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Categoria: Numeri e curiosità Pagina 6 di 9

Automobile: arriva la stangata sull’Rc Auto: aumenti da 2,14 miliardi in due anni

Lo afferma il Codacons: “Le tariffe Rc auto continuano a salire in modo del tutto ingiustificato, realizzando una stangata complessiva da oltre 2 miliardi di euro in capo agli automobilisti italiani. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Ivass (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni) a partire dalla seconda metà del 2022 i prezzi delle polizze hanno iniziato a crescere, portando il premio medio ad agosto 2024 a quota 418 euro. Questo significa che in due anni e mezzo le tariffe Rc Auto hanno subito un rincaro complessivo del 18,4%, passando da una media di 353 euro di gennaio 2022 (dato Ivass) ai 418 euro attuali, con un aumento di ben 65 euro a polizza”.

In pratica, in due anni i rincari complessivamente hanno raggiunto 2,14 miliardi di euro.

Incrementi ingiustificati a danno degli automobilisti

Si tratta di incrementi, aggiunge il Codacons, “che non appaiono giustificati dall’aumento della incidentalità in Italia, e che cozzano con la situazione economica delle compagnie di assicurazioni. Rincari che considerate le 32,9 milioni di auto assicurate in Italia, hanno determinato nell’ultimo biennio una stangata complessiva da 2,14 miliardi di euro a danno degli automobilisti italiani”.

Ad agosto 2024 il prezzo medio dell’Rc Auto (418 euro) ha segnato un aumento su base annua del +6,7% in termini nominali e del +5,6% in termini reali.
A titolo di confronto, a luglio 2024 il prezzo medio era di 416 euro. A giugno 2024, invece, di 403 euro.

Nessuna provincia esclusa dai rincari

A quanto rileva l’indagine dell’Ivass, tutte le province italiane hanno registrato incrementi di prezzo, compresi tra il +2,6% di Foggia e il +12,0% di Roma. 
Il differenziale di premio tra Napoli e Aosta, ad esempio, è di 272 euro, in aumento del +9,7% su base annua e in riduzione del 42,4% rispetto allo stesso mese del 2014.

Per gli assicurati appartenenti a classi di merito superiori alla prima, l’incremento di prezzo medio è del +10,4%, a fronte di un aumento del +6,1% per gli assicurati in prima classe, riporta AGI.

Prezzo medio tornato ai livelli pre-pandemia

Brutte notizie, dunque, per gli italiani già alle prese con i rincari in tante altre categorie.
Dopo un picco di quasi 500 euro nel 2014, i prezzi medi dell’RC Auto erano scesi a un minimo di 363 euro nel 2022. Successivamente, i prezzi sono tornati ad aumentare, spinti soprattutto dall’inflazione. Adesso, il prezzo medio è sostanzialmente tornato ai livelli pre-pandemia.

Il Governo sta valutando contromisure per tentare di arrivare a bloccare questi continui aumenti di prezzo. Per questo, ha promesso una riforma del settore delle assicurazioni.
Nel frattempo, riferisce HDmotori, per tentare di aumentare la concorrenza, è stata introdotta la ‘portabilità’ della scatola nera. In breve, un assicurato potrà trasferire i dati che dimostrano la sua guida virtuosa a un’altra compagnia assicurativa per poter godere di ulteriori bonus e vantaggi al fine di ottenere un prezzo inferiore.

Retail digitale, l’Italia cresce con l’Europa

Secondo l’analisi Unified Commerce Benchmark for Specialty Retail in Europe 2024, presentata da Manhattan Associates e commissionata a Incisiv in collaborazione con Google Cloud e Zebra Technologies, il mercato del retail unificato è destinato a crescere con una progressione annua di 1,3 punti percentuali. Si prevede che il fatturato passerà dagli 80,4 miliardi di euro del 2022 agli 88,3 miliardi di euro nel 2028.

Questo approfondimento coinvolge il settore dell’abbigliamento e calzature, casa e DIY, e luxury in Italia, Francia, Germania, Regno Unito e Paesi Bassi, mettendo in luce il potenziale e le criticità di crescita dei marchi in quattro aree specifiche: Search & Discovery, Cart & Checkout, Promising & Fulfilment e Service & Support.

Progressi per il mercato italiano

L’Italia si dimostra sostanzialmente allineata agli altri paesi, sebbene ci siano ancora margini di miglioramento. Roberto Vismara, sales director di Manhattan Associates, spiega: “I retailer specializzati italiani stanno facendo notevoli progressi nelle competenze digitali e nella customer experience. Tuttavia, aree come il Promising & Fulfillment e il Cart & Checkout necessitano di ulteriori sviluppi per soddisfare le crescenti aspettative degli acquirenti. Investimenti significativi nelle funzionalità digitali sono in corso per migliorare l’engagement dei clienti, la visibilità dello stock, l’evasione degli ordini, le green practices e le esperienze di shopping personalizzate sia online che in-store. Concentrandosi sui punti di forza e affrontando le debolezze, i retailer italiani potranno migliorare la soddisfazione del cliente e la fedeltà al marchio”.

Sì, per i leader di mercato c’è un vantaggio competitivo 

L’indagine mira a rispondere alla domanda se i leader del settore abbiano un reale vantaggio competitivo rispetto alla concorrenza. La risposta è affermativa: i leader registrano tassi di crescita due o tre volte superiori rispetto alle altre aziende, con tassi di conversione decisamente più alti. Roberto Vismara sottolinea che un alto livello di maturità nel commercio unificato offre un significativo vantaggio competitivo.

La maturità non si misura solo sulla disponibilità di determinate funzionalità, ma anche sulla profondità e completezza con cui vengono utilizzate. Un’area critica è il Fulfillment and Promising, dove il livello di maturità è mediamente più basso rispetto ad altre aree funzionali.

I brand della moda fanno scuola

Marchi come Gucci e Calzedonia/Oniverse si distinguono per l’engagement del cliente fin dalle prime fasi del contatto, mentre brand come Moncler e Valentino eccellono nel coinvolgimento. Benetton e Dolce&Gabbana sono noti per l’efficacia nel post-vendita e nelle soluzioni di packaging sostenibile.

Tecnologia e sostenibilità rivestono un’importanza crescente nelle aspettative dei consumatori. L’integrazione di pratiche sostenibili e l’adozione di tecnologie avanzate migliorano l’esperienza del cliente e rafforzano la lealtà al brand. In particolare, i clienti italiani apprezzano il supporto personalizzato e un customer service efficace, visto come un fattore chiave di fidelizzazione. L’innovazione tecnologica, portata dall’intelligenza artificiale, permetterà un’evoluzione nel servizio di assistenza, con MaxMara e Prada che al momento registrano le migliori performance in questo ambito.

Campionati Europei di calcio 2024: quali sono i pronostici degli italiani?

Dopo l’edizione itinerante del 2021, nel 2024 il Campionato Europeo di calcio, torna a essere organizzato da un solo Paese ospitante. E come previsto dal calendario di UEFA Euro 2024, dal 14 giugno al 14 luglio la Germania vede le 24 Nazionali protagoniste contendersi la vittoria della coppa UEFA in dieci dei più grandi stadi tedeschi, Berlino, Colonia, Monaco di Baviera, Francoforte, Amburgo, Dortmund, Lipsia, Gelsenkirchen, Stoccarda e Düsseldorf. 

La 17ª edizione degli Europei è uno degli eventi sportivi più importanti al mondo, e a tre anni dalla storica vittoria a Wembley, il ricordo è ancora vivo nella mente degli italiani. Così come la delusione per la mancata qualificazione ai successivi Mondiali del 2022. Ma cosa pensano gli italiani di questi Europei? Gli Azzurri saliranno sul podio?

Solo l’8,4% si attende la vittoria finale

Il team Public Affairs di Ipsos ha sondato l’interesse degli italiani per questi Europei 2024. E nonostante il clima non sia particolarmente ottimista, gli Europei si confermano un evento di grande interesse per il Paese, con il 61% degli italiani intenzionato a seguire almeno una partita (quota che aumenta all’86,5% tra gli appassionati di calcio). Intanto, la Nazionale di Calcio italiana, guidata da Spalletti, è stata tra le prime squadre a scendere in campo nel match contro l’Albania sabato 15 giugno alle 21, vinto 2 a 1 dagli Azzurri.

Quanto alle reali aspettative sulla Nazionale italiana, solo l’8,4% degli intervistati pronostica la vittoria finale, percentuale che sale all’11% tra gli appassionati di calcio. C’è comunque molta incertezza, tanto che il 36% preferisce non sbilanciarsi.

Una Nazionale meno forte di quella del 2021

Curiosamente, i tifosi più ottimisti sono quelli della Roma (più di uno su cinque crede nella vittoria), mentre i più pessimisti sono i laziali (solo il 5%).
Ma di fatto, la maggioranza degli appassionati di calcio (52%) ritiene che questa Nazionale sia meno forte di quella che trionfò nel 2021.

Tra i singoli giocatori, tre nomi emergono su tutti. Gianluigi Donnarumma, Nicolò Barella e soprattutto Federico Chiesa sono considerati i più forti dagli italiani. In attacco, Gianluca Scamacca sembra prevalere di poco sui rivali e, insieme a Nicolò Fagioli e Davide Frattesi, è indicato come potenziale sorpresa del torneo.
Occhi puntati anche su Riccardo Calafiori, Federico Dimarco e Federico Gatti, da cui ci si aspettano prestazioni di gran livello.

Cauti, ma pronti ad appassionarsi

Insomma, dopo il trionfo di Wembley, l’Italia spera in un nuovo riscatto dopo la delusione del Mondiale qatariota 2022. 

Gli italiani sono cauti, ma pronti ad appassionarsi ancora una volta. Il calcio, specialmente in occasione di questi eventi, conferma la sua capacità di unire il Paese, abbattendo stereotipi. Secondo Ipsos, infatti, oltre il 50% delle donne si dichiara interessata e seguirà le partite. Ed è un interesse, quello per le partite degli Azzurri, che attraversa generazioni, aree geografiche, strati sociali e condizioni economiche.

Elezioni europee e campagne social: i “gruppi coordinati” inquinano il voto?

Cos’è il ‘comportamento coordinato’ degli utenti in rete? E in che modo può inquinare i dibattiti politici online, soprattutto nei periodi di campagna elettorale?
In vista delle elezioni europee, l’Istituto di informatica e telematica del Cnr di Pisa (Cnr-Iit) ha condotto uno studio insieme a Università di Padova e Università di Abu Dhabi proprio sui gruppi coordinati e sulla capacità di orientare le opinioni degli utenti in rete.

Le campagne sui social media negli ultimi anni si sono rivelate il principale strumento per plasmare l’opinione pubblica, raggiungendo un vasto numero di persone, cittadini, elettori, con l’intenzione di manipolarne scelte e decisioni. Questo tipo di comunicazione spesso si basa su un mix di account veri e falsi che lavorano in modo coordinato su larga scala per diffondere efficacemente, e a grande velocità, contenuti falsi o comunque di parte, sfruttando una dinamica ‘paritaria’ tra le persone.

Individuare le comunità che orientano il dibattito

La novità dello studio consiste nell’avere analizzato il fenomeno attraverso l’uso di reti temporali, analizzando cioè come variano i comportamenti online nel corso del tempo, al fine di individuare le comunità di utenti che compiono azioni coordinate per ‘orientare’ il dibattito.

“I metodi di studio più avanzati che vengono utilizzati per rilevare i comportamenti coordinati sui social media di solito eseguono analisi statiche – spiega Stefano Cresci del Cnr Iit -. La nostra analisi, invece, si è basata sull’evoluzione del dibattito nel tempo: in particolare, ci siamo concentrati sull’uso della piattaforma Twitter, ora X, durante due recenti elezioni politiche, quella del 2019 in Uk e quella per l’elezione del Presidente degli Stati Uniti nel 2020”.

Quando i Laburisti ‘sottraevano’ utenti ai Conservatori su Twitter

“Questo nuovo approccio ci ha dato risultati molto interessanti -, aggiunge Serena Tardelli ricercatrice Cnr-Iit e prima autrice dello studio -. L’analisi ha permesso di studiare il modo in cui alcuni utenti si sono spostati da una parte all’altra dello spettro politico proprio nelle settimane precedenti il voto. Ad esempio, abbiamo visto che nel caso delle elezioni UK le comunità di Laburisti hanno via via ‘sottratto’ utenti a quelle dei Conservatori, per tutta la durata del dibattito”.

Diverse tipologie di comportamento

Lo studio ha rilevato poi che esistono tipologie di utenti con comportamenti molto diversi tra loro, riporta Askanews. 

“Ci sono, ad esempio, gli indecisi, che non si legano a nessun partito, i fedelissimi che al contrario non si muovono mai dalla loro comunità di riferimento, e quelli che vengono convinti, cioè che si spostano da una comunità ad un’altra senza più andarsene – prosegue Cresci -. La nostra metodologia consente, quindi, di studiare molto meglio l’evoluzione dei dibattiti online e magari in futuro, sarà anche possibile predire dove penderà l’ago della bilancia politica, almeno per quel che riguarda i dibattiti sui social”.

Italia solo al sesto posto per politiche inclusive in azienda

Le tematiche dedicate ai principi DEI, Diversity, Equity e Inclusion sono sempre più al centro del dibattito aziendale moderno. Il 44% dei lavoratori italiani è d’accordo sul fatto che la propria organizzazione dimostri un approccio consistente a tali politiche. E per il 55% dei lavoratori l’impegno dimostrato per la creazione di un clima di fiducia e trasparenza è ‘buono’. 

Ma solo il 6% delle aziende italiane sta realmente sviluppando una cultura inclusiva sul posto di lavoro.
È quanto è emerso dall’analisi dell’EY European DEI Index, i che misura il successo delle organizzazioni nel perseguire gli obiettivi DEI, in collaborazione con FT-Longitude, che ha raccolto l’opinione di manager e lavoratori in 9 Paesi europei.

L’approccio DEI e le tematiche Esg

II 47% dei lavoratori italiani ha subito episodi di discriminazione sul luogo di lavoro e il 60% li ha segnalati. Inoltre, se il 72% dei manager italiani è in grado di essere sé stesso e di sentirsi accettato sul lavoro, la percentuale scende al 41% dei dipendenti. Ne consegue che i gruppi sottorappresentati in Italia hanno meno probabilità (19%) della media europea (31%) di sentirsi ascoltati.

Nonostante il 61% dei manager italiani affermi di non voler lavorare per organizzazioni inefficaci in termini di DEI, l’Italia risulta in ritardo rispetto alla media europea nell’applicazione dei principi di diversity, equity e inclusion in fase di selezione e colloquio. Soltanto il 20% dei manager italiani ha erogato formazione sul tema ai responsabili del recruiting e soltanto il 23% ha adattato format di colloquio che soddisfino le esigenze dei candidati con disabilità.

Parità di genere: a che punto siamo

Sulla parità di genere, invece, spiccano le azioni messe in campo dalle aziende per contrastare la disparità e la diversità culturale (70% e 40%), mentre salta all’occhio che solo il 29% ha adottato misure per l’inclusione LGBTQAI+, il 23% per colmare le disuguaglianze socioeconomiche e il 14% per l’inclusione delle persone con disabilità.

A preoccupare è il 35% secondo cui l’inclusione della disabilità non è proprio presente nella propria strategia DE&I.

Le resistenze culturali

Si tratta di dati che si riflettono anche nella percezione che i lavoratori hanno delle proprie aziende. Se il 57% degli italiani ritiene che la propria organizzazione abbia un buon livello di diversità etnica e culturale, il 48% e il 44% valutano rispettivamente scarso il livello di diversità socioeconomica e l’inclusione delle persone con disabilità.

I 22% dei manager italiani ha affermato che il principale ostacolo al miglioramento del DEI è legato a resistenze culturali interne, riferisce Adnkronos, ma una percentuale pari afferma che non esistono ostacoli al miglioramento del DEI. E anche se i vincoli di bilancio siano indicati quale ostacolo soltanto dal 19% dei manager italiani l’Italia è tra i Paesi con la spesa più bassa per quanto riguarda il DEI, con 3,99 milioni di euro contro i 5,75 della Spagna.

RC auto, perchè le tariffe sono aumentate così tanto?

A gennaio, il prezzo medio dell’assicurazione Rc auto ha raggiunto i 389 euro, registrando un aumento annuale del +7,5% in termini nominali, leggermente inferiore al +7,9% di dicembre. In termini reali, l’incremento si attesta al +6,7%, secondo quanto comunicato dall’Ivass. I prezzi medi, come evidenziato dall’autorità di vigilanza delle assicurazioni, sono ancora inferiori rispetto al periodo pre-pandemico (406 euro a gennaio 2019).

Analizzando dettagliatamente le province, si osservano aumenti di prezzo variabili dal +3,3% (Catanzaro) al +10,0% (Alessandria). Il differenziale di premio tra Napoli e Aosta è di 250 euro, in aumento del 5% rispetto all’anno precedente. Per coloro appartenenti a classi di merito superiori alla prima, riferisce Adnkronos, l’incremento di prezzo si attesta al 10,4%.

Le obiezioni del Codacons…

Le associazioni di consumatori, ovviamente, non ci stanno. Codacons esprime preoccupazione, sottolineando che l’incremento delle tariffe Rc Auto comporta una maxi-stangata di circa 877 milioni di euro all’anno per gli automobilisti italiani. L’associazione evidenzia che l’aumento del +7,5% a gennaio porta il costo medio dell’assicurazione auto a 389 euro. Considerando i 43 milioni di veicoli assicurati in Italia, di cui 32,5 milioni di autovetture, si stima che questa stangata raggiunga la cifra massiccia di 877 milioni di euro annui solo per la categoria degli automobilisti.

Il presidente del Codacons, Carlo Rienzi, critica gli aumenti delle tariffe, giudicandoli ingiustificati, soprattutto considerando l’assenza di un aumento corrispondente dell’incidentalità in Italia. Rienzi chiede un intervento del Governo per limitare il potere delle compagnie assicurative e frenare l’escalation delle tariffe, sottolineando l’obbligo per i cittadini di assicurare i propri veicoli, mentre le assicurazioni operano senza limiti tariffari.

…e quelle di Assoutenti

Anche Assoutenti, nel commentare i dati forniti dall’Ivass, denuncia i rincari dell’assicurazione Rc auto a gennaio, che si traducono in una spesa maggiore di +27 euro a polizza rispetto al periodo corrispondente del 2023. L’associazione rileva gravi anomalie nel comparto assicurativo e evidenzia Napoli come la città con le polizze più costose (560 euro in media), seguita da Prato (553,7 euro) e Caserta (500 euro). Al contrario, Enna è la città con l’Rc auto più economica (287 euro), seguita da Oristano (297 euro) e Potenza (299 euro). Incrementi significativi si registrano ad Alessandria, Biella, Lecco e Vercelli, con un aumento del 10%, mentre a Catanzaro l’aumento è del +3,3%.

Il presidente onorario di Assoutenti, Furio Truzzi, denuncia aumenti immotivati che non trovano giustificazione né in un aumento dei costi delle compagnie assicurative, né nell’incremento dell’incidentalità, attribuendoli alle troppe anomalie del comparto assicurativo. 

Casa: metà dello stipendio va in affitto. Firenze, Milano, Roma le più care 

Quale è l’impatto dell’aumento del costo della vita, e in particolare, del caro-affitti, sulle modalità di spesa e di risparmio degli europei? E quanto pesa tale impatto nella valutazione dell’attrattività di un Paese? Risponde l’Indice di vivibilità della banca online N26, lo studio che ha l’obiettivo di individuare i Paesi europei che offrono una migliore qualità della vita.

Tra i vari costi analizzati per definire il ranking dei paesi più vivibili in Europa rivestono particolare importanza quelli relativi all’affitto, soprattutto se analizzati in relazione all’ammontare medio degli stipendi .
E secondo i dati N26, l’Italia si classifica all’ultimo posto del ranking relativo agli affitti. Più della metà dello stipendio degli italiani è infatti destinato a questa spesa. Da questo punto di vista, Firenze, Milano e Roma son le città più care.

In Italia un bilocale in media costa 1.400 euro al mese 

La situazione caro-affitti nel nostro paese ha un impatto non indifferente sugli stipendi mensili degli italiani, che risultano tra i più bassi in Europa. Oltre il 52% del salario infatti è destinato all’affitto, percentuale più elevata tra i Paesi europei considerati, tenendo conto della media nazionale del costo degli affitti per un bilocale, che si attesta attorno ai 1.400 euro.
L’analisi più dettagliata delle città italiane vede Firenze come la più costosa, con una media mensile di costi per affitto pari a 1.806 euro e picchi di 2.200 euro per il centro storico.

Segue Milano, con una media di 1.674 euro mensili, ma torna in vetta se consideriamo il picco più alto di costi per bilocali in centro storico, con circa 2.838 euro mensili. A Roma, invece, terza in classifica, il costo medio degli affitti per un bilocale è sotto la media, con un prezzo medio di 1.200 euro.

Va un poco meglio in Spagna, Paesi Bassi e Regno Unito

Se l’Italia è il fanalino di coda di questa classifica di N26, a precederla tra i Paesi europei troviamo la Spagna, con un prezzo medio di affitto mensile pari a 1.377 euro, i Paesi Bassi, con 1.620 euro circa, e il Regno Unito, con 1.460 euro al mese.

In questi Paesi le percentuali di stipendio da destinare all’affitto sono più basse, rispettivamente di 45% per la Spagna e 37% per i Paesi Bassi e il Regno Unito.

Belgio primo in classifica

Al primo posto della classifica troviamo invece il Belgio, dove l’affitto di un bilocale costa circa 800 euro mensili. Qui gli abitanti destinano solo il 18% del proprio stipendio a questa spesa.

A occupare il secondo e il terzo posto ci sono Svizzera e Danimarca, dove per un bilocale che costa rispettivamente 1.733 euro e 1.159 euro si destina in media il 21% del proprio stipendio mensile.

Ecobonus e incentivi auto 2024: ripartono le prenotazioni per i contributi

Il contributo è rivolto alle persone fisiche o giuridiche che intendono acquistare veicoli non inquinanti di categoria M1 (autoveicoli), L1e – L7e (motocicli e ciclomotori) e N1 e N2 (veicoli commerciali).
Da martedì 23 gennaio 2024 è ripartita la possibilità di inserire sulla piattaforma Ecobonus la prenotazione per il contributo all’acquisto di veicoli non inquinanti. 

L’iter per la richiesta del contributo prevede quattro fasi, prenotazione, erogazione, rimborso e recupero.
L’importo degli incentivi è riconosciuto nella forma di sconto sul prezzo d’acquisto, e varia in base alle emissioni del veicolo, e a una eventuale rottamazione.

Come si richiede e si ottiene il contributo

Durante la prenotazione, il concessionario/rivenditore, una volta completata la registrazione alla piattaforma, procede con la prenotazione del contributo per ogni veicolo, e in base alla disponibilità del fondo, riceve conferma della prenotazione effettuata.

In seguito, il concessionario/rivenditore riconosce al cliente il contributo tramite compensazione del prezzo di acquisto. E il costruttore/importatore del veicolo rimborsa al concessionario/rivenditore il contributo erogato.
Infine, il costruttore/importatore riceve dal concessionario/rivenditore la documentazione utile per recuperare il contributo rimborsato sotto forma di credito d’imposta.

Vecchi e nuovi importi

A oggi, per le auto con emissioni inquinanti tra 0-20 g/km di CO2 (modelli fino a 35mila euro più IVA) ammonta a 5mila euro con rottamazione e 3mila euro senza. A chi acquista auto nella categoria 21-60 g/km di CO2 (fino a 45 mila euro più IVA) possono andare 4mila euro con rottamazione e 2mila euro senza.
Nella fascia 61-135 g/km di CO2 (fino a 35 mila euro più IVA), 2mila euro solo con rottamazione.

Ma i vecchi incentivi, che partono comunque in base a quanto previsto da un precedente Dpcm, saranno ancora disponibili solo per poche settimane perché il ministero, dopo un tavolo con le associazioni di settore previsto per il 1° febbraio, conta di portare alla firma del presidente del Consiglio un nuovo Dpcm al fine di migliorare l’incentivo, tenendo conto dell’andamento del mercato e delle esigenze dei consumatori.

Stanziato circa 1 miliardo di euro 

L’attuale pacchetto stanziato per il 2024 prevede risorse complessive di circa 1 miliardo, e una volta conteggiati i residui non spesi degli incentivi 2023 si valuterà se aggiungere eventualmente ulteriori risorse.
Il nuovo piano sarà presentato il 1° febbraio al tavolo automotive e l’entrata in vigore del nuovo Dpcm è prevista tra marzo e aprile.

In particolare, in base alle nuove norme gli incentivi per auto elettriche partiranno da 6.000 euro (senza rottamazione) e arriveranno a 13.750 euro se si rottama un’auto Euro2 e si ha un Isee sotto 30mila euro.
L’aiuto per l’acquisto di una vettura ibrida, riporta il Sole 24 Ore, andrà invece da 4 a 10mila euro, e quello per un per un’auto a basse emissioni dai 1.500 ai 3.000 euro.

Doni di Natale sgraditi? Il 40% degli italiani li metterebbe in vendita

Regali di Natale poco graditi: secondo una ricerca condotta da mUp in collaborazione con Wallapop, piattaforma specializzata nella compravendita di prodotti second-hand, circa il 40% degli italiani ha dichiarato di voler rivendere i regali indesiderati, come oggetti di decorazione, pigiami e calze, proponendoli su piattaforme dedicate.

I regali meno graditi sembrano essere le decorazioni per la casa e gli indumenti menzionati, con il 25% degli intervistati che li impacchetterebbe nuovamente per regalarli a qualcun altro, mentre il 37% li conserverebbe anche se non ne farebbe uso.

Guadagno extra e shopping responsabile 

La ricerca sottolinea che la vendita di regali indesiderati sulle piattaforme specializzate è particolarmente popolare tra coloro che hanno tra i 25 e i 55 anni. La motivazione principale dietro questa scelta è ottenere un guadagno extra, contribuendo anche a un modello di consumo più responsabile.

Vendere su Wallapop offre vantaggi come un’entrata extra assicurata, poiché il periodo post-natalizio sembra essere propizio per le vendite, con un aumento del 28% rispetto al mese precedente. Secondo un’indagine del portale, è possibile guadagnare fino a 1.247 euro vendendo oggetti inutilizzati, inclusi i regali di Natale non graditi.

Tu non lo vuoi, ma qualcun altro sì

Inoltre, la vendita di regali indesiderati può portare soddisfazione a chi acquista, poiché un oggetto indesiderato per qualcuno potrebbe essere il regalo perfetto per qualcun altro.
La terza settimana di gennaio dello scorso anno è stata quella con il maggior numero di vendite con occhiali da sole, profumi, lampade da tavolo e friggitrici ad aria tra gli oggetti più richiesti.

Un gesto verso il Pianeta

Infine, scegliere piattaforme di second-hand come Wallapop per vendere oggetti indesiderati è considerato un gesto responsabile verso il pianeta. La ricerca di Wallapop condotta da Deloitte evidenzia che circa il 56% dei prodotti messi in vendita su Wallapop non avrebbe prolungato la propria vita utile se non fosse stato venduto.

Chiara Mazza, Senior PR Specialist Italy di Wallapop, sottolinea che, nonostante il periodo natalizio porti a un grande scambio di regali, è possibile che non si trovi il dono perfetto, e in queste situazioni, gli utenti possono scegliere di vendere gli oggetti indesiderati per recuperare parte del denaro e contribuire a un consumo più responsabile.
Insomma, anche il regalo che non ci piace può diventare una risorsa: basta “rimetterlo in circolo”!

In Italia aumenta il numero di imprenditrici nel settore agricolo

In Italia, quasi una su quattro delle imprese è guidata da donne, rappresentando il 22,2% del totale delle aziende nel paese. Questo dato emerge da un’analisi condotta da Coldiretti basata su dati di Unioncamere. L’ascesa delle imprese femminili sta rivoluzionando l’economia italiana e riflette un crescente protagonismo femminile, sia nell’ambito imprenditoriale che in politica. La maggior parte delle imprese femminili opera nel settore del commercio, con 340.000 aziende rappresentative del 25% del totale. L’agricoltura è al secondo posto, con 203.000 imprese (15% del totale), seguita dai servizi di alloggio e ristorazione con 134.000 imprese (10%). Questi dati evidenziano come il settore alimentare, in tutte le sue forme, sia uno dei più popolari tra le imprese femminili.

La campagna è rosa

L’analisi di Coldiretti indica che la percentuale di aziende agricole al femminile è in costante crescita, con il 31,5% delle aziende agricole totali guidate da donne, secondo l’ultimo censimento Istat. Questo aumento riflette il rinnovato interesse delle donne per l’agricoltura, vista come un settore in grado di offrire opportunità di lavoro e crescita professionale, soprattutto considerando che le donne nel settore agricolo sono destinate ad aumentare nel tempo.

Giovani, capaci e qualificate

Le donne imprenditrici agricole sono giovani e altamente qualificate, con il 25% di loro laureate. Molte di loro provengono da percorsi di studio o esperienze in settori diversi, decidendo di intraprendere l’agricoltura come una nuova opportunità di vita. Queste donne rappresentano una parte significativa delle richieste di primo insediamento in agricoltura, soprattutto tra i giovani.

Più di una attività connessa alla produzione primaria

Oltre il 50% delle donne in agricoltura svolge più di una attività connessa alla produzione primaria, tra cui la vendita diretta, l’agriturismo e la trasformazione di prodotti agricoli. Molte di loro si dedicano all’agricoltura biologica e biodinamica, contribuendo a una filiera di qualità e sostenibile, attenta alla biodiversità e al benessere animale.
Queste donne imprenditrici agricole creano legami profondi con il territorio e svolgono un ruolo cruciale nella sopravvivenza e valorizzazione delle aree rurali. Il loro impegno nell’innovazione e nell’offerta di nuovi servizi alle comunità rurali è un importante contributo alla crescita delle aree rurali in Italia. Il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, ha sottolineato il ruolo primario delle donne nell’agricoltura e la loro capacità di innovare e affrontare sfide imprenditoriali. 

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