Una goccia nel mare

dell'informazione web

Beni di largo consumo: cresce la quota a valore della MDD: +42%

La Marca del Distributore (MDD) ormai si è saldamente radicata nel mercato alimentare europeo. Secondo i dati resi disponibili dall recente report ‘Demand Signals CPG Category Monitor’ di Circana, la presenza della MDD è ancora più marcata nel canale dei supermercati, dove la quota a valore ha raggiunto il 44% (175 miliardi di euro).

Poiché i supermercati agiscono come il canale più influente sia per la MDD sia per i Marchi Industriali, questo spostamento segna un momento significativo per il panorama della distribuzione.
La MDD ora rappresenta il 42% di tutte le vendite a valore dei beni di consumo confezionati nei sei principali mercati europei (Francia, Germania, Italia, Spagna, Paesi Bassi e Regno Unito), per un valore complessivo di 317 miliardi di euro.

Nonostante l’inflazione il settore CPG continua a migliorare

A settembre 2025 l’inflazione totale nella UE e nel Regno Unito ha raggiunto il 2,2% su base annua, spinta da tassi di inflazione superiori al 3% in paesi come Regno Unito, Paesi Bassi e Spagna, e toccando i livelli di picco in Francia e Germania. Sebbene l’inflazione alimentare sia scesa al 3,0%, rimane superiore ai livelli registrati in Italia, Paesi Bassi e Regno Unito.

Nonostante questo contesto inflazionistico, la performance del settore CPG (beni confezionati) ha continuato a migliorare. Nelle ultime 52 settimane, le vendite a valore hanno raggiunto 22,6 miliardi di euro, crescendo del 3,1%, mentre le vendite a unità sono aumentate dello 0,8%.
Questi incrementi sono stati trainati dalle categorie alimentari, responsabili di oltre il 90% della crescita totale del valore.

La crescita è guidata dalle categorie alimentari

Nelle categorie alimentari, la MDD ha generato oltre la metà di tutta la crescita di valore, rappresentando tre quarti della crescita a unità.
Categorie come il dolciario hanno registrato un incremento del 6,8%, guidato dall’aumento dei prezzi unitari, in particolare, nel cioccolato. Qui, la MDD ha aumentato i prezzi a quasi il doppio del tasso rispetto ai Marchi Industriali.

Anche le bevande hanno avuto una performance positiva (+6,5%,) guidata da acqua in bottiglia, bevande gassate e caffè, così come i prodotti refrigerati e freschi (+5,1%).

Si intensifica la competizione nei supermercati

Gli alcolici, al contrario, hanno continuato ad arrancare, con cali nelle principali categorie tra cui birra, vino e liquori, sebbene segmenti più piccoli, come gli spirit RTD, abbiano registrato una crescita.
La competizione all’interno dei supermercati rimane comunque intensa.

Nell’ultimo anno, i brand hanno ridotto il loro assortimento medio in modo più aggressivo rispetto alla MDD, sia nelle categorie alimentari sia in quelle non-alimentari. E sebbene la quota della MDD nei supermercati si sia mantenuta stabile nella EU6, nelle ultime 13 settimane si sono registrati lievi cali in Spagna, Paesi Bassi e Francia.

Investimenti digitali: stabile la crescita (+1,8% nel 2026), ma risorse non sufficienti

Secondo i risultati della ricerca degli Osservatori Startup Thinking e Digital Transformation Academy del Politecnico di Milano, nel 2026 il budget ICT delle imprese italiane crescerà dell’1,8% rispetto al 2025, in linea con il trend degli ultimi dieci anni.
In un quadro di espansione modesta dell’economia, in cui il Pil mostra prospettive di crescita dello 0,6% nel 2025 e dello 0,8% nel 2026, in Italia gli investimenti in innovazione digitale proseguono la loro crescita con un andamento confortante, che però non rappresenta ancora una svolta decisiva. 

Le imprese italiane sembrano pienamente coscienti dell’importanza del ruolo del digitale per la competitività e lo sviluppo, e la diffusione dell’AI sta creando grande entusiasmo. Ma questo non coincide ancora con adeguata capacità economica per gli investimenti in ICT.

Il contributo maggiore arriva dalle PMI (grazie al PNRR)

Per il terzo anno consecutivo, un importante contributo alla crescita degli investimenti digitali viene dalle piccole (+3,3%) e dalle medie imprese italiane (+5,2%), spinte dalle azioni del PNRR.
Il 44% delle imprese individua nelle scarse risorse economiche il principale ostacolo all’innovazione.

Tra le grandi aziende, al primo posto nelle priorità di investimento in digitale si conferma ancora una volta la cybersecurity (indicata dal 65% delle imprese), ma quest’anno al secondo posto sale l’Intelligenza Artificiale (57%), che con le sue declinazioni di Generative AI e Agentic AI interessa sempre di più tutti i settori. 
Seguono Big Data Management – Business Intelligence (49%) e Cloud migration e governance (35%).

Open Innovation, il futuro per le grandi imprese

Tra le Pmi, invece, le principali aree di investimento sono sicurezza informatica (45%), Industria 4.0 (37%), Cloud (32%) e ERP (30%).
La maggior parte delle grandi imprese (86%) ha avviato iniziative di Open Innovation, con una percentuale stabile negli ultimi anni che potrebbe indicare il raggiungimento di un plateau.

In prevalenza si tratta di attività inbound, come collaborazioni con università e centri di ricerca, scouting di startup e partecipazione a call4ideas o contest, mentre quelle outbound sono meno sviluppate.
Nonostante l’Open Innovation sia ormai pratica comune, non si traduce ancora in un consolidamento dei risultati generati.

“Le imprese italiane devono accelerare la maturità dell’innovazione”

“Tra le imprese e le startup italiane è ormai diffusa la consapevolezza di dover affrontare la trasformazione digitale in modo pervasivo, ma mancano ancora adeguate risorse per sostenere gli investimenti necessari e capacità per mettere a terra questa convinzione – afferma Alessandra Luksch, Direttore degli Osservatori -. Serve un cambio di passo, con leve concrete affinché imprese e startup possano creare valore per il Paese, di fronte alle sfide epocali che abbiamo di fronte. Sono necessari investimenti, formazione inclusiva, consolidamento degli ecosistemi di innovazione. In un contesto di crescita moderata e grandi sfide strutturali, le imprese italiane devono accelerare la maturità della propria innovazione, passando da iniziative sperimentali a modelli capaci di generare impatti misurabili nel tempo”.

Password modem: nel 2025 Admin in testa scalza 123456

Emerge dalla ricerca annuale sulle Top 200 Most Common Passwords di NordPass: , nel 2025 ‘Admin’ conferma il suo primato, seguita da ‘password’ dal secondo posto e dalla stringa numerica ‘123456’ al terzo, lo scorso anno in testa nel nostro Paese come password più utilizzata per il modem o altri dispositivi connessi.

Quando si acquista un nuovo router per navigare in Internet o una videocamera connessa, è infatti quasi sempre ‘Admin’ la password preimpostata per entrare nel pannello di gestione.
Da settembre 2024 a settembre 2025 ‘Admin’, o ‘admin’, minuscolo, risulta quindi in cima alla classifica delle chiavi alfanumeriche più utilizzate in Italia. E non solo dagli utenti senior, ma anche dai giovani.

Un modo per rendere più facile la vita ai criminali informatici

Stando ai ricercatori, la consuetudine di usare ‘admin’ si traduce in un problema di sicurezza, perché lasciare inalterate le chiavi di accesso fornite dai produttori dei router, webcam e di tanti altri prodotti che si collegano a Internet, può semplificare la vita ai criminali informatici.

Un esempio è il sito Shodan, considerato una sorta di Google degli oggetti connessi, che raccoglie il flusso di video che arrivano da videocamere alle quali non è stata cambiata la password di fabbrica, tra cui c’è proprio ‘admin’.
“Utilizzando almeno otto caratteri e una combinazione di lettere maiuscole, minuscole, numeri e simboli speciali, si rende la vita più difficile ai criminali”, consigliano infatti i ricercatori di NordPass sul loro sito web.

La mancanza di consapevolezza è trasversale

Se a livello globale la password preferita è, per il sesto anno di fila, ‘123456’, in Italia si affacciano anche termini nuovi, tra cui una bestemmia, e riferimenti calcistici come ‘Napoli1926’ (ottava) e ‘juventus’ (17esima).
Tra i nomi propri spiccano Veronica, Lorena, Maria, Silvia o Rodolfo.

La poca consapevolezza dei rischi che derivano dall’uso di password deboli è trasversale.
“Tendiamo a dare per scontato che le generazioni più giovani, nativi digitali, abbiano una comprensione più elevata della sicurezza informatica e dei suoi rischi – sottolinea NordPass -. Tuttavia, le abitudini di un diciottenne in materia di password sono molto simili a quelle di un ottantenne.

Le più utilizzate? Da 12345 a 1234567890

Le stringhe numeriche ‘12345’ e ‘123456’ sono le più utilizzate in ogni fascia d’età, così come altre semplici sequenze, da ‘1234567’ a ‘1234567890’, riferisce Ansa. Come risolvere questa difficoltà?

“Con l’uso della doppia autenticazione – suggeriscono i ricercatori -, che richiede l’inserimento di un codice ricevuto via sms o su un’app, o iniziando a usare la passkey, che permette di accedere a un servizio sfruttando la stessa autenticazione scelta per sbloccare lo smartphone”.
Questo consente di ottenere un’esperienza online sicura e fluida, e senza bisogno di password.

IT Wallet pubblico, in Italia sarà integrato all’interno dell’app IO

Emerge dall’Osservatorio Digital Identity del Politecnico di Milano: l’Italia prosegue nello sviluppo dell’IT Wallet pubblico, che verrà integrato all’interno dell’app IO.
Al momento è attiva la funzionalità Documenti su IO, che a oggi conta 7 milioni di utenti e 11,7 milioni di documenti memorizzati, mentre si attendono le linee guida per lo sviluppo degli IT wallet privati.

In parallelo prosegue la crescita dei sistemi esistenti. Oggi, 41,5 milioni di italiani hanno SPID, utilizzato complessivamente oltre 1 miliardo di volte in un anno, e 48,4 milioni di italiani usano la Carta di Identità Elettronica.
Di questi, 9 milioni hanno attivato anche le credenziali digitali tramite l’app CieID: a fine agosto 2025 si registravano 73,7 milioni di accessi.
Tuttavia, resta una quota rilevante di ‘scettici’, il 18% della popolazione, composta prevalentemente da utenti over 55.

UE: 22 progetti di cui 11 operativi

Il 2025 è stato l’anno della “messa a punto” per gli EUDI Wallet in Europa, ma la strada per una piena adozione è ancora lunga.
In UE sono 22 i progetti di digital identity wallet, di cui 11 già operativi, ma nessuno è ancora certificato come EUDI Wallet conforme a eIDAS2, il regolamento che definisce un quadro comune tra i Paesi per l’identità e l’autenticazione digitali.

In parallelo, alcuni Paesi vicini, come Regno Unito e Svizzera, hanno scelto di allinearsi agli standard europei per garantire l’interoperabilità.
Mentre l’Europa lavora su più fronti per sperimentare soluzioni all’interno del perimetro normativo di eIDAS2, nel mondo altri wallet evolvono con velocità molto differenti.

A livello globale 110 iniziative private

Alcuni Stati stanno stringendo partnership strategiche con le BigTech, che colgono l’occasione per potenziare e consolidare le loro soluzioni. In Giappone, ad esempio, Apple ha integrato la carta di identità nel proprio wallet, mentre negli USA Apple e Google hanno avviato la memorizzazione del passaporto, per ora utilizzabile solo per viaggi interni in alcuni aeroporti selezionati.

Ci sono poi diversi progetti fuori dall’ambito governativo. Si contano 110 digital identity wallet sviluppati da aziende private, spesso nati per gestire attributi di altra natura, come biglietti o carte di pagamento, e che ora prevedono la possibilità di memorizzare anche documenti di identità, seppur generalmente ancora privi di piena validità legale.

Il 50% degli italiani usa i wallet delle Big Tech

In Italia il 50% degli utenti usa i wallet digitali offerti da Google, Apple, o Samsung, prevalentemente per memorizzare carte di pagamento. E cresce la curiosità verso le novità introdotta da eIDAS2. L’EUDI Wallet interessa al 56% degli italiani, e quasi la metà preferirebbe che il wallet in cui inserire i propri documenti di identità fosse erogato dal Governo o da un ente pubblico piuttosto che privato.

Parallelamente, AgID sta definendo le Linee Guida della convenzione per i wallet provider privati. E si attendono l’integrazione di nuove credenziali e lo sviluppo di connettori informatici per l’utilizzo online dell’IT Wallet. 

Spiagge italiane: entro il 2050 potrebbero sparirne una su 5

La crisi climatica sta avendo un impatto enorme sui litorali, urbanizzati e non. L’Italia rischia infatti di perdere il 20% delle spiagge entro il 2050, e il 45% entro il 2100.
L’impatto però è anche sulle aree agricole costiere, con un’accelerazione dei processi di salinizzazione che imporranno pesanti strategie di adattamento.

E per l’innalzamento dei mari, le case di 800mila persone sono a rischio inondazioni temporanee o permanenti, erosione, pressione demografica e urbanistica. In questo quadro la crisi climatica agisce come ‘moltiplicatore di stress’, rendendo i problemi ambientali e socioeconomici ancora più gravi.
Lo rileva il XVII Rapporto ‘Paesaggi sommersi’ della Società Geografica Italiana.

A rischio l’Alto Adriatico, il 5’% dei porti e il 10% delle superfici agricole

I territori più a rischio sono l’Alto Adriatico e in misura minore la costa pugliese intorno al Gargano, diversi tratti della costa tirrenica tra Toscana e Campania, le aree di Cagliari e Oristano.
A rischio sono anche la metà delle infrastrutture portuali, diversi aeroporti, più del 10% delle superfici agricole, buona parte delle paludi, delle lagune e le zone costiere cosiddette ‘anfibie’, a cominciare dal Delta del Po e dalla Laguna di Venezia.

Il problema non è solo la perdita di spiagge o l’inondazione dei litorali, urbanizzati o meno, di costa bassa, ma l’artificializzazione della linea di costa, con implicazioni paesaggistiche e di aggravamento della vulnerabilità dei territori.

In riva al mare prosegue incessante il consumo di suolo

“Secondo stime inedite – spiega la Società Geografica Italiana – sono 800mila le persone che vivono in territori sotto il livello del mare atteso e che rischiano processi di ricollocazione o che dovranno essere protetti da difese costiere artificiali sempre più pervasive.
Basti pensare che la fascia costiera non è solo la zona in Italia con la maggior percentuale di suolo artificiale e urbanizzato, ma è anche un’area dove il consumo di suolo prosegue incessante. Il Rapporto evidenzia che l’Italia rischia di perdere circa il 20% e il 45% delle proprie spiagge al 2050 e al 2100 rispettivamente, con punte in Sardegna, Lazio, Friuli-Venezia Giulia e Campania”.

“Abbiamo trasformato la fascia costiera in un ambiente fragile e vulnerabile”

“Bonifiche, urbanizzazione, infrastrutturazione, abusivismo – aggiunge Stefano Soriani, professore di Geografia economico-politica all’Università Ca’ Foscari Venezia -: abbiamo trasformato la fascia costiera, un ambiente dinamico e instabile, in una linea di costa rigida e quindi fragile e vulnerabile.
Ora è indispensabile un cambiamento profondo dei regimi di gestione e pianificazione costiera, oltre che una ineludibile ma affatto scontata presa d’atto della centralità della ‘questione coste’ e della necessità di una sua ricomposizione a scala nazionale”.

Ecosistema Urbano: città italiane in affanno sulla sostenibilità

Secondo Ecosistema Urbano, il report annuale di Legambiente in collaborazione con Ambiente Italia e Il Sole 24 Ore, che stila la classifica dei 106 capoluoghi di provincia in base a determinati criteri di sostenibilità, nel 2024 nessuna città raggiunge il punteggio del 100%
La media raggiunta cala al 54,24% (56,41% nel 2023) e tra i singoli capoluoghi solo Trento (79,78 %) e Mantova (78,74%) superano la soglia di 75 punti, ottenendo rispettivamente il primo e il secondo posto.

In fondo alla graduatoria compaiono nove città del Sud (Caltanissetta, Caserta, Catania, Palermo, Catanzaro, Napoli, Crotone, Vibo Valentia e Reggio Calabria, all’ultimo posto) che non arrivano a toccare il 35% del punteggio, di cui le ultime tre sono sotto al 25%.

Trento è il meglio della vivibilità

Trento torna sul gradino più alto (nel 2023 era seconda) rappresentando il meglio della vivibilità italiana cittadina, e Mantova risale di cinque posizioni, grazie a calo di consumi e perdite idriche, e raccolta differenziata.
Al terzo posto Bergamo (71,82%), che risale la classifica di 13 posizioni grazie all’impegno costante nella raccolta differenziata e la ciclabilità.

Le altre città della top ten sono Bolzano, Pordenone, Reggio Emilia, Parma, Rimini, Bologna, Forlì, tutte aree urbane del Nord e con Bologna, che nonostante in un anno perda una posizione, si conferma la migliore tra le grandi città.
Al Sud l’unica nella top 20 è Cosenza (16esima) anche se perde 3 posizioni. 

In tutti i capoluoghi cresce il consumo di suolo

Il numero di città con perdite d’acqua superiori o uguali al 50% diminuisce troppo lentamente: da 24 nel 2023 a 20 nel 2024. Inoltre, cala a 10,39 metri equivalenti ogni 100 abitanti la media della superficie urbana dedicata alle infrastrutture per la ciclabilità (erano 11,02), così come l’estensione media delle isole pedonali (48,6mq ogni 100 abitanti, erano 50,7) e quella delle zone a traffico limitato (368,3mq ogni 100 abitanti, erano 406,9).

Stando ai dati Ispra cresce il consumo di suolo i tutti i capoluoghi: pari a circa 4500 Ha dal 2018 al 2023, a fronte di un calo del numero degli abitanti (-346.000). Ne deriva una crescita del suolo impermeabilizzato per ogni abitante pari a +6,3 mq/ab, ma con forti variazioni da città a città.

Qualche segnale positivo da raccolta differenziata e tpl

Tra i segnali positivi la raccolta differenziata, che per la prima volta supera la media del 65%. E sono 15 i capoluoghi oltre l’80% di RD.
Cresce anche il numero dei passeggeri trasportati dal servizio di tpl nelle città capoluogo, anche se le performance generali sono ancora lontane dai livelli europei.

Tra le città a prova di servizi tpl ci sono Milano, con 424 passeggeri nel 2024 rispetto ai 415 del 2023 e Roma, che mostra lievi segnali incoraggianti (da 259 viaggi pro-capite all’anno passa a 277).
Venezia resta la migliore, sebbene in calo, interrompendo una crescita costante, mentre Firenze prosegue a migliorare e sale da 225 passeggeri/ ab/anno a 247.

Podcast: l’onda di popolarità continua ad avanzare

In un ecosistema mediatico in continua evoluzione, influenzato da cambiamenti tecnologici, nuove tendenze di consumo, strategie di offerta, creatori di contenuti e piattaforme, i podcast non solo incrementano l’audience, ma preservano anche la capacità di attrarre target ‘sfuggenti’: giovani (42% under35), laureati (29%), professionisti (14%).
Nell’ultimo mese, il 41% degli italiani tra 16 e 60 anni ha ascoltato almeno un podcast. Nel 2024 la quota si fermava al 39%.

Sono alcuni dati emersi dall’ultima edizione della Digital Audio Survey di Ipsos, che conferma come il podcast sia capace di offrire ai brand un modo efficiente ed efficace per costruire narrazioni stabilendo connessioni profonde con gli utenti. E si distingua come un mezzo in piena sintonia con le aspettative e i bisogni del pubblico. 

Ascoltatori più attenti, responsabili e proiettati sulle nuove tecnologie

Chi ascolta podcast si connota come consumatore più attento e responsabile, proiettato sulle nuove tecnologie, attratto da prodotti premium e ricettivo a consigli d’acquisto. Pur essendo ancora esposto alla tv lineare tende a guardarla in modo più saltuario, mentre mostra un’affinità superiore con il cinema.

Una visione non monolitica dell’audience dei podcast identifica quattro segmenti di pubblico, i cui tratti distintivi richiedono altrettante definizioni di strategie di marketing.
Il primo è il segmento Social First (35% dell’audience): include ascoltatori più giovani che vivono i podcast come intrattenimento ed evasione. Agganciati via social sono attratti da contenuti internazionali, sensibili agli speaker, ricettivi all’advertising e più propensi a pagare per i podcast.

Un’audience segmentata

Il segmento Addicted (19%), trasversale per età, usa molteplici canali di accesso ai podcast (siti, passaparola, search), è molto assiduo, coinvolto e soddisfatto. È il più ricettivo alla comunicazione di marca e ha una buona propensione a pagare per l’ascolto dei podcast, nei quali cerca informazione/apprendimento/intrattenimento.

Il segmento Pull (25%, in crescita) di giovani-adulti è più utilitarista, molto coinvolto, accede ai podcast quasi esclusivamente tramite search.
Il segmento Casual (21%, in calo) include individui più maturi, agganciati tramite siti di news, suggerimenti da app, passaparola. Ha una fruizione più saltuaria e meno investita. Dei podcast coglie soprattutto il valore informativo/educativo e di storytelling. 

Un mezzo capace mantenere alta l’attenzione, anche alla pubblicità

La relazione con i podcast rientra nel ‘tempo di qualità’ e di piena soddisfazione per chi ascolta (l 44% ascolta podcast più frequentemente rispetto a 1-2 anni fa). La popolarità aumenta senza che ne risulti penalizzata la capacità di mantenere l’attenzione del pubblico, infatti, il 62% ascolta podcast per la loro intera durata.

Un’altra prova del livello di engagement è la consolidata ‘serializzazione’ della fruizione. Otto ascoltatori su dieci ascoltano serie di podcast, nella maggioranza dei casi nella loro interezza.
L’efficacia dei podcast come veicolo pubblicitario, poi, perdura nel tempo. Il 79% degli ascoltatori ricorda pubblicità associate ai podcast e il 50% ha compiuto un’azione dopo l’esposizione a comunicazioni pubblicitarie. In particolare, ricerca di informazioni (33%), passaparola (23%), acquisto (16%). 

Supply chain, come cambiano le catene di approvvigionamento 

Lo scenario è sempre più instabile anche per le catene di approvvigionamento. Anzi, le supply chain negli ultimi anni sono finite al centro di una tempesta perfetta. Prima la pandemia ha interrotto i flussi di materiali e trasporti, poi la guerra in Ucraina ha ridotto l’accesso a energia e materie prime. A questo si sono aggiunte le tensioni in Medio Oriente, con il traffico nel canale di Suez sempre più a rischio, e i nuovi attriti tariffari.

Per le imprese italiane questo significa dover rivedere processi e strategie, puntando su pianificazione più agile e strumenti in grado di anticipare i problemi.

Anche se i rischi sono noti, la prevenzione è scarsa

Secondo l’Osservatorio Supply Chain Planning del Politecnico di Milano, la maggior parte delle aziende (82%) controlla i principali fattori di rischio, ma solo poche si spingono più in là.

Appena un quarto delle grandi imprese e il 5% delle PMI ha aggiornato i modelli di gestione, e solo un’azienda su dieci ha veri piani di emergenza o scenari alternativi. In pratica, la vulnerabilità resta alta.

Il ruolo della componente umana

Al centro di ogni trasformazione, anche tecnologica, restano però le persone. Nel complesso, oltre il 60% delle imprese italiane (grandi e PMI) guida internamente i progetti di change management, confermando il valore strategico delle competenze interne.
Due terzi delle aziende scelgono di gestire internamente la trasformazione della pianificazione della supply chain, e solo metà delle grandi imprese investe nello sviluppo delle proprie risorse.

Il problema è che non sempre si investe abbastanza nella crescita professionale. Metà delle grandi aziende non offre percorsi strutturati di formazione, mentre quelle che lo fanno puntano su analisi dei dati, machine learning e intelligenza artificiale, strumenti ormai indispensabili per chi si occupa di pianificazione.

Digitalizzazione e automazione

Negli ultimi dodici mesi sei imprese su dieci hanno avviato progetti digitali, soprattutto per migliorare la pianificazione della domanda e della produzione. L’automazione guadagna spazio: le PMI guardano a soluzioni semplici di raccolta e gestione dati, mentre le grandi aziende provano sistemi più complessi come l’Intelligent Robotic Process Automation.

Accanto a queste iniziative, cresce anche l’attenzione verso la formazione tecnica e manageriale, vista come condizione necessaria per passare da una logica reattiva a una più proattiva.

Dati, sistemi e intelligenza artificiale

Uno dei nodi principali resta l’integrazione dei sistemi informativi. Molte aziende utilizzano ancora piattaforme solo parzialmente collegate, con poca visibilità sulla catena nel suo complesso.

Dove invece esiste una governance dei dati chiara, si aprono spazi interessanti per l’uso dell’intelligenza artificiale: dall’ottimizzazione delle scorte alla previsione della domanda, fino alla pianificazione dei trasporti. Ma per ora si tratta ancora di sperimentazioni, più che di pratiche diffuse.

Il limite culturale e organizzativo

I dati dell’Osservatorio fotografano una situazione chiara: le imprese italiane sono spinte a innovare da un contesto globale incerto, ma allo stesso tempo sono spesso frenate da limiti culturali e organizzativi.

La direzione però sembra segnata: integrazione dei sistemi, automazione e formazione saranno gli ingredienti chiave per costruire supply chain più resilienti e capaci di trasformare le crisi in opportunità di crescita.

Attacchi informatici, PMI nel mirino: i virus si travestono da app

I cybercriminali sono sempre più spregiudicati, e furbi, e le PMI sono sempre più sotto attacco. Per le piccole e medie imprese italiane, infatti, il 2025 non è iniziato nel migliore dei modi sul fronte della sicurezza digitale. Secondo un’analisi di Kaspersky, quasi 8.500 aziende sono finite vittima di attacchi informatici.

Il trucco usato dai criminali è semplice quanto efficace: camuffare virus e software indesiderati sotto le sembianze di applicazioni comuni, quelle che milioni di persone usano ogni giorno.

Zoom, Office e ora anche l’intelligenza artificiale

A essere sfruttate più spesso sono state piattaforme come Zoom o i programmi della suite Microsoft Office. Ma la novità di quest’anno è il crescente utilizzo di strumenti di intelligenza artificiale come esca. ChatGPT, ad esempio, è stato imitato da 177 file pericolosi nei primi mesi del 2025, un aumento del 115% rispetto allo scorso anno. Anche DeepSeek, lanciato da poco, è già stato preso di mira decine di volte.

Gli esperti spiegano che i cybercriminali puntano sugli strumenti più popolari e di cui si parla di più. Per questo alcune applicazioni emergenti, meno conosciute dal grande pubblico, non vengono ancora sfruttate.

La trappola dietro una mail o un link

Il metodo è spesso lo stesso: una mail con un link ingannevole, un sito che sembra ufficiale o un’offerta troppo conveniente. Bastano pochi clic per scaricare un file che porta con sé malware, trojan o adware capaci di infettare i sistemi aziendali. E le conseguenze per le PMI, che non sempre hanno reparti IT strutturati, possono essere molto pesanti.

Phishing e spam sempre più credibili

Oltre ai virus, cresce il fenomeno del phishing. Le truffe puntano a rubare credenziali di accesso a piattaforme bancarie, servizi di consegna o account aziendali. In alcuni casi le vittime vengono convinte a fornire i propri dati con la promessa di una promozione della loro attività su X (ex Twitter).

Anche lo spam diventa più sofisticato: e-mail generate con l’aiuto dell’intelligenza artificiale offrono servizi “su misura” per le piccole imprese, come prestiti, campagne marketing o gestione della reputazione. Proposte che sembrano reali ma che nascondono insidie.

I consigli degli esperti

Per difendersi, Kaspersky suggerisce di puntare su sistemi di sicurezza aggiornati, controllare con attenzione link e indirizzi web, fare backup regolari e stabilire regole chiare per l’uso dei software aziendali.

In altre parole, serve tenere sempre alta la guardia. Perché spesso, ricordano gli esperti, basta un clic sbagliato per aprire la porta ai malfattori.

Social media: consenso globale per il divieto agli under 14 

Secondo i risultati dell’Ipsos Education Monitor 2025  il sostegno dei cittadini globali al divieto di accesso ai social media per i minori di 14 anni risulta alto. Il 71% degli intervistati in tutto il mondo ritiene infatti che gli under 14 anni non dovrebbero accedere ai social network. E tra i genitori con figli in età scolare la percentuale sale al 74%.

Di fatto, mentre l’Australia si prepara a diventare il primo Paese a vietare l’accesso ai social per i minori di 16 anni, l’indagine mostra che in tutti i 30 Paesi analizzati la maggioranza è favorevole all’introduzione di limiti d’età.
La terza edizione dell’Ipsos Education Monitor esplora anche le percezioni delle persone riguardo al proprio sistema educativo, alle sfide che affrontano scuole e giovani, e al ruolo della tecnologia nell’istruzione. 

Italiani critici verso il sistema educativo

Per quanto riguarda il sistema educativo, emerge che gli europei sono tra i più critici. La maggioranza dei cittadini in Ungheria (59%), Francia (55%) e Romania (54%) giudica negativamente il proprio sistema scolastico. Ma opinioni critiche emergono anche in Germania, Spagna, Italia e Belgio.
Al contrario, l’Irlanda si distingue con il 71% di valutazioni positive, seguita dal Regno Unito (49%).

A livello globale, il Report mostra poi una preoccupazione diffusa per la salute mentale dei giovani, tanto che il 33% degli intervistati identifica poi la salute mentale come la sfida principale per i giovani, superando disuguaglianza (28%), bullismo (26%) e social media (25%).

Salute mentale, disuguaglianza, bullismo sul podio delle preoccupazioni

Il 53% ritiene che la salute mentale dei giovani nel proprio Paese sia in condizioni critiche, con picchi in Cile (73%) e Francia (69%).
Quanto alle materie scolastiche preferite emergono storia, matematica e scienze. Quando si tratta delle materie che le persone hanno più apprezzato durante gli anni scolastici, la storia si posiziona al primo posto, seguita da matematica e scienze. 

Pur essendo la seconda materia più amata, con il 30% che la indica come preferita, la matematica risulta anche prima nella classifica delle ‘meno preferite’, riportando alla mente brutti ricordi al 37% degli intervistati. 

Matematica, la materia più odiata e amata allo stesso tempo

A Singapore la matematica è addirittura sia la materia preferita che quella meno amata.
In ogni caso, la divisione di genere nelle preferenze scolastiche emerge con maggiore forza tra le persone più anziane.

Mentre tra i Baby Boomer persiste una netta distinzione tra le materie preferite dai ragazzi (scienze, matematica) e quelle preferite dalle ragazze (lingue, letteratura), tra le generazioni più giovani questo divario si riduce notevolmente, fino a diventare quasi inesistente per scienze e matematica.

Pagina 5 di 20

Powered by WordPress & Tema di Anders Norén