragilità nei bilanci delle imprese più colpite dall’aumento dei costi energetici.

Un segmento in evidente ripresa è il turismo, che nel 2023 ha recuperato buona parte dei flussi internazionali persi durante la pandemia. Le destinazioni urbane e le regioni costiere hanno beneficiato di una forte domanda, con ricadute positive su trasporti, ristorazione e servizi. Questo recupero mette in luce due temi: la necessità di investire in qualità e sostenibilità per evitare un turismo di massa poco remunerativo, e la possibilità di fidelizzare clienti attraverso digitalizzazione dei servizi e offerta integrata tra cultura, enogastronomia e esperienze locali.

Guardando ai prossimi 24 mesi, le implicazioni sono chiare. Primo, servirà accelerare la capacità di spesa e la qualità degli investimenti legati al PNRR per ottenere effetti strutturali sulla produttività. Secondo, le PMI devono intraprendere percorsi mirati di digitalizzazione e formazione manageriale per sfruttare le opportunità dell’export e della catena del valore europea. Terzo, la politica economica dovrà bilanciare misure per contenere il debito pubblico e stimolare la crescita selettiva, privilegiando investimenti che aumentino la capacità produttiva e l’occupazione qualificata.

Le città del Nord consolidano il ruolo di hub industriali e tecnologici, ma la coesione territoriale rimane un tema prioritario: il Sud richiede investimenti mirati non solo in infrastrutture fisiche, ma anche in capitale umano. Infine, la sostenibilità non è più un’opzione: la transizione energetica e la green economy rappresentano opportunità competitive per le imprese italiane se accompagnate da incentivi a lungo termine e da una strategia industriale coerente.

In sintesi, l’economia italiana nel 2024 mostra segnali di resilienza ma necessita di politiche strutturali e di una più efficiente implementazione degli investimenti pubblici. Le scelte di imprese e istituzioni nei prossimi mesi determineranno se l’Italia riuscirà a trasformare lo slancio del PNRR e la ripresa del turismo in crescita sostenibile e inclusiva, riducendo al contempo le vulnerabilità storiche come il debito elevato e la bassa produttività.

Lavoro: ridurre l’orario in ufficio per dare spazio alla vita

È quanto emerge dal 9° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, realizzato con il contributo di Campari, Credem, Edison e Michelin: per l’88,2% degli occupati italiani avere più tempo per sé stessi e per il proprio benessere dovrebbe essere un diritto per tutti. Oggi ci sono le condizioni tecnologiche ed economiche per tagliare il tempo dedicato al lavoro (71,3%) riducendo la settimana lavorativa a quattro giorni.

Per il 55,1% dei dipendenti far carriera non è più una priorità nella vita e il 64,7% concepisce il proprio lavoro solo come fonte di reddito.
Inoltre, per il 44,7% degli occupati il lavoro è più un obbligo che una passione, e il 51,1% preferirebbe un’azienda di cui condivide i valori piuttosto che essere pagato di più.

No a messaggi, e-mail o chiamate fuori orario

Ricevere e-mail, messaggi, telefonate fuori dell’orario di lavoro mette ansia al 45,8% degli occupati. E il 43,9% sceglie di praticare il “right to disconnect”, non rispondendo a e-mail, messaggi, chiamate fuori dall’orario lavorativo. In particolare, giovani (57,7%) e 35-49enni (47,5%).

Per il 57,7% degli occupati, poi, la propria retribuzione non è adeguata al lavoro che svolge, e il 55,4% pensa che la propria retribuzione non consenta di risparmiare. 
Il 52,4% degli occupati è anche convinto che con il lavoro non si diventi benestanti e il 78,9% dei lavoratori non si sente abbastanza valorizzato, mentre il 62,2% lamenta insufficiente autonomia.

Cambiare spesso per guadagnare di più

Secondo il 32,5% degli occupati il “job hopping”, cioè il cambio frequente di azienda, è maggiormente efficace per ottenere retribuzioni più alte rispetto alla fedeltà a una singola azienda. 

Al contempo, al 68,3% degli occupati capita di provare forme di “fatigue”, con estrema stanchezza psicofisica ed emotiva al lavoro.
In particolare, al 54,0% dei lavoratori è capitato almeno una volta di soffrire di ergofobia, ovvero, di avere paura all’idea di recarsi al lavoro, e al 21,7% capita di soffrire della sindrome dell’impostore, dubitando delle proprie competenze e successi e cercando di continuo l’approvazione altrui. 

L’irruzione dell’Intelligenza artificiale

Il 36,7% degli occupati italiani utilizza l’Intelligenza artificiale nel proprio lavoro, ma il 42,6% teme che l’AI possa sostituirlo nelle proprie mansioni, e il 55,3% pensa che i dirigenti della propria azienda ripongono più fiducia nelle nuove tecnologie che nei lavoratori. 

Oltre al pericolo AI sussiste però anche quello dei social media. I social, infatti, proiettano un’idea di lavoro attraente, fatta di libertà, viaggi e successo personale.
Un’immagine del lavoro che il 64,4% degli occupati italiani ritiene fuorviante, irreale e falsa. La realtà è molto diversa.

Ristorante, perché lo smartphone dovrebbe rimanere spento

Come accade ormai da diversi anni, ogni 22 febbraio cade lo Sconnessi Day, lòa giornata che invita al detox digitale. In questa occasione, TheFork sceglie di fare squadra con Tablo per lanciare un messaggio semplice: la tecnologia può aiutare a incontrarsi, ma non deve sedersi a tavola con noi.

Un’alleanza tra app per riportare il focus sulle persone

La collaborazione tra le due piattaforme nasce con un obiettivo preciso: permettere agli utenti di prenotare un ristorante direttamente dentro Tablo, senza altri passaggi. L’idea è usare il digitale come trampolino verso l’esperienza reale, non come protagonista della serata.

Non a caso, sull’app di social eating debutta anche uno spazio tematico permanente chiamato Sconnessi by TheFork, pensato per chi desidera condividere il pasto lasciando il telefono in tasca e la conversazione libera di scorrere.

Cosa fanno davvero gli italiani a tavola con il telefono

Per capire quanto lo smartphone sia ormai parte del rituale gastronomico, la piattaforma di prenotazioni ha diffuso i risultati di una ricerca condotta con YouGov a fine 2025 su oltre mille italiani sopra i 24 anni. Il quadro è chiaro: più di sette persone su dieci ammettono di usare il cellulare mentre mangiano fuori. I più assidui sono giovani e donne, ma le ragioni non sono solo frivole. Il 40% controlla notifiche e messaggi, il 38% consulta il menu digitale. Poi arrivano le attività più “social”: il 21% fotografa i piatti per sé, il 18% per condividerli online.

Curiosamente, chi scatta foto lo fa spesso con moderazione. Solo il 38% dichiara di farlo abitualmente; la maggioranza lo considera un gesto occasionale. Un segnale che qualcosa sta cambiando nel rapporto tra convivialità e schermo.

Genitori più severi, utenti più consapevoli

Il punto più interessante è probabilmente quello legato ai bambini. Sette italiani su dieci ritengono che tablet, giochi via QR code o altri intrattenimenti digitali a tavola possano avere effetti negativi sui più piccoli.

La convinzione cresce tra i genitori e diventa ancora più netta tra chi ha figli già grandi. All’opposto, solo una minoranza – circa uno su dieci – non vede particolari problemi.

Si riscopre il valore della conversazione

Secondo Marco Bardicchia, il digitale è fondamentale per scegliere e prenotare il locale giusto, ma sempre più persone sentono il bisogno di ridurne la presenza durante il pasto.

In fondo, lo smartphone dovrebbe essere un compagno di viaggio fino alla porta del ristorante, ma poi andrebbe messo in tasca. Perché tra un brindisi e una risata, lo schermo non potrà mai competere con il calore di una chiacchierata dal vivo.

Voglia di partire: l’inverno 2026 è sulla neve

Nei primi mesi del 2026 quasi 9 milioni di italiani hanno deciso di concedersi una vacanza sulla neve, un numero in lieve crescita rispetto allo scorso anno. La passione per i monti, quindi, non è  una semplice tendenza stagionale. È il segnale di un “rapporto” ritrovato, confermato anche dall’indice di fiducia del viaggiatore che, a gennaio, ha raggiunto il livello più alto mai registrato in questo periodo dall’inizio delle rilevazioni.

Il dato è tutto sommato sorprendente, se si considera il contesto internazionale tutt’altro che stabile, ma che conferma come, quando si parla di vacanze, gli italiani siano sempre meno disposti a rinunciare. Il quadro emerge dall’Osservatorio Confturismo-Confcommercio, realizzato in collaborazione con SWG per il primo trimestre 2026.

Settimana bianca, ma senza esagerare

La montagna resta un piacere da assaporare senza fretta, ma nemmeno troppo a lungo. La maggior parte dei viaggi sulla neve si concentra infatti su soggiorni brevi: una o due notti per il 50% dei vacanzieri, tre-cinque pernottamenti per il 44%. La spesa media si aggira intorno ai 475 euro a persona, segno di un’attenzione crescente al budget, senza però sacrificare la qualità dell’esperienza.

Un altro elemento interessante è la programmazione: l’81% di chi partirà ha già deciso periodo, destinazione e compagnia di viaggio. Pianificare in anticipo non è mania di controllo, ma una strategia per viaggiare meglio.

L’Italia si conferma la prima scelta

La montagna di casa continua a esercitare un fascino irresistibile. Quattro italiani su cinque scelgono località entro i confini, con il Trentino-Alto Adige in testa alle preferenze, seguito da Valle d’Aosta e Piemonte.

Allo stesso tempo, però, si registra una crescita dell’interesse verso le “cugine” alpine come Austria, Svizzera e Francia, con un aumento del 5% rispetto agli anni precedenti.

Viaggiare insieme con formule che fanno tutti contenti

La vacanza sulla neve è un’esperienza da vivere insieme. Si parte soprattutto in coppia (61%) o in famiglia (23%), e l’albergo rimane la soluzione preferita, anche se aumentano i soggiorni in seconde case o presso amici e parenti.

Quanto alle attività, lo sci torna protagonista per il 38% dei viaggiatori, complice anche l’effetto Olimpiadi Milano-Cortina, che ha riacceso l’interesse per gli sport invernali classici. Ma la neve non è solo piste: è anche relax e riposo, seguito da attività come escursioni nella natura e degustazioni enogastronomiche..

L’effetto Olimpiadi

Secondo Manfred Pinzger, presidente di Confturismo-Confcommercio, le Olimpiadi rappresentano “una grande occasione di visibilità per le regioni alpine italiane”, già percepibile nel ritorno dello sci al centro dell’offerta e nella crescita della durata media dei soggiorni.

La vera sfida, però, resta quella di coniugare sport, territorio e benessere, puntando su sostenibilità e destagionalizzazione.

Telefonia: tariffe in aumento nel 2026. Come difendersi ?

Il mondo delle tariffe telefoniche è soggetto a iniziative commerciali e di marketing che si traducono in costi iniziali molto allettanti, ma che spesso hanno durata limitata. Facile.it esorta, quindi, a leggere i dettagli dell’offerta che si sta sottoscrivendo, anche in funzione di eventuali costi di recesso che l’operatore potrebbe applicare qualora si decida di cambiare prima della scadenza dell’offerta

Considerando che nel 2026 le tariffe di telefonia mobile vedranno rincari fino a 60 euro l’anno, come fare a non finire dalla padella alla brace?
Anzitutto, consiglia Facile.it, se non si ha l’esigenza di assistenza fisica in negozio, optare per un operatore cosiddetto “virtuale” potrebbe far risparmiare fino al 25% del costo mensile (e ottenere una quantità elevata di GB in traffico dati).

Un operatore unico per fisso e mobile

Una strategia per risparmiare è anche quella di scegliere un operatore unico per la telefonia fissa e mobile. Alcune compagnie offrono sconti importanti, per un risparmio fino al 15%.

Oggi poi, oltre alle SIM tradizionali, sono disponibili schede SIM virtuali. Alcuni operatori legano a esse tariffe particolarmente allettanti, ma attenzione, perché richiedono device specifici: non funzionano su tutti i tipi di smartphone.
E occhio alle tariffe che potrebbero essere vincolate alla sottoscrizione di abbonamenti a PayTv o all’acquisto di smartphone.
Anche questa formula consente di risparmiare, ma attenzione al rischio dei ‘doppi abbonamenti’ o al periodo minimo di contratto.

Abbonamento versus ricaricabile e servizi extra

Quando si sottoscrive un contratto vengono chieste molte firme. Ma cosa si sta accettando sia in termini di privacy (alcuni consensi sono obbligatori per gestire il contratto, altri no) sia in termini di servizi? In alcuni casi, questi ultimi potrebbero essere a pagamento e non inclusi nella tariffa. Uno per tutti: la segreteria telefonica.

Un’altra scelta da valutare è quella fra SIM ricaricabile o abbonamento. Con la prima si paga solo ciò che “si usa”, ma si paga in anticipo rischiando di trovarsi senza credito, mentre l’abbonamento garantisce minuti/Giga/SMS illimitati e comodità (pagamento automatico) a costi fissi.

Giga, minuti, SMS e copertura

Le tariffe telefoniche si compongono solitamente di alcuni elementi: minuti di conversazione, SMS, traffico dati (Giga), tecnologia di connessione (normalmente 4G o 5G).

Prima di scegliere è importante capire quali sono le nostre necessità, così da valutare correttamente l’offerta. Se usiamo il telefono anche all’estero o verso numeri esteri verificare che la tariffa lo consenta senza costi astronomici. Fuori dai confini nazionali l’offerta potrebbe essere limitata, con minuti di chiamate e traffico dati inferiori rispetto a quello previsti l’Italia.
Quanto alla copertura di rete, se in città e nelle aree metropolitane la copertura telefonica dei diversi operatori è perfetta quasi ovunque, in alcune zone meno centrali non è così. Perciò, prima di sottoscrivere il contratto per cambiare fornitore controllare che la ricezione nella nostra zona di maggiore uso sia buona.

Matrimoni in Italia: perché ci sono sempre meno sì?

I dati più recenti confermano una sensazione che è nell’aria:  sposarsi, nel nostro Paese, non è più un momenti atteso e quasi obbligato. Anzi. Secondo l’Istat, nel 2024 sono stati celebrati 173.272 matrimoni, quasi il 6% in meno rispetto all’anno precedente.

Un deciso calo, che si inserisce in una tendenza di lungo periodo e che sembra proseguire anche nel 2025: nei primi nove mesi dell’anno, le rilevazioni provvisorie parlano di un’ulteriore diminuzione del 5,9% rispetto allo stesso periodo del 2024.

Nel Mezzogiorno la flessione più marcata

Il calo del numero di “sì” non è uniforme sul territorio. Il Mezzogiorno registra la flessione più marcata, con un -8,3%, seguito dal Centro (-5%) e dal Nord (-4,3%).

Dietro questi numeri pesano fattori strutturali già noti: meno giovani, meno nascite, meno coppie in età da matrimonio. Ma non è solo una questione demografica. Cambiano le priorità, i tempi, le forme della vita di coppia.

Prime nozze giù e convivenze su

Nel 2024 i primi matrimoni sono stati poco più di 130mila, in diminuzione del 6,7% rispetto al 2023. Rappresentano ormai il 75,3% del totale, contro quasi l’80% del 2019.

Parallelamente crescono le libere unioni, che in poco più di vent’anni sono quasi quadruplicate: da circa 440mila all’inizio degli anni Duemila a oltre 1,7 milioni nel biennio 2023-2024. Per molte coppie la convivenza non è più una fase di passaggio, ma una scelta stabile.

Sei matrimoni su 10 sono con rito civile

Sei matrimoni su dieci oggi vengono celebrati con rito civile. Nel 2024 la quota ha raggiunto il 61,3%, confermando una tendenza già evidente prima della pandemia.

Il rito civile resta predominante anche nelle seconde nozze e nei matrimoni con almeno uno sposo straniero, ma cresce anche tra le prime unioni, soprattutto nel Nord del Paese. In parallelo, la separazione dei beni è diventata la scelta prevalente, adottata da quasi tre coppie su quattro.

Seconde nozze: anche qui coppie… in stallo

Dopo anni di aumento, anche le seconde nozze segnano un rallentamento. Nel 2024 se ne contano 42.784, il 3,5% in meno rispetto all’anno precedente.

Tra le ragioni dello stallo spiccano la sempre maggiore età degli sposi e le precedenti storie familiari: oltre la metà degli sposi con più di 50 anni arriva al matrimonio dopo un divorzio.

Matrimoni con stranieri: come cambia la società 

Le nozze con almeno uno sposo straniero sono state 29.309, pari al 16,9% del totale, in lieve calo. Sono più frequenti nel Centro-Nord e raccontano un’Italia sempre più multiculturale.

Crescono inoltre i matrimoni che coinvolgono nuovi cittadini italiani, segno di un’integrazione che passa anche dalle scelte familiari. Numeri che, più delle parole, descrivono un Paese che cambia passo, anche quando si parla d’amore.

Ipsos Predictions: quali prospettive per il 2026? Italiani tra i più pessimisti 

L’Italia è tra i Paesi meno ottimisti per il 2026. Se complessivamente il 71% dei cittadini globali guarda al 2026 con ottimismo, secondo l’Ipsos Predictions Survey 2026 su aspettative e preoccupazioni per l’anno nuovo, ’solo’ il 57% degli italiani è fiducioso, superando però francesi (41%), giapponesi (44%) e belgi (49%). 

In Italia, inoltre, il 63% degli intervistati ritiene che anche il 2025 sia stato un anno negativo per il Paese. Tuttavia, a livello personale il giudizio si fa meno severo, e la percentuale scende al 44%.
A livello globale, è il 66% della popolazione a considerare il 2025 un anno negativo per il proprio Paese, e il 50% a livello personale e per la propria famiglia. 

Diminuisce il sentiment economico

Se il 49% dei cittadini globali prevede un miglioramento dell’economia globale, il 59% si aspetta proteste contro le modalità di governo.
Sul fronte economico, meno della metà degli intervistati nei 30 Paesi considerati dall’indagine (49%) prevede un miglioramento dell’economia globale nel 2026.

Gli italiani si mostrano decisamente più pessimisti. Il 66% ritiene che l’economia mondiale peggiorerà nel corso del prossimo anno.
In un contesto internazionale segnato dalle politiche tariffarie del presidente americano Donald Trump, il sentiment economico è diminuito o rimasto stabile in 19 dei 30 Paesi analizzati, con significative oscillazioni in entrambe le direzioni. 

Torna la paura del terrorismo

L’ottimismo per il futuro, sceso di 9 punti percentuali (65%) alla fine del 2022, anno caratterizzato da inflazione, pandemia e invasione dell’Ucraina, fatica ancora a riprendersi completamente.
In Italia, solo il 34% crede che le persone inizieranno a essere più ottimiste riguardo al futuro.

Il 29% della popolazione globale teme poi un importante attacco terroristico nel proprio Paese nel 2026, percentuale che in Italia scende al 18%.
E sulla sicurezza locale le opinioni si dividono. Il 46% prevede che la propria area di residenza sarà meno sicura nel 2026, percentuale che sale al 50% in Italia.

In Italia il 58% teme disordini sociali

Il 59% a livello globale (58% in Italia) si aspetta disordini pubblici su larga scala, come proteste o rivolte, contro le modalità di governo del Paese. Rispetto al 2019, tre paesi del G7, ovvero, Gran Bretagna, Giappone (entrambi +11%) e Stati Uniti (+10%) hanno registrato aumenti a doppia cifra nelle aspettative di disordini sociali.

Quanto ai buoni propositi per l’anno appena iniziato, il 75% a livello globale (67% in Italia) intende fare più esercizio fisico, il 60% dedicherà più tempo al proprio aspetto (62% in Italia), l’82% pianifica di trascorrere più tempo con famiglia e amici (84% in Italia), il 37% intende ridurre l’uso dei social media (41% in Italia), mentre il 53% non prevede cambiamenti.

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