Una goccia nel mare

dell'informazione web

Sostenibilità e digitale, 4 generazioni di italiani a confronto

La ricerca dell’Osservatorio per la Sostenibilità Digitale, realizzata dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale in collaborazione con l’Istituto di Studi Politici San Pio V, dal titolo ‘Generazioni’, mette a confronto su questi temi le percezioni e i comportamenti di 4 generazioni di italiani: GenZ (18-28 anni), Millennial (29-44 anni), GenerazioneX (45-60 anni) e Baby Boomer (61-75 anni).

Indipendentemente dall’età, quasi un italiano su quattro ritiene che la tecnologia digitale non sia uno strumento utile per perseguire gli obiettivi di sostenibilità. I giovani, però (48% GenZ, 33% Millennial), usano molto il digitale e si impegnano attivamente per la sostenibilità
Al contrario, GenerazioneX (32%) e Baby Boomer (52%) per lo più usano poco le tecnologie digitali e non danno molta importanza alla sostenibilità.

Divisi sul cambiamento climatico

Le differenze si accentuano sul tema del cambiamento climatico. Circa il 27% degli italiani pensa che pur essendo un problema serio il cambiamento climatico non richieda un intervento immediato. Il 31% dei Millennial e il 27% della GenZ credono che ci sia ancora tempo per agire, mentre per il 67% degli over60 è una priorità assoluta, e per il 66% dei Boomer è urgente anche il problema dell’inquinamento.

Chi ha visioni ambientaliste più radicate tende a essere più diffidente nei confronti della tecnologia. Tra GenZ e Millennial, chi è maggiormente preoccupato su questi temi presenta indici elevati in termini di sostenibilità e digitalizzazione. Per GenerazioneX e Boomer, al contrario, l’ambientalismo si accompagna spesso a un atteggiamento di forte diffidenza verso il mondo digitale.

Le conseguenze delle azioni

Più in generale, il livello di conoscenza dei temi della sostenibilità ambientale, economico e sociale in relazione alla capacità di tradurre la consapevolezza in azioni concrete evidenza un divario generazionale.

Il 22% dei più giovani conosce molto bene il concetto di sostenibilità, contro solo l’8% dei più ‘maturi’. Inoltre, non conosce questo tema il 34% della GenZ rispetto al 54% dei Boomer. Tuttavia, meno di un italiano su tre è in grado di correlare le proprie convinzioni alle conseguenze che ne derivano. 
Anche la consapevolezza dell’utilità del digitale è difforme tra le generazioni. Nonostante il digitale sia visto come un’opportunità (94% tra 18-60 anni, 87% over60) gli italiani sono convinti che dal digitale derivino perdite di posti di lavoro, ingiustizia sociale, diseguaglianze.

Un gap tecnologico generazionale

Rispetto alle altre generazioni, i Boomer sono quelli che hanno il tasso di non utilizzo degli strumenti digitali più alto: il 35% del totale contro il 9% della GenerazioneX e il 6% dei Millennial.
D’altronde, GenZ e Millennial, che vengono identificati come Sostenibili Digitali, adottano raramente tecnologie sostenibili e mettono in atto pochi comportamenti concreti verso la sostenibilità. E questo peggiora con l’età, raggiungendo livelli quasi nulli tra Baby Boomer e GenerazioneX.

Gli aspetti che emergono dalla ricerca indicano un forte divario generazionale nell’uso delle tecnologie e nella capacità di tradurre la consapevolezza in azioni pratiche, evidenziando la necessità di interventi mirati per colmare queste lacune.

Italia promossa in riciclo: nel 2024 raccolte 360.000 tonnellate di RAEE

Nel 2024, l’Italia ha avviato al corretto riciclo quasi 360.000 tonnellate di Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE) domestici, registrando un aumento del 2,5% rispetto all’anno precedente. Questo dato emerge dal Rapporto Annuale del Centro di Coordinamento RAEE, che dal 2008 monitora e sintetizza i risultati della raccolta complessiva effettuata in Italia dai sistemi collettivi dei produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche.

Dal 2022, il rapporto include anche i dati della raccolta diretta effettuata dalle aziende di gestione rifiuti in accordo con il CdC RAEE, fornendo una panoramica più completa della raccolta a livello nazionale.

L’impatto positivo di comportamenti virtuosi

Nel 2024, i sistemi collettivi consorziati hanno gestito complessivamente 358.138 tonnellate di rifiuti elettronici, con un incremento di circa 9.000 tonnellate rispetto all’anno precedente. A questo volume si aggiungono ulteriori 964 tonnellate raccolte volontariamente dai consorzi.
L’aumento è dovuto principalmente alla crescita del riciclo dei piccoli elettrodomestici e dei dispositivi elettronici di consumo (Raggruppamento 4), che compensa il calo dei volumi di TV e monitor (Raggruppamento 3), ancora influenzati dall’erogazione del Bonus TV del 2021. Grazie a questi risultati, la raccolta media pro capite ha raggiunto i 6,07 kg per abitante.

Giuliano Maddalena, presidente del Centro di Coordinamento RAEE, sottolinea: “Questo risultato conferma il potenziale del sistema di raccolta, che continua a migliorare le proprie performance. L’aumento dei piccoli RAEE dimostra l’efficacia delle iniziative di microraccolta e delle campagne di sensibilizzazione supportate dai produttori di apparecchiature elettroniche. Nel 2024, sono stati stanziati oltre 29 milioni di euro per finanziamenti ai Comuni e miglioramento dell’efficienza del sistema.”

Cresce la raccolta di elettronica di consumo e piccoli elettrodomestici 

Il settore dell’elettronica di consumo e dei piccoli elettrodomestici ha registrato l’incremento più marcato, con una crescita del 7,5% e un totale di 82.471 tonnellate recuperate. Anche i grandi elettrodomestici hanno mostrato un trend positivo, con un aumento del 3,3% per i dispositivi di raffreddamento e refrigerazione e del 4% per i cosiddetti “grandi bianchi”.

In controtendenza, la raccolta di televisori e monitor ha subito una riduzione del 10,9%, mentre i dispositivi di illuminazione sono rimasti sostanzialmente invariati rispetto all’anno precedente.

Distribuzione geografica della raccolta

L’analisi regionale mostra una crescita nella maggior parte delle regioni, con aumenti superiori al 5% in Valle d’Aosta (+8,7%), Lombardia (+7,8%), Friuli Venezia Giulia (+6,3%), Veneto (+6,2%) e Basilicata (+5,9%). Tuttavia, Molise (-17,7%), Emilia Romagna (-3,2%) e Calabria (-1,9%) hanno registrato una flessione.

La Lombardia si conferma prima per volumi totali raccolti con 67.577 tonnellate, mentre la Valle d’Aosta si distingue per la migliore performance pro capite, con 10,34 kg per abitante, tornando al primo posto nel ranking nazionale.

Per concludere

I dati del 2024 confermano che il sistema di raccolta RAEE in Italia sta migliorando costantemente, nonostante alcune difficoltà. L’aumento della raccolta di piccoli elettrodomestici e dispositivi elettronici dimostra l’efficacia delle strategie adottate.

Con il supporto di nuovi investimenti e una maggiore consapevolezza da parte dei cittadini, il paese potrà avvicinarsi sempre di più agli obiettivi europei di riciclo.

Videogiochi per bambini, hanno anche un potenziale educativo?

Nell’era digitale, la tecnologia offre molti strumenti per migliorare lo sviluppo di diverse abilità delle nuove generazioni. Un recente studio condotto da un team di ricerca inglese, citato dalla Fondazione AIDR – Association Italian Digital Revolution, ha dimostrato come i videogiochi, se progettati con attenzione, possano rappresentare un valido supporto per il benessere e la crescita dei bambini.

Lontani dall’essere semplici passatempi, i videogiochi stimolano la creatività, aiutano a sviluppare un’identità personale e potenziano competenze cognitive fondamentali.

Stimolare il pensiero critico e la creatività

Le dinamiche di gioco spesso richiedono capacità avanzate di problem solving e pianificazione strategica. Attraverso trame coinvolgenti e sfide stimolanti, i bambini imparano a prendere decisioni rapide e a elaborare strategie complesse. Un approccio interattivo migliora la loro capacità di risolvere problemi e di affrontare situazioni in modo critico e consapevole.

L’importanza dell’interazione sociale

In un mondo sempre più connesso, le relazioni sociali si stanno spostando anche nell’ambiente digitale. I videogiochi che promuovono la cooperazione e il lavoro di squadra permettono ai bambini di sviluppare empatia, migliorare la comunicazione e creare legami con coetanei provenienti da contesti culturali diversi.

Esperienze digitali di questo tipo possono facilitare l’inclusione e la costruzione di relazioni profonde.

Un’opportunità per l’inclusione

Un aspetto fondamentale dei videogiochi è la loro adattabilità. Molti titoli moderni sono sviluppati con funzionalità accessibili per bambini con disabilità motorie o sensoriali, offrendo loro la possibilità di partecipare attivamente all’esperienza di gioco.

L’inclusione digitale non solo favorisce la socializzazione, ma aiuta i bambini a sentirsi parte di una comunità, rafforzando la loro autostima e il senso di appartenenza.

Un’iniziativa per il gioco responsabile

Consapevole del potenziale educativo dei videogiochi, la Fondazione AIDR sta promuovendo un uso consapevole e responsabile di questi strumenti digitali. A tal fine, è in fase di progettazione l’apertura di un centro nazionale a Roma, dedicato alla sensibilizzazione su un utilizzo positivo dei videogiochi. Questo centro si rivolgerà a bambini, genitori ed educatori, fornendo strumenti e conoscenze per integrare i videogiochi nell’educazione in modo sicuro ed efficace.

Il futuro dell’educazione digitale

L’uso consapevole dei videogiochi può diventare un potente alleato nell’educazione e nello sviluppo dei bambini. Educatori e genitori hanno un ruolo chiave nel valorizzare queste opportunità, promuovendo un equilibrio tra intrattenimento e apprendimento.

Attraverso il sostegno a progetti innovativi e a iniziative di sensibilizzazione, è possibile costruire un futuro in cui tecnologia e crescita personale vadano di pari passo. 

Slow tourism: Millennial e famiglie scoprono un nuovo modo di viaggiare 

Circa un quarto degli italiani, corrispondente a 11,8 milioni di persone, si dichiara attratto da una modalità di viaggio ‘slow’. Ovvero, un modo di viaggiare che privilegia ritmi rilassati, esperienze autentiche e un legame profondo con il territorio. Specialmente in vista di periodi di vacanza prolungati, come il ponte primaverile del 2025.

Insomma, l’approccio al viaggio da parte degli italiani, soprattutto Millennial e famiglie, sta cambiando. La conferma arriva da una recente indagine condotta da Airbnb in collaborazione con YouGov, che rivela una crescente preferenza per lo ‘slow tourism’, 
Lontano dall’essere un semplice elenco di mete, l’approccio slow si configura come una vera e propria filosofia. La motivazione principale? Il desiderio di vivere esperienze autentiche (79%) e immergersi nella cultura locale (74%).

Lontano dai circuiti turistici tradizionali

Non si tratta solo di ‘vedere’, ma di ‘vivere’ il luogo visitato. Questo si traduce in una preferenza per soggiorni più lunghi, tanto che due italiani su tre optano per una permanenza media di cinque giorni.
Il 45% degli intervistati, inoltre, apprezza la possibilità di esplorare destinazioni meno note e meno affollate, allontanandosi dai circuiti turistici tradizionali. 

I dati evidenziano un particolare interesse da parte dei Millennial, specialmente la fascia 25-34 anni.
Questi viaggiatori cercano un equilibrio tra la scoperta di nuovi luoghi e momenti di relax per poter ottenere una ‘connessione’ più autentica. Ma anche le famiglie sono fortemente attratte dall’autenticità dello slow tourism.

L’opportunità di riscoprire uno stile di vita più semplice

L’83% delle famiglie considera infatti l’autenticità un elemento fondamentale per un viaggio soddisfacente. E il 76% vede nel viaggio lento una vera e propria terapia antistress. Un’opportunità per riscoprire uno stile di vita più semplice.

Francesca Di Pietro, psicologa del turismo e coach, sottolinea i benefici psicologici di questo approccio: “Il viaggio lento permette di sperimentare nuove routine, di concentrarsi sulla qualità anziché sulla quantità, e di portare un po’ di questa lentezza anche nella vita quotidiana”.
In un contesto in cui molti italiani si sentono vicini al burn-out lavorativo, il viaggio diventa quindi un’occasione per ‘rallentare’ e prendersi cura di sé.

Toscana, Sicilia e Sardegna le regioni più desiderate

Non è un caso che la ricerca evidenzi un forte interesse per le destinazioni rurali.
Quasi la metà delle notti prenotate (47%), riporta Adnkronos, riguarda località extraurbane, luoghi ideali per disconnettersi dalla routine e abbracciare ritmi più lenti.

Toscana, Sicilia e Sardegna emergono come le regioni più desiderate per un’esperienza di slow tourism.
Queste regioni, note per le loro bellezze naturali, offrono anche un ricco patrimonio di tradizioni e cultura locale, attirando viaggiatori in cerca di autenticità.
Airbnb risponde a questa domanda con una vasta offerta di alloggi in aree rurali, che spaziano da residenze storiche a ville immerse nel verde. Non si tratta più, quindi, di un ‘mordi e fuggi’ nelle città d’arte, ma una riscoperta dell’entroterra, dei borghi e delle tradizioni.

Lavoro e stress: italiani a rischio burn-out, 47,7% giovani

Emerge dall’8° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, realizzato in collaborazione con Credem, Edison, Michelin e OVS: Il 31,8% dei lavoratori dipendenti italiani ha provato almeno una volta sensazioni di esaurimento, estraneità o sentimenti negativi nei confronti del proprio lavoro.
Si tratta di forme di burn-out che coinvolgono il 47,7% dei giovani, il 28,2% degli adulti e il 23,0% dei dipendenti più anziani.

Di contro, per l’83,4% dei dipendenti italiani è prioritario che il lavoro contribuisca al proprio benessere psicofisico. In particolare, per il 76,8% dei dirigenti, l’86,1% degli impiegati, il 79,5% degli operai. Tra le fasce anagrafiche, questa è una priorità per il 75,0% dei dipendenti tra 18-34 anni, l’85,7% tra 35-54 anni, l’88,4% degli over 55.

Sopraffatti dall’ansia e dalla pressione

Molte sono le sofferenze sperimentate dai dipendenti. Il 73,0% ha vissuto situazioni di stress o ansia legate al lavoro. Il 76,8% non sempre riesce a trovare equilibrio tra vita privata e lavoro, il 75,9% si sente spesso sopraffatto dalle responsabilità quotidiane, il 73,9% sente addosso troppa pressione quando lavora.

Inoltre, il 67,3% ha provato frustrazione per via del mancato supporto da parte del datore di lavoro, il 68,5% soffre la mancanza di un ambiente lavorativo buono e sano, il 65,0% ha comunque difficoltà a concentrarsi sul lavoro, e il 36,7% è andato da uno psicologo o ha fatto ricorso al counseling a causa del proprio lavoro.

Tra casa e lavoro non c’è pace: è la “sindrome da corridoio”

Sono poi 3 milioni i dipendenti affetti dalla ‘sindrome da corridoio’, la somma di ansie e disagio causata da lavoro e vita privata.
Un malessere che riduce drasticamente il benessere soggettivo, la qualità della vita e la salute mentale.

Se il 25,7% dei dipendenti ‘porta al lavoro’ i problemi privati, con effetti negativi sulla performance lavorativa, il 36,1% ‘porta a casa’ i problemi lavorativi, con effetti negativi sulle relazioni familiari, amicali, ecc..
Di fatto, il 63,5% dei dipendenti vorrebbe svolgere attività di meditazione, yoga o ricorrere all’aiuto di uno psicologo.

Il fattore tempo è cruciale per ricavare benessere

Per affrontare gli effetti delle sofferenze da lavoro è forte la richiesta di tempo. L’89,4% vorrebbe più tempo per sé e le cose che piacciono, l’86,2% per stare di più con amici e parenti, il 78,9% per svolgere attività fisica, il 73,9% per svolgere attività culturali, il 79,0% per riposare.

Per i dipendenti i fattori lavorativi che contano positivamente per il benessere soggettivo sono un buon rapporto con superiori e colleghi (94,6%). Ma anche la possibilità di operare con un certo grado di autonomia (93,1%), il bilanciamento tra vita privata e lavoro (92,2%), la flessibilità oraria ( 91,6%), sentirsi valorizzati in azienda (87,6%), e per il 64,1%, poter lavorare anche in smart working.

Silenzi imbarazzanti: agli italiani bastano pochi secondi per sentirsi a disagio

Lo ha scoperto la piattaforma Preply intervistando 26.719 persone in 21 Paesi, tra cui l’Italia: durante una conversazione, le persone in media iniziano a trovare imbarazzante il silenzio dopo 6,8 secondi.
In Italia però ne bastano solo 6,2 prima di cominciare a provare disagio. E a livello generazionale, i più ‘colpiti’ da questa forma di ‘fobia sociale’ sono i giovani. L’82% della Gen Z infatti considera i silenzi imbarazzanti.

Con l’aumentare dell’età la percentuale di ‘imbarazzati’ da silenzio diminuisce, probabilmente a causa di una minore preoccupazione per i giudizi altrui.
Insomma, i silenzi imbarazzanti mettono a disagio chiunque. Ma il tempo necessario a rendere insostenibile la situazione non è uguale per tutti.

Solo i brasiliani sono più “chiacchieroni” di noi

Di fatto, l’Italia è il Paese europeo dove i silenzi sono vissuti con maggiore imbarazzo, ed è superata a livello globale solo dal Brasile, dove le persone iniziano a sentirsi a disagio dopo appena 5,5 secondi di silenzio. Al contrario, in Paesi Bassi, Giappone e Thailandia il silenzio è ampiamente accettato.

In ogni caso, per gli italiani i silenzi più imbarazzanti sono quelli con estranei (57%) e parenti lontani (41%), soprattutto per gli over65.
Anche i silenzi con i superiori al lavoro possono creare disagio. Quasi un terzo degli italiani ammette di trovarsi in difficoltà, e la percentuale più alta è tra le donne (35%).

Meglio evitare ascensori, primi appuntamenti, parlare con estranei

Le donne tendono a sentirsi più in imbarazzo rispetto agli uomini anche nelle conversazioni con i suoceri.
In generale, sembrerebbe che le donne soffrano maggiormente il silenzio con persone su cui vorrebbero fare buona impressione, mentre gli uomini provano più imbarazzo nei momenti di silenzio con chi hanno legami stretti.

Inoltre, se tre persone su quattro ammettono di aver provato disagio in spazi ristretti come l’ascensore, tra le situazioni che imbarazzano di più gli italiani ci sono i primi appuntamenti (68%).
Al terzo posto, le conversazioni informali con estranei, fonte di imbarazzo per il 66%.

La paura di restare senza parole

Se si considerano i contesti in cui il silenzio imbarazzante è più temuto il primo appuntamento si rivela il più critico. È questa la situazione in cui si ha più paura di rimanere senza nulla da dire, soprattutto tra i giovani da 16 a 24 anni (49%).

Anche gli spazi ristretti restano tra le circostanze più scomode, seguiti dai discorsi in pubblico, dove un silenzio improvviso può diventare particolarmente snervante.
Curiosamente, gli uomini sembrano essere più emotivi delle donne quando si tratta di silenzi in momenti solenni, come un funerale o la fine di una relazione.

Cybersecurity: i timori dei responsabili IT per la GenAI “vulnerabile” 

È quanto emerge dalla nuova ricerca di Sophos X-Ops dal titolo ‘Beyond the Hype: The Businesses Reality of AI for Cybersecurity’,: nonostante le funzionalità di Intelligenza artificiale generativa siano state adottate dal 65% dei responsabili IT, l’89% teme che le vulnerabilità presenti nei tool di cybersicurezza AI possano mettere a rischio la protezione delle rispettive aziende.

La ricerca, condotta su 400 responsabili IT per analizzare le implicazioni dell’utilizzo della GenAI nell’ambito della sicurezza informatica, rivela inoltre che per l’80% dei responsabili IT la GenAI aumenterà significativamente il costo dei tool per la cybersicurezza ma allo stesso tempo offrirà un percorso verso la riduzione della spesa complessiva.

L’87% ritiene infatti che i risparmi potranno controbilanciare i costi, e il 75% concorda sul fatto che sia difficile quantificare i costi della GenAI all’interno dei prodotti per la cybersicurezza.

“Potenzialità fantastiche, ma per ottenere benefici occorrono supervisori umani”

“Come accade in molti altri casi, anche nei confronti dei tool GenAI la parola d’ordine dovrebbe essere ‘fidarsi ma verificare sempre’. Non è che abbiamo insegnato alle macchine a pensare: semplicemente abbiamo fornito a esse il contesto che permette di velocizzare l’elaborazione di enormi quantità di dati – ha dichiarato Chester Wisniewski, director, global field CTO di Sophos -. Le potenzialità di questi strumenti per accelerare i workload della sicurezza sono fantastiche, ma per poterne concretizzare i benefici occorrono sempre contesto e comprensione da parte di supervisori umani”.

Il pericolo dell’assenza di responsabilità nei confronti della sicurezza

Con la tecnologia AI integrata in una qualche forma all’interno delle infrastrutture di cybersicurezza del 98% delle aziende, i responsabili IT hanno espresso i loro timori verso un’eccessiva dipendenza dalla AI. Infatti, l’87% degli intervistati si è dichiarato preoccupato rispetto alla conseguente assenza di responsabilità nei confronti della sicurezza informatica.

Di fatto, alcuni criminali informatici stanno sfruttando la GenAI per automatizzare attività di routine, come la preparazione dei messaggi di mass mailing e l’analisi dei dati. Altri, invece, hanno integrato la tecnologia nei toolkit usati per spam e social engineering.

Priorità diverse a seconda delle dimensioni aziendali

Organizzazioni di diverse dimensioni hanno espresso priorità differenti riguardo l’utilizzo della GenAI.
Se le realtà più grandi, quelle da oltre 1.000 dipendenti, considerano prioritario il rafforzamento della protezione, il beneficio più cercato dalle aziende con 50-99 dipendenti riguarda la riduzione del burnout del personale.

Tuttavia, l’84% degli intervistati ha espresso preoccupazione nei confronti della riduzione dei professionisti assegnati alla cybersicurezza. Si tratterebbe della conseguenza di aspettative irrealistiche circa la capacità della AI di rimpiazzare gli operatori umani.

Mutui, la domanda è in netta ripresa dopo anni “difficili”

Nel 2024 il mercato dei mutui ha segnato un netto cambio di rotta, dopo una lunga fase di rallentamento tra il 2021 e il 2023. Secondo i dati del Sistema di Informazioni Creditizie EURISC, le richieste di mutui da parte delle famiglie italiane sono cresciute del 12,1% rispetto all’anno precedente. Particolarmente significativo è stato l’ultimo trimestre del 2024, con un picco del 30% a novembre e una crescita del 25,4% a dicembre rispetto allo stesso periodo del 2023.

Questa dinamica è stata favorita dalla riduzione dei tassi di interesse applicati dalle banche, soprattutto per i mutui a tasso fisso, in seguito ai tagli operati dalla BCE nel corso dell’anno. Parallelamente, molte famiglie hanno scelto di ricorrere alle surroghe per rinegoziare i mutui a tasso variabile, riducendo così i costi mensili. Nei primi nove mesi del 2024, le surroghe hanno registrato un incremento del 19,5%, a fronte di un lieve calo del 4,1% nei nuovi mutui erogati.

Importi e preferenze delle famiglie italiane

L’importo medio richiesto per i mutui è aumentato del 2,5% nel 2024, raggiungendo i 148.305 euro. A dicembre, l’importo medio si è attestato a 154.021 euro (+1,0% rispetto al mese precedente). La maggior parte delle richieste si concentra nella fascia compresa tra i 100.000 e i 150.000 euro, che rappresenta il 30,6% del totale, seguita dalla classe tra 150.000 e 300.000 euro (28,5%). Solo il 5,1% delle richieste supera i 300.000 euro.

Oltre l’80% delle famiglie preferisce piani di rimborso superiori ai 15 anni, per contenere l’impatto delle rate sul bilancio mensile. In termini di età, il 55% dei richiedenti appartiene alla fascia tra i 25 e i 44 anni, mentre il 32,6% è compreso tra i 45 e i 64 anni.

Prospettive per il 2025

Secondo Simone Capecchi, Executive Director di CRIF, “i dati macroeconomici suggeriscono una ripresa del potere d’acquisto delle famiglie e una progressiva riduzione dei tassi di interesse da parte della BCE. Questi fattori ci prospettano un’ulteriore crescita dei mutui per l’acquisto di abitazioni, che contribuirà a rilanciare l’intero mercato immobiliare”.

Il futuro del mercato immobiliare

Con il miglioramento delle condizioni economiche e l’aumento della fiducia dei consumatori, il 2025 potrebbe rappresentare un ulteriore punto di svolta per il mercato dei mutui e del settore immobiliare, consolidando il trend positivo del 2024.

Il mondo del lavoro in Italia: migliora l’occupazione, restano le “solite” criticità

Il Rapporto INAPP 2024 traccia un quadro del mercato del lavoro italiano, mettendo in evidenza progressi significativi ma anche criticità strutturali. L’occupazione è cresciuta del 3,5% tra dicembre 2019 e ottobre 2024, con oltre 1 milione di nuovi posti di lavoro, portando il totale degli occupati a 24,1 milioni e segnando un tasso record del 62,5%. Tuttavia, il divario con i principali Paesi dell’Unione Europea rimane ampio: un’analisi Eurostat del 2023 evidenzia un deficit di 3,156 milioni di occupati, pari a una differenza del -8,5% rispetto al tasso di occupazione europeo.

Le carenze sono particolarmente evidenti nei settori legati alla spesa pubblica, come sanità, assistenza, pubblica amministrazione e istruzione, che insieme contano 1,270 milioni di posti di lavoro mancanti.

Disparità generazionali e regionali

L’incremento occupazionale ha riguardato sia uomini (+532 mila) sia donne (+511 mila) ed è stato più marcato nelle regioni del Sud. Tuttavia, il rapporto mette in luce un tema cruciale: la distribuzione generazionale.

Gli over 50 rappresentano ormai il 41% della forza lavoro, superando la fascia tra i 35 e i 49 anni. Al contempo, l’inattività giovanile resta elevata, sottolineando la difficoltà dei giovani nell’accedere al mercato del lavoro.

Problemi di mismatch e carenza di competenze

Le imprese segnalano una crescente difficoltà nel reperire lavoratori qualificati. Il mismatch, ossia lo scarto tra domanda e offerta di lavoro, ha raggiunto nel 2024 il 47,8%, con un aumento di 22,5 punti percentuali rispetto al 2019.

Secondo Natale Forlani, presidente dell’INAPP, questa problematica è amplificata da diversi fattori: innanzitutto la diminuzione della popolazione in età lavorativa, con una stima di 4 milioni di persone in meno entro il 2040. Poi pesano la mancanza di competenze adeguate per i profili richiesti e la scarsa disponibilità dei giovani a occupare le posizioni offerte.

Cambiamenti demografici e digitalizzazione

L’invecchiamento della popolazione e il progresso delle tecnologie digitali stanno modificando profondamente il mercato del lavoro. Il pensionamento di intere generazioni supera di gran lunga l’ingresso di nuove leve, mentre la digitalizzazione richiede competenze sempre più avanzate, trasformando le professioni e le organizzazioni.

Il rapporto invita a una riflessione urgente su politiche del lavoro più inclusive e mirate, capaci di affrontare le sfide di un futuro sempre più complesso.

L’IA avanza, ma solo l’11,4% delle imprese la utilizza

L’utilizzo dell’Intelligenza artificiale (IA) nel panorama imprenditoriale italiano, sebbene in crescita, non ha ancora raggiunto una diffusione di rilievo. Nel 2024, solo l’11,4% delle imprese ha integrato questa tecnologia nei propri processi produttivi, un aumento rispetto al 5,7% registrato nel 2021, ma ancora distante da una penetrazione su larga scala.

Nel frattempo, altri strumenti digitali come il Cloud (44,4%), i sistemi di pagamento digitali (41,3%) e la cybersicurezza (41,2%) hanno visto investimenti più decisi da parte delle aziende.

Prospettive di crescita nel prossimo triennio

Nonostante la lenta adozione attuale, l’attenzione verso l’IA sta crescendo rapidamente. Secondo un’analisi condotta da Unioncamere e Dintec, basata sui dati dell’Osservatorio Punti impresa digitale delle Camere di commercio, il 18,9% delle imprese prevede di includere questa tecnologia nei propri piani di investimento entro il triennio 2025-2027.

L’IA è ormai considerata una priorità per il futuro, superando altre innovazioni digitali.

Il ruolo delle istituzioni e la sfida della digitalizzazione

Andrea Prete, presidente di Unioncamere, evidenzia l’importanza delle tecnologie digitali per rafforzare la competitività delle imprese italiane. Attraverso iniziative come i Punti impresa digitale (Pid), il sistema camerale ha già supportato oltre 750mila imprese, con l’obiettivo di raggiungerne un milione entro i prossimi tre anni.

La strategia prevede il rafforzamento delle collaborazioni con enti di ricerca nazionali, così da agevolare l’incontro tra domanda e offerta tecnologica e promuovere una digitalizzazione più consapevole.

L’IA è diffusa soprattutto nelle imprese del Centro Nord 

L’adozione dell’IA non è uniforme sul territorio nazionale, con una netta predominanza del Centro-Nord. Lombardia, Piemonte, Lazio, Emilia Romagna e Veneto ospitano il 67,8% delle imprese che utilizzano questa tecnologia, con Milano, Roma e Torino tra le città più avanzate.

Dal punto di vista settoriale, il 75,2% delle aziende che sfrutta l’IA opera nei Servizi, in particolare nei Servizi di informazione e comunicazione (34,5%). Questi ultimi utilizzano l’IA soprattutto per sviluppare software e fornire consulenza informatica. Il settore manifatturiero e il commercio seguono con circa il 10% ciascuno, mentre agricoltura e altre industrie rappresentano meno del 3%.

Conclusioni

Nonostante i progressi, l’Intelligenza artificiale rimane una tecnologia ancora in fase di consolidamento nel tessuto imprenditoriale italiano. Con il supporto delle istituzioni e una crescente consapevolezza dei suoi benefici, il prossimo decennio potrebbe segnare una svolta nella sua adozione.

Pagina 7 di 20

Powered by WordPress & Tema di Anders Norén