Una goccia nel mare

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Bonus casa: cosa cambia nel 2025?

L’ultima manovra finanziaria ridisegna le agevolazioni sulla casa per il 2025, con alcune conferme e molti tagli.
La legge di bilancio ridefinisce l’Ecobonus, l’agevolazione per l’efficienza energetica attraverso detrazione Irpef o Ires dal 50 al 65%. Se per alcuni interventi nei condomini raggiungeva anche l’85%, dal 2025 scenderà al 50% per la prima casa e al 36% per gli altri immobili. Nel 2026 e 2027 si scenderà ulteriormente al 36% per la prima casa e al 30% per le altre.

Le aliquote si applicano a tutti gli interventi agevolati, compresi quelli che finora davano luogo a una detrazione più alta, come appunto gli interventi sulle parti comuni degli edifici condominiali.

Caldaie a gas escluse dalle agevolazioni

La nuova detrazione prevista dalla disciplina di ecobonus esclude gli interventi di sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale con caldaie uniche alimentate a combustibili fossili. In pratica, le caldaie a gas, che finora godevano delle stesse aliquote al 50% o al 65% se abbinate alle valvole termostatiche.

Stesso schema dell’ecobonus anche per il bonus ristrutturazioni, che resterà al 50%, ma solo per le abitazioni principali e con tetto di spesa a 96.000 euro.
Per gli altri immobili, a partire dal primo gennaio 2025, lo sconto fiscale scenderà al 36%, con un tetto di spesa fino a 48.000 euro. Nel 2026 e nel 2027 le aliquote scendono sulla scia dell’ecobonus.

Stretta su Sismabonus. Bonus mobili ed elettrodomestici Made in Europe

Netto ridimensionamento arriva anche per la detrazione fino all’85% per lavori antisismici su abitazioni e immobili produttivi. Anche in questo caso, scenderà al 50% sulla prima casa e al 36% sulle altre proprietà immobiliari, con ulteriore decalage nel 2026 e nel 2027 come per le altre agevolazioni.
Su mobili ed elettrodomestici il fronte è duplice. In caso di ristrutturazione, viene confermato lo sconto del 50% su arredi e grandi elettrodomestici (con tetto di spesa a 5.000 euro).

Viene poi introdotto un contributo per l’acquisto di elettrodomestici ad alta efficienza energetica (classe B o superiore) prodotti in Europa, a condizione che il vecchio apparecchio venga smaltito correttamente. Il contributo è pari al 30% del costo dell’elettrodomestico, fino a un massimo di 100 euro per ciascun acquisto. 
Il bonus sale a 200 euro per famiglie con Isee inferiore a 25.000 euro. È possibile beneficiare dell’incentivo per un solo elettrodomestico per nucleo familiare.

Superbonus in via di esaurimento 

Nel 2025 la maxi agevolazione nata con la pandemia passerà dal 70% al 65%, ma sarà limitata agli interventi per i quali al 15 ottobre 2024 risulti già presentata la Cilas, e per i condominii, la delibera assembleare di approvazione dei lavori.

Il maxi sconto al 110% rimarrà solo per gli immobili situati nelle zone colpite da eventi catastrofali. La manovra, riferisce Ansa, apre inoltre alla possibilità di detrarre in 10 anni le spese del 2023, rimaste finora escluse dall’opzione.

Medie imprese: nel 2024 quelle del Mezzogiorno migliorano fatturato ed esportazioni

Per il 2024 le medie imprese del Sud prevedono di raggiungere un incremento intorno al 2% del proprio giro d’affari e delle esportazioni, un dato in contrapposizione al calo atteso dalle aziende del resto d’Italia, rispettivamente del -1,5% e del -4%.
A fare la differenza sono anche gli investimenti nelle tecnologie 4.0, avviati o programmati entro il 2026 dall’87,3% delle medie imprese del Mezzogiorno (contro l’82,1% delle altre).

Inoltre, nei prossimi tre anni il 41,3% inizierà a investire nell’AI (vs 37,5%), non solo per migliorare le attività, ma anche per realizzarne di nuove e più innovative. E lo farà anche grazie alle risorse previste dal PNRR.
Emerge dal rapporto ‘La competitività delle medie imprese del Mezzogiorno tra percezione dei rischi e strategie di innovazione’, condotto dall’Area Studi di Mediobanca, Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere.

In 27 anni raddoppiate: da 213 a 431

Oggi le medie imprese del Sud Italia rappresentano appena lo 0,5% del tessuto imprenditoriale meridionale, ma realizzano complessivamente l’11,9% del valore aggiunto manifatturiero totale dell’area.
In particolare, in Puglia le medie imprese sono 84 e generano l’11,4% del valore aggiunto manifatturiero dell’intera regione. 

Ma in poco più di un quarto di secolo il numero di aziende che compone il capitalismo familiare del Mezzogiorno è più che raddoppiato, passando da 213 imprese nel 1996 a 431 nel 2022. La crescita complessiva delle imprese del Centro-Nord della stessa ‘taglia’ è pari al 13%.
Aumentano soprattutto il numero delle Mid-Cap campane (+114), pugliesi (+46) e siciliane (+27).

La pressione fiscale rimane penalizzante

Le medie imprese meridionali registrano dati in controtendenza rispetto alla tradizionale immagine di un Mezzogiorno omogeneamente attardato.
Nel decennio 2013-2022, il loro fatturato è aumentato del 71,2% rispetto al 59,7% delle imprese del Centro-Nord, la produttività è cresciuta del 33,4% rispetto al 29,1% del resto d’Italia, la competitività è aumentata del 26% (vs +13,9%), con un incremento significativo anche della forza lavoro (+29,6% vs +22,3%).

Risultati positivi ancora più rilevanti se si considera che sono stati conseguiti nonostante un tax rate medio del decennio pari al 31,3%, contro il 28,5% degli altri territori.
Se fosse stata imposta la medesima tassazione delle imprese del Centro-Nord, le Mid-Cap meridionali avrebbero risparmiato 220 milioni di euro.

Una su tre assumerà stranieri 

Il reperimento di profili professionali adeguati rischia di diventare il principale ostacolo. Negli ultimi 24 mesi, oltre l’80% delle Mid-Cap meridionali ha avuto problemi legati a questa criticità: quota dimezzata per le imprese delle altre aree (42,8%).

Anche per questo, il 33,3% delle medie imprese del Sud punta nei prossimo triennio assumerà lavoratori stranieri, soprattutto per l’indisponibilità di lavoratori italiani (61,9%) e la mancanza di giovani (28,6%). 
Sempre in tema di ‘capitale umano’, però, la presenza femminile in queste imprese è pari solo al 12,4% della forza lavoro, e solo il 3% in una posizione manageriale (altre aree, 27,3% e 9,7%). 

Shopping natalizio e Black Friday: chi sono gli acquirenti più ispirati dai content creator?

Secondo l’analisi condotta da Pulse Advertising ed Eumetra nell’ambito dell’Osservatorio InSIdE, su oltre 29 milioni di italiani che seguono almeno un creator,  oltre 21 milioni (57%) quotidianamente ne prendono in considerazione un prodotto proposto.
Ma quanto peseranno quest’anno i social media sulle decisioni di acquisto per Natale, e quanto hanno pesato per il Black Friday?

Anzitutto, la prima differenza che emerge nell’uso dei social è generazionale. GenX e Boomer compiono una sorta di ‘percorso completo sul web’ tra suggerimenti di un prodotto sui social e ricerca del medesimo prodotto sul web in generale, per poi procedere all’acquisto. Per Millennial e GenZ questo percorso non è così scontato, poiché oltre che per lo shopping, usano i social anche per entertainment e informazione.

Per gli acquisti Facebook è trasversale

In termini di social che ispirano gli acquisti e convertono emerge la predominanza di Facebook trasversale in tutte le fasce di età, giovanissimi compresi.

Probabilmente la presenza della sezione ‘marketplace’ interna alla piattaforma aumenta la capacità di conversione reale. Questo, grazie a un percorso meno mediato, con passaggi più fluidi che non costringono a uscire dalla piattaforma, ma permettono di concludere l’acquisto in modo immediato e diretto.
GenX e Boomer sono tra gli utenti che maggiormente acquistano online anche su Instagram, mentre la GenZ acquista online lasciandosi ispirare senza fare differenza tra Instagram e TikTok.

Dal Beauty alla Moda i tassi di conversione delle categorie merceologiche

Nel Beauty più di due utenti su tre (68%) acquistano effettivamente dopo aver preso in considerazione (13%) il prodotto presentato sui social dal content creator, in particolare Millennials e meno GenZ.

Per quanto riguarda la categoria Food&Beverage, a fronte di una considerazione del prodotto simile a quella del Beauty (12%), scende al 55% la percentuale degli utenti social che concludono l’acquisto. Tra chi acquista referenze nel settore Food&Beverage è predominante la GenX.
Anche nella Moda è la GenX a determinare percentuali di conversione simili a quelle del Beauty, segno, forse, di una maggiore efficacia dei creator in questo settore, che d’altronde è stato anche il primo a esplorare la comunicazione sulle piattaforme social.

Millennial e GenX trainano Tech e Travel

La capacità di mostrare il prodotto indossato e magari anche combinato sapientemente con accessori e cromie studiate, lo rende immediatamente accattivante e più ‘vivo’ rispetto a uno scatto su e-com o indossato da un manichino.
Tech e Travel mostrano, invece, livelli di conversione buoni, ma inferiori a quelli di Beauty e Fashion.

Anche in questo caso, a trainare sono Millennials e GenX, con la GenZ più fredda. Ma se un prodotto Beauty, Moda o F&B ha dimensioni e prezzi ridotti a fronte di migliaia di referenze fra cui scegliere, su referenze tecnologiche o destinazioni di viaggio pesa un impegno di spesa nettamente maggiore. E una pianificazione dell’acquisto necessaria, oltre al vincolo decisionale legato anche ad altre variabili: periodo di ferie o prestazioni tecniche effettiva del prodotto.

Software house in Italia: nel 2023 superati i 62,8 miliardi di fatturato

In Italia la filiera del software ha un impatto economico-occupazionale significativo. Nel 2023 le oltre 26mila aziende della filiera impiegano oltre 300mila dipendenti e raggiungono 62,8 miliardi di fatturato (+17,4% rispetto al 2022). Ma nonostante il 15% delle realtà attive sia classificata come startup innovativa, e secondo l’ISTAT, il settore risulti tra i primi 6 nel Paese per investimenti in R&S, il divario con le principali nazioni europee è ancora marcato.

Il peso del fatturato generato dalle aziende della filiera e dei servizi correlati rispetto al PIL è del 3%. Meno della metà rispetto alla Francia.
Emerge dalla prima edizione della ricerca dell’Osservatorio Software & Digital Native Innovation del Politecnico di Milano, realizzata in collaborazione con AssoSoftware.

L’importanza per il sistema Paese

“Il settore del software è fondamentale per la competitività dell’Italia nei mercati digitali in rapida evoluzione e il suo impatto economico e occupazionale cresce, sostenuto dalla maggiore presenza di provider tecnologici internazionali e da una crescente consapevolezza istituzionale – afferma Alessandro Piva, direttore dell’Osservatorio -. L’influenza del software non è solo diretta, ma si estende alla digitalizzazione delle Pmi e all’innovazione nei modelli di business di settori tradizionali, dove vediamo emergere sempre più aziende native digitali”.

Diverse evoluzioni settoriali e sistemiche stanno infatti creando un terreno fertile per lo sviluppo futuro della filiera italiana del software come industria critica per il Paese”.

Cresce l’interesse da parte degli attori internazionali

Dal potenziamento infrastrutturale derivante dall’apertura di nuovi Data Center sul territorio, con piani di investimento da parte dei grandi provider internazionali ai 12,7 miliardi stanziati per il 2024-2025 dal PNRR, si conferma un crescente interesse da parte di attori internazionali. Aziende come AWS, Google o Microsoft porteranno opportunità per lo sviluppo di servizi digitali a valore, 

Si conferma, inoltre, una sempre maggiore attenzione istituzionale a questa industria. Tra i prodotti più diffusi tra i vendor italiani emergono i Gestionali, offerti dal 79% delle aziende censite dall’Osservatorio, seguiti dai software di Cybersecurity (37%) e di Analytics & AI (18%).

Soluzioni gestionali le più diffuse

“L’offerta di software innovativi è spesso associata alle soluzioni gestionali, le più diffuse sul territorio, e quindi integrata direttamente nel cuore dei processi aziendali – dichiara Marina Natalucci, direttrice dell’Osservatorio -. Questo rafforza la rilevanza strategica di un settore che in Italia può vantare tante piccole eccellenze, ma che ancora non è competitivo quanto in altri Paesi europei”.

Si tratta di aziende fortemente radicate sul territorio. L’80% delle aziende è italiana e rappresenta il 54% del fatturato complessivo del campione, contro un 46% rappresentato da divisioni italiane di realtà multinazionali, in grado di fatturare anche 3,5 volte di più.
La commistione tra produttori italiani competitivi e la presenza di aziende internazionali, che portino non solo la propria forza vendita, ma anche le attività di sviluppo della tecnologia, è una leva chiave per accrescere la centralità dell’Italia nei mercati digitali europei.

L’esperienza d’acquisto perfetta? I consumatori vogliono efficienza e servizi digitali

Efficienza, semplicità d’acquisto e una maggiore integrazione digitale. Ecco, in ordine, cosa desiderano i consumatori moderni. I trend e le nuove esigente dei clienti emergono dallo studio “Consumer trend e le evoluzioni dei bisogni nel retail” condotto da BVA Doxa, presentato durante il Forum Retail organizzato da IKN Italy.

Obiettivo: “smuovere” anche le emozioni 

Secondo la ricerca, il 70% degli italiani cerca nuove esperienze di acquisto che vadano oltre la semplice transazione e coinvolgano emotivamente il cliente. Per rispondere a questa domanda, le aziende devono ideare “momenti EPIC”, ovvero esperienze straordinarie che generino un impatto positivo e duraturo sul cliente.

Questo approccio non solo aumenta la soddisfazione, ma contribuisce anche a costruire una relazione di fiducia e fidelizzazione con i consumatori.

Continuità tra online e offline

La continuità tra l’esperienza online e quella nei negozi fisici è considerata essenziale: ben l’88% degli intervistati desidera un percorso di acquisto senza interruzioni tra i vari canali. In aggiunta, cresce l’interesse per la personalizzazione, con il 75% dei consumatori che preferisce offerte su misura in base alle proprie preferenze e necessità.

Tuttavia, il 63% dei clienti è disposto a condividere i propri dati personali solo con brand in cui ripone fiducia e che dimostrano un’attenta gestione delle informazioni, offrendo in cambio benefici concreti.

Digitalizzazione e nuovi strumenti nel retail

La ricerca sottolinea come strumenti digitali e tecnologie avanzate siano diventati elementi chiave nel miglioramento dell’esperienza d’acquisto, in settori come la moda e gli articoli per animali domestici.

Tra questi, l’ampia scelta di opzioni di pagamento digitale, la consegna a domicilio, i sistemi di pagamento rapidi o contactless, e dispositivi smart come totem informativi e schermi interattivi sono considerati fondamentali per garantire un servizio moderno e flessibile. Questi aspetti mostrano come la facilità d’uso e un ecosistema di servizi digitali rappresentino oggi caratteristiche imprescindibili per i retailer.

Il fattore umano resta imprescindibile

Un ultimo aspetto rilevante emerso dall’analisi riguarda il valore del fattore umano. Nel settore della moda, l’86% dei consumatori sceglie il negozio basandosi sulle competenze e l’empatia del personale; tale percentuale sale al 92% nel settore pet, dimostrando quanto sia importante per i clienti il trattamento riservato ai propri animali domestici, ormai considerati membri della famiglia a tutti gli effetti.

La professionalità e l’attenzione al cliente si rivelano quindi essenziali per costruire esperienze di valore anche in un contesto sempre più digitale.

L’Intelligenza artificiale è una rivoluzione per il business B2B

L’adozione dell’Intelligenza artificiale continua a crescere non solo nella nostra vita personale, ma anche professionale.
L’AI diventerà sempre più il cuore del modello operativo delle imprese per l’innovazione dei prodotti, e occorrerà, da parte delle aziende, dotarsi di una AI strategy concreta.

Nello stesso tempo, per qualsiasi ufficio marketing, è fondamentale capire quali sono i nuovi processi di analisi e automatizzazione dei dati per generare nuovi lead.
Una ricerca realizzata da BVA Doxa rivela come un’azienda su due utilizzi già l’Intelligenza artificiale, sia attraverso chatbot sia tramite altre soluzioni.
La ricerca di BVA Doxa, dal titolo ‘Rivoluzione AI nel B2B: come le aziende stanno preparando il futuro’, è stata condotta in esclusiva per il B2B Marketing Conference, l’evento che ha coinvolto dirigenti e responsabili di aziende B2B con almeno dieci dipendenti, per un totale di 300 imprese.

Migliorare l’efficienza dei processi significa in ultima analisi ridurre i reclami

La penetrazione di questa tecnologia è maggiore tra le aziende di grandi dimensioni. Risultano invece più critiche le imprese che non la utilizzano.
Navigare con successo nel mare delle nuove tecnologie non rappresenta una sfida inedita, ma le implicazioni sono sempre più profonde. L’AI sta cambiando radicalmente il modo in cui le aziende operano, influenzando non solo i processi lavorativi, ma anche le interazioni quotidiane.

Le aziende implementano sistemi basati sull’Intelligenza artificiale con l’obiettivo di migliorare l’efficienza dei processi, che più in dettaglio significa agire sulla produttività, sulla qualità dell’offerta e sulla riduzione degli errori. E, in ultima analisi, sulla riduzione dei reclami.

Nuovi ruoli e figure professionali

Le funzioni aziendali più coinvolte dall’introduzione dell’AI includono l’IT, il Marketing, le Vendite e il reparto Ricerca & Sviluppo.
Considerato il crescente utilizzo di Intelligenza artificiale, sette imprese su dieci hanno introdotto nel loro organico delle nuove figure professionali. Tra le aziende con più di 250 addetti la quota sale all’85%.

Per le aziende che si avvalgono già dell’AI, l’auto valutazione delle capacità di sfruttare lo strumento è decisamente positiva, ed è pari all’81%.

Investimenti in crescita, ma un po’ meno rispetto a due anni fa 

Nel complesso, risulta che anche le competenze presenti internamente sono adeguate, seppure presentino margini di miglioramento. 

Continua poi il trend positivo degli investimenti nell’AI, sebbene la ricerca BVA Doxa segnali un minor incremento rispetto al passato, ovvero, un +4% rispetto al +5% dell’ultimo biennio. Analogamente, anche per il prossimo futuro la crescita prefigurata è stimata intorno al 4%.

AI: le preoccupazioni dei CIO per dati e sicurezza ne ostacolano la diffusione

L’uso dell’Intelligenza artificiale sta aumentando rapidamente nelle aziende poiché i decisori aziendali (CIO) ne colgono la grande opportunità. Secondo un’indagine di Salesforce sullo stato dell’AI nelle aziende, il 77% dei CIO afferma infatti di avere un ottimo consenso da parte dei dirigenti su valore ed efficacia dell’AI, ma solo l’11% l’ha implementata completamente. In media, tra il 18%-38% in meno rispetto alle controparti nelle altre linee di business.

I business stakeholder hanno aspettative molto alte e chiedono tempi più rapidi di implementazione dell’AI, ma i rischi sono alti.  
Il punto critico è sui tempi: per il 68% dei CIO le aspettative sono irragionevoli sul ROI da questa tecnologia. Al momento, la maggiore preoccupazione riguarda problematiche relative alla sicurezza e l’infrastruttura dei dati.

Un approccio più calcolato rispetto ad altre tecnologie

La lentezza con cui vengono sancite strategie e strumenti di AI a livello aziendale può essere attribuita all’attenzione per il lavoro preparatorio che i CIO devono affrontare. Data la natura trasformativa dell’AI, il 67% dei CIO afferma di adottare un approccio più calcolato alla sua implementazione rispetto ad altre tecnologie.

Tra gli ostacoli che bisogna considerare durante l’implementazione dell’AI, i CIO evidenziano quelli legati alla sicurezza e i dati.
Mentre i problemi di sicurezza possono essere affrontati selezionando fornitori con una solida infrastruttura di sicurezza e garanzie di etica e credibilità, da per diversi intervistati in diversi settori garantire che i dati alla base dell’AI siano recenti, di alta qualità e accessibili, può essere una sfida scoraggiante.

Quanto budget destinare all’AI in questa sua prima fase di vita?

Riconoscendo che devono mettere in ordine i loro dati prima di poter abbracciare pienamente l’AI, i CIO stanno attualmente allocando, in media, un budget quattro volte superiore per le attività sui dati. Tuttavia, sono incerti su quanto destinare all’AI in questa sua prima fase di vita. Solo il 47% è sicuro di aver allocato la giusta quantità di budget.

Al di là delle sfide legate al rafforzamento delle basi di dati, molti CIO hanno difficoltà a definire dove e come l’AI dovrebbe apparire nelle organizzazioni più ampie.
Ciò è particolarmente vero data la novità dei modelli e la mancanza di comprensione, o addirittura la paura, di questa novità tecnologia nei vari dipartimenti.

Asimmetria fra casi d’uso e competenze

Mentre i casi d’uso dell’AI sono più evidenti in alcune aree dell’azienda, quegli stessi reparti potrebbero non essere i più ricettivi o capaci di sfruttarne le potenzialità. Ad esempio, i CIO ritengono che il servizio clienti abbia il maggior numero di casi d’uso, ma anche che sia il meno entusiasta. D’altro canto, il marketing è desideroso di utilizzare l’AI, ma meno preparato a livello di competenze.

Alcuni CIO stanno scoprendo che questo disallineamento tra valore commerciale dell’AI, entusiasmo e preparazione richiede un approccio più ‘chirurgico’ all’implementazione in tutta l’azienda.
Per questo, alcuni CIO trovano più efficace lanciare progetti pilota che ne mettano in mostra le potenzialità, al fine di rendere possibile un’implementazione più ampia. Tanto che il 75% degli intervistati descrive le proprie organizzazioni come in fase sperimentale di adozione.

Task scam, money mule e finti guru del trading: l’ultima frontiera della frode online

Tutto inizia con un SMS su WhatsApp o Telegram, che promette guadagni da 50 a 500 euro l’ora per semplici attività, come mettere ‘like’ a un post, seguire profili social, completare sondaggi o guardare video.
Spesso  le frodi online arrivano sotto forma di offerte di lavoro, dove fanno leva sul desiderio di guadagnare da remoto. Le vittime iniziano infatti a guadagnare piccole somme, ma alla fine il vero obiettivo dei criminali è un altro. Dietro queste offerte seducenti si nascondono truffe progettate per ingannare e sottrarre denaro o dati personali.

Una di queste è la task-scam, che propone false offerte di lavoro con l’obiettivo di rubare denaro e informazioni.
Cadere in questi tranelli è facile, per questo, Cyber Guru, piattaforma di Security Awareness Training, fa il punto sulle truffe più comuni per aiutare gli utenti a riconoscere i segnali d’allarme.

Il “trucco” per diventare un influencer

Molto simile alla task-scam è la truffa che coinvolge finte collaborazioni social dove fantomatici recruiter offrono ai malcapitati compensi e visibilità per diventare ambassador di gioielli, abbigliamento o prodotti di bellezza. Generalmente, le vittime vengono contattate tramite Direct Message (i DM come si chiamano su Instagram) o inserite addirittura in chat di gruppo. Peccato che non esiste alcun programma di ‘ambassadorship’. Esistono solo truffatori che nel migliore dei casi cercano di affibbiare i loro prodotti a utenti che li paghino di tasca propria, o ne paghino almeno la spedizione, spesso più cara del prodotto stesso.

Nel peggiore dei casi, dopo il primo acquisto e la promessa dell’invio di articoli gratuiti a cadenza mensile, i truffatori spariranno smettendo di rispondere.

Il finto guru dei crypto asset

Tuttavia, è possibile smascherare i criminali leggendo i commenti sulla pagina ‘ufficiale’, e se non bastasse, digitare sui motori di ricerca il nome del brand per capire se esistono precedenti di truffa, o recensioni negative.

Ma ci sono anche i finti trading guru, che spacciandosi per esperti promettono guadagni rapidi ed elevati attraverso investimenti in criptovalute, azioni o altri asset.
Queste truffe possono assumere molte forme, ma il risultato finale è sempre lo stesso: la vittima perde il suo investimento e i truffatori si dileguano nel nulla. 

Trasferire o riciclare denaro inconsapevolmente 

Attenzione poi alla truffa del ‘money mule’ (letteralmente, mulo di denaro), in cui titolari di conti bancari vengono ingannati o coinvolti nel trasferimento di denaro, generalmente rubato o derivato da attività di riciclaggio.
Le vittime, quindi, vengono adescate con annunci di lavoro che promettono interessanti guadagni. Per ottenerli è sufficiente fornire un proprio conto corrente, dove verranno versati soldi che andranno poi inviati a un altro conto o ritirati per consegnarli a qualcuno.

In tutti questi casi, si configura un vero e proprio reato finanziario, quindi è importante evitare di accettare proposte di questo tipo, non condividere i propri dati bancari, e nel caso in cui si sia già stati reclutati, denunciare subito alle forze dell’ordine.

Automobile: arriva la stangata sull’Rc Auto: aumenti da 2,14 miliardi in due anni

Lo afferma il Codacons: “Le tariffe Rc auto continuano a salire in modo del tutto ingiustificato, realizzando una stangata complessiva da oltre 2 miliardi di euro in capo agli automobilisti italiani. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Ivass (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni) a partire dalla seconda metà del 2022 i prezzi delle polizze hanno iniziato a crescere, portando il premio medio ad agosto 2024 a quota 418 euro. Questo significa che in due anni e mezzo le tariffe Rc Auto hanno subito un rincaro complessivo del 18,4%, passando da una media di 353 euro di gennaio 2022 (dato Ivass) ai 418 euro attuali, con un aumento di ben 65 euro a polizza”.

In pratica, in due anni i rincari complessivamente hanno raggiunto 2,14 miliardi di euro.

Incrementi ingiustificati a danno degli automobilisti

Si tratta di incrementi, aggiunge il Codacons, “che non appaiono giustificati dall’aumento della incidentalità in Italia, e che cozzano con la situazione economica delle compagnie di assicurazioni. Rincari che considerate le 32,9 milioni di auto assicurate in Italia, hanno determinato nell’ultimo biennio una stangata complessiva da 2,14 miliardi di euro a danno degli automobilisti italiani”.

Ad agosto 2024 il prezzo medio dell’Rc Auto (418 euro) ha segnato un aumento su base annua del +6,7% in termini nominali e del +5,6% in termini reali.
A titolo di confronto, a luglio 2024 il prezzo medio era di 416 euro. A giugno 2024, invece, di 403 euro.

Nessuna provincia esclusa dai rincari

A quanto rileva l’indagine dell’Ivass, tutte le province italiane hanno registrato incrementi di prezzo, compresi tra il +2,6% di Foggia e il +12,0% di Roma. 
Il differenziale di premio tra Napoli e Aosta, ad esempio, è di 272 euro, in aumento del +9,7% su base annua e in riduzione del 42,4% rispetto allo stesso mese del 2014.

Per gli assicurati appartenenti a classi di merito superiori alla prima, l’incremento di prezzo medio è del +10,4%, a fronte di un aumento del +6,1% per gli assicurati in prima classe, riporta AGI.

Prezzo medio tornato ai livelli pre-pandemia

Brutte notizie, dunque, per gli italiani già alle prese con i rincari in tante altre categorie.
Dopo un picco di quasi 500 euro nel 2014, i prezzi medi dell’RC Auto erano scesi a un minimo di 363 euro nel 2022. Successivamente, i prezzi sono tornati ad aumentare, spinti soprattutto dall’inflazione. Adesso, il prezzo medio è sostanzialmente tornato ai livelli pre-pandemia.

Il Governo sta valutando contromisure per tentare di arrivare a bloccare questi continui aumenti di prezzo. Per questo, ha promesso una riforma del settore delle assicurazioni.
Nel frattempo, riferisce HDmotori, per tentare di aumentare la concorrenza, è stata introdotta la ‘portabilità’ della scatola nera. In breve, un assicurato potrà trasferire i dati che dimostrano la sua guida virtuosa a un’altra compagnia assicurativa per poter godere di ulteriori bonus e vantaggi al fine di ottenere un prezzo inferiore.

Vacanze estive per il 93% degli italiani. Meta preferita? Il Belpaese 

Tra giugno e settembre 2024 il 93% degli italiani ha fatto almeno una vacanza, soprattutto in Italia (67%). Le regioni più frequentate? Trentino-Alto Adige (16%), Toscana e Sardegna (10%) e Puglia (9%).

Secondo i dati dell’indagine condotta dal Centro Studi del Touring Club Italiano sulla community TCI, l’estate 2024 conferma un certo interesse per le vacanze di breve raggio. Il 38% dei vacanzieri, infatti, afferma di aver trascorso le vacanze all’interno della regione di residenza oppure in una limitrofa.
Chi ha scelto l’estero (33%), ha viaggiato soprattutto in Europa (28%), il 2% nelle Americhe, il 2% in Asia-Pacifico e l’1% in Africa-Medio Oriente.

Anche nel 2024 tutti al mare

All’estero il Paese più scelto è la Francia (17%), seguita da Grecia (16%), Spagna (12%) e Norvegia (6%).
Il mare è ancora la meta preferita, anche se diminuisce la quota di persone che lo scelgono (38% rispetto a 42% del 2023). Al secondo posto tra le tipologie di viaggio più gettonate c’è la montagna (20%) in lieve crescita da qualche anno, e tuttora sopra le percentuali del 2019.

Con una quota analoga continua inoltre il recupero dei viaggi itineranti in auto, moto e camper (19%), anche se non ancora tornati ai livelli pre-pandemia. E si conferma, almeno rispetto ai dati pre-Covid, una certa rilevanza di borghi ed entroterra (6%), oltre al consolidamento delle città d’arte (7%).

Strutture ricettive: vincono alberghi e villaggi

Hotel e villaggi restano la tipologia preferita per l’estate (44%), in lieve contrazione gli appartamenti in affitto (22%) rispetto al 2023, mentre tengono le seconde case (12%). Queste ultime continuano a rappresentare una soluzione che riscuote ancora un certo successo, soprattutto se confrontata con il 2019 (6%).

Confrontando i dati previsionali di giugno con quelli a consuntivo di settembre, lo studio segnala che le seconde case sono state più utilizzate rispetto a quanto dichiarato prima di partire (9% vs 12%). Ciò è andato a discapito soprattutto di hotel e villaggi, dove il 47% della community TCI (rispetto al 44% del dato a consuntivo) affermava che vi avrebbe soggiornato. In questo caso, il caro-vacanze potrebbe aver influito nella scelta finale di queste soluzioni ricettive.

Lo slow tourism “accelera”

Per il secondo anno consecutivo, TCI ha approfondito anche la tipologia ‘turismo lento’, ovvero, le vacanze effettuate prevalentemente a piedi, in bicicletta oppure utilizzando mezzi di trasporto ‘slow’ (cavallo, barca a vela ecc.).

Dal punto di vista dell’incidenza percentuale sui viaggi estivi, riporta Askanews, si tratta di un turismo ancora di nicchia (2%), che però sembra consolidarsi nel tempo.
La quasi totalità (92%) di chi ha fatto un viaggio slow, infatti, non è alla prima esperienza (93% nel 2023), e si è spostato perlopiù a piedi (45%), in bicicletta (29%) o con altri mezzi lenti (26%).
Il 40% dei turisti lenti (+6% vs 2023) ha seguito un percorso già noto, mentre la restante quota ha optato per itinerari diversi, non necessariamente conosciuti o predefiniti.

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